19 May 2016 / 16:05

Albiera Antinori: la forza delle donne

Venti milioni di bottiglie, dal Chianti Classico al Piemonte fino alla Puglia. E diverse imprese all’estero. Antinori non è una azienda, ma tante aziende insieme: questa la filosofia che ha ben presente Albiera, donna immagine e comunicazione della antica casata toscana.“Un futuro roseo e in rosa” sorride la manager che lavora al fianco delle due sorelle Allegra e Alessia.

Albiera Antinori: la forza delle donne

Venti milioni di bottiglie, dal Chianti Classico al Piemonte fino alla Puglia. E diverse imprese all’estero. Antinori non è una azienda, ma tante aziende insieme: questa la filosofia che ha ben presente Albiera, donna immagine e comunicazione della antica casata toscana.“Un futuro roseo e in rosa” sorride la manager che lavora al fianco delle due sorelle Allegra e Alessia.

Guardando alla genealogia della famiglia Antinori non si fa fatica a leggere nel corso dei secoli, ancor prima del 1385, anno in cui Giovanni di Pietro Antinori si iscrisse all’Arte dei Vinattieri di Firenze, un certo