8 Sep 2016 / 18:09

Ttip. Davvero dobbiamo essere contenti se l'accordo salta?

Due economisti – uno a favore, l'altro contro - e un politico per spiegare che succede se fallisce il Ttip, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti.

Ttip. Davvero dobbiamo essere contenti se l'accordo salta?

Due economisti – uno a favore, l'altro contro - e un politico per spiegare che succede se fallisce il Ttip, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti.

Il Ttip

Tra le sigle diventate familiari c'èil Ttip, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato di libero scambio tra Europa e Stati Uniti per il commercio e gli investimenti: un negoziato che vuole regolamentare gli scambi commerciali tra le due sponde dell'Atlantico, mediante una serie di punti che disciplinano l'accesso al mercato (appalti pubblici, abolizione dei dazi doganali); la cooperazione normativa sugli standard produttivi (che include sicurezza alimentare, uso di chimica e Ogm) e norme in tema di sviluppo sostenibile, protezione degli investimenti, controversie tra governi. L'accordo riguarda diversi settori: farmaceutico, cosmetico, ingegneristico, tessile, automobilistico, agroalimentare e promette di rivoluzionare l'assetto commerciale globale. Ma è molto controverso e nelle ultime settimane le voci contrarie si sono moltiplicate, non solo per la campagna Stop Ttip, che coinvolge associazioni ambientaliste, reti contadine, movimenti sociali e singoli cittadini, ma anche per la presa di posizione di alcuni Paesi dell'Unione Europea.

 

Il punto della situazione

A inizio settembre il Ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel dava per falliti i negoziati per il Ttip, subito smentito da Angela Merkel: mentre la Francia ha rincarato (nuovamente) la dose chiedendo ufficialmente, per voce del Segretario di Stato al Commercio Estero Matthias Fekl, l'interruzione delle discussioni, auspicando il blocco dei negoziati, per ripartire su basi più solide.

A rendere tutto più incerto è l'attuale contingenza politica, a un passo dalle elezioni americane che vedranno la nomina del successore di Obama, sostenitore dei trattati, a differenza dei due candidati Hillary Clinton e Donald Trump. All'esito delle elezioni del Presidente degli Stati Uniti rimanda Francoise Hollande l'appoggio francese. Mentre, per il portavoce rappresentante commerciale degli USA Michael Froman, le trattative sul Ttip non sono ancora congelate.

 

Cosa sta succedendo?

A fine giugno i capi di governo europei hanno confermato il mandato alla Commissione per continuare i negoziati. Davvero Francia e Germania vogliono affossare il negoziato?  “Le dichiarazioni tedesche e francesi"  dice Paolo De Castro (Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale al Parlamento Europeo) "sono legate e a questioni di politica interna, la ricerca di consenso si gioca anche su un tema che ha suscitato molte polemiche”. Un anticipo di campagna elettorale per le presidenziali del 2017, insomma. Anche perché, ribadisce De Castro, non ci sono novità rispetto al 14esimo round negoziale di luglio. Altre tappe previste? “No, almeno fino a dopo l'8 novembre”. Il dopo-elezioni Usa avrà comunque una coda lunga: bisognerà vedere non solo chi vincerà, ma quali politiche metterà in campo; con molta probabilità, si rimanda tutto alla prossima primavera, “sempre che il trattato si faccia”. Perché non è impensabile uno stop definitivo alle trattative.

Sui negoziati del Ttip pesa senz'altro, di qua e di là dell'oceano, la cattiva reputazione di cui gode questo trattato. In Europa anche per la poca trasparenza che ne ha accompagnato i primi passi e alla scarsa o cattiva informazione. “Ora i documenti si possono leggere, il sito della Commissione Europea è molto dettagliato” dice Luca Salvatici, del Dipartimento di Economia dell'Università Roma Tre e sostenitore dell'accordo, che sollecita un'informazione il più possibile completa su un tema complesso che orienta l'opinione pubblica e genera reazioni forti, talvolta emotive. (Per saperne di più si può leggere il sito della Commissione europea o i nostri approfondimenti: 6 punti per capire il TtipAccordo di libero scambi: rischio o opportunita?).

 

E quali sono i rischi se il Ttip salta?

La domanda non è cosa succede di negativo se salta il trattato, ma cosa non succede di positivo. Io credo che dal Ttip possano nascere cose buone” dice Luca Salvatici, che aggiunge “Il punto non è se ci siano benefici o danni, ma conseguenze grandi o piccole: è più realistico immaginare che non ci saranno effetti immediati di grande portata”. Secondo l'economista, la partita si gioca sulle normative: “I dazi, tutto considerato, sono cosa secondaria. Le modifiche più importanti si hanno sulle regolamentazioni, gli appalti pubblici, le indicazioni geografiche”. Che hanno conseguenze a lungo termine. “Pensiamo che il trattato di Roma, che istituisce la Comunità Economica Europea, è del 1957” dice, e continua: “Leggo valutazioni fatte sulla situazione attuale, come se fosse destinata a rimanere questa in eterno. Non è così: noi possiamo decidere di non fare questo accordo, ma nel frattempo gli altri Paesi ne fanno a loro volta”. Il confronto sarà con il panorama che oggi si sta formando, anche con i trattati come il Ttip, il Tpp stretto tra Usa e 11 Paesi dell'area del Pacifico e Asia (tra cui alcuni cardine come Singapore, Giappone, Australia) e il Ceta (tra Ue e Canada). “Attualmente rimane fuori dagli accordi la Cina; è lì che l'Europa dovrebbe guardare” dice Salvatici “è una provocazione, ovviamente, perché se abbiamo timore con gli Stati Uniti, figuriamoci con la Cina”.

In questa realtà mutevole, anche dal punto di vista commerciale, rimanere immobili è un rischio. “Il vantaggio del Ttip” spiega De Castro “è soprattutto l'essere protagonisti di un tavolo di trattative che ci riguardano: se non prenderemo noi queste decisioni, dovremo adeguarci a quelle degli altri”. Con molta probabilità, ben lontane dalle nostre esigenze: gli standard normativi e qualitativi che vogliamo tutelare non sono gli stessi di paesi extra UE. “L'Europa non deve abdicare al suo ruolo e precedere, perché stare fermi e non fare niente, mentre il resto del mondo va avanti con accordi e trattative, ha un costo infinitamente maggiore. Prima di bocciare i trattati, bisogna vedere come saranno”. Del resto De Castro ha più volte dichiarato che peggio di così non può essere

 

I modelli di sviluppo

Sono per la varietà dei sistemi di sviluppo” dice Salvatore Monni (Dipartimento di Economia dell'Università Roma Tre) che non nasconde la sua contrarietà a questo accordo, spiegando “ogni Paese ha delle caratteristiche specifiche e un modello economico e commerciale a esse idoneo che bisogna tutelare, un po' come per la biodiversità”. L'Europa è fatta di piccole realtà (soprattutto per l'agroalimentare) che sarebbero schiacciate dalla competizione con aziende di grandi dimensioni di tipo americano. E aggiunge: “Andrebbero fatti accordi bilaterali per la tutela della specificità di ogni modello di sviluppo”. Che include anche questioni come welfare e normative produttive e burocratiche (basti pensare agli Ogm): eliminare le barriere metterebbe in competizione realtà completamente diverse, facendo scomparire il nostro modello. Nei fatti, però, non avviene già questa presenza delle grandi imprese sul nostro territorio? “Infatti: le multinazionali non hanno certo bisogno di accordi, si muovono già con disinvoltura sui mercati globali” risponde Salvatici “Semmai sono i piccoli che hanno bisogno di accordi per riuscire a entrare nel mercato globale. Il Ttip potrebbe far uscire fuori cose buone anche per le piccole imprese”, oggetto di uno dei punti del trattato.

 

Il panorama internazionale

Mentre da questa parte del mondo si continua a discutere, di là dall'Oceano, da quasi un anno, gli accordi sono stati raggiunti tra Usa e 11 Paesi dell'area Asia Pacifico, per la diminuzione progressiva dei dazi doganali fino alla completa eliminazione. Questo ci mette in una condizione svantaggiata? In parte: se il Ttip salta le nostre merci avranno costi aggiuntivi rispetto a quelli dei Paesi del Tpp. Ma questo non sembra allarmare nessuno: “si tratta di modelli di sviluppo troppo diversi per una valutazione di questo genere” ribadisce Monni. Per Salvatici, invece, non è un punto essenziale, perché parliamo di prodotti e realtà completamente diverse: nessuno sceglierà mai una pasta di Singapore invece che italiana per questa ragione.

Perché questa doppia velocità nel definire gli accordi? I motivi sono diversi. Dopo l'accordo raggiunto con l'Asia, gli Stati Uniti hanno meno interesse di chiudere il trattato con l'Europa, dato che cambiano gli equilibri nel panorama complessivo. “Inoltre è impopolare” dice De Castro “tanti, anche negli Usa, guardano con diffidenza all'accordo con l'Europa” temendo conseguenze sull'occupazione. Come spiegare questa difficoltà nel giungere a un accordo? “Il saldo tra Stati Uniti ed Europa è a vantaggio dell'Europa, siamo noi a esportare di più e ad avere maggiore interesse a chiudere l'accordo; ovvio che gli Usa preferiscano lavorare dove c'è più possibilità di sviluppo: e oggi i mercati più profittevoli sono quelli asiatici”. La trattativa ora è fortemente sbilanciata. Come è emerso anche dai documenti pubblicati mesi fa, che mostravano una UE disponibile a trovare un accordo che assicurasse un più semplice accesso al mercato statunitense e un riconoscimento delle denominazioni, e gli Usa fermi sulle loro posizioni.

Non solo, aggiunge Salvatici: “L'Europa può apparire come un partner instabile” perché il Ttip deve essere approvato non solo dal Parlamento Europeo, ma (ed è la prima applicazione della procedura decisa con l'accordo di Lisbona), dai singoli Parlamenti dei Paesi dell'Unione “ed è a rischio di strumentalizzazioni per questioni di politica interna”. Mentre sull'altra sponda del Pacifico gli accordi proseguono senza rischi di frenate perché non è necessario avere l'unanimità.

Dunque, l'UE può diventare marginale sullo scacchiere internazionale? “Come dimensione economica l'Ue è più forte, ma la crescita e le dinamiche di sviluppo sono maggiori dall'altra parte”, dice De Castro. “Ma gli Stati Uniti sono il nostro principale partner commerciale, e non capisco come sia possibile mancare questo obiettivo. Come se si fosse persa la fiducia nel ruolo dell'Europa” aggiunge. Anche Salvatore Monni ricorda che il Ttip non è solo un fatto commerciale, ma politico: “rafforzare il legame tra Usa ed Europa allontana l'entrata della Cina nel Vecchio continente, partner storico degli Usa”. Meno probabile, invece, che un fallimento del Ttip possa influenzare il Ceta, “anche se, come prima conseguenza”, aggiunge De Castro “si parla del Ceta come di un mini Ttip. L'accordo è stato trovato, ma bisogna solo ratificarlo. In teoria, non dovrebbero esserci passi indietro”.

 

Normative e denominazioni

A fronte dell'orgoglio italiano nel rivendicare a voce il valore dei prodotti, deve seguire un impegno concreto perché questo valore venga riconosciuto. Tra i temi caldi del Ttip, proprio la tutela del prodotto: “Attualmente” dice Paolo De Castro “9 prodotti venduti su 10 negli Usa sono falsificazioni, e il fenomeno chiamato Italian Sounding (ndr: a livello mondiale genera un giro di affari di 54 miliardi di euro l'anno secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, oltre 3 punti di PIL italiano) è così diffuso che in America chi compra prodotti falsificati non ne è assolutamente consapevole” Nel mondo più della metà dei prodotti venduti come italiani non sono made in Italy. L'entrata in vigore del Ttip potrebbe contribuire al recupero di una parte di questo mancato guadagno.

Il trattato negoziale è l'occasione per mettere in piedi delle procedure” spiega ancora Salvatici“Non è credibile un'invasione di prodotti americani e un'impennata del nostro export dall'oggi al domani, o la cancellazione dei nostri standard. Non c'è il rischio di venire spazzati via da un uragano”. Anche perché, nell'agroalimentare, siamo soprattutto esportatori e un forte ingresso sui mercati europei dei prodotti statunitensi è in larga misura infondato. Mentre, parlando di denominazioni e tutela del prodotto, “può essere l'occasione di portare avanti un dialogo, un sistema che non tocca certo il pregresso, ma potrebbe evitare appropriazioni indebite del nostro prodotto in futuro. Una direzione per le nuove normative, a partire dalla semplificazione di certe procedure, più che un cambiamento delle esistenti”. In parole povere: tanto rumore per niente? Non è detto, Monni allerta: “Si pensa che garantire il libero mercato sia un bene per tutti. Ma non credo sia così”.

 

Gli arbitrati ISDS

La questione degli arbitrati ISDS, (sigla che sta per Investor-state Dispute Settlement ovvero Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) invece? “È da capire se, così com'è, rappresenta un punto debole. Questo tipo di clausola c'è sempre stato, ed è nata per tutelare le imprese dei Paesi ricchi negli accordi con Paesi emergenti della cui stabilità politica e commerciale non ci si poteva fidare”, dice Salvatici, che aggiunge: “l'Unione europea ha le spalle abbastanza forti per fare fronte ai questi dibattiti”. Un po' come accaduto con Apple? “Se si pensa sono stati chiesti 13 miliardi di euro, così debole l'Europa non è”. Di parere contrario Salvatore Monni, che ritiene che, nel caso dell'entrata in vigore de Ttip, i parlamenti nazionali non avrebbero potuto intervenire sul caso Apple in Irlanda. “Chi produce sa già che si confronta con una politica che cambia le regole”, non ha certo bisogno di ulteriori tutele e di una regolamentazione che entra nel merito delle dispute.

 

Conseguenze sul Pil

Ma per quanto riguarda le proiezioni economiche sui singoli Paesi? “Abbiamo dei dati sul Pil (che onestamente mi sembrano molto ottimistici) ma non quelli sull'occupazione” dice Monni. Sono dati che non necessariamente vanno di pari passo: la crescita potrebbe anche implicare perdita di posti di lavoro, cosa che naturalmente nessun leader politico vuole affrontare in questo momento.

 

a cura di Antonella De Santis

 

Per saperne di più si può leggere il sito della Commissione europea o i nostri approfondimenti: 6 punti per capire il TtipAccordo di libero scambi: rischio o opportunita?

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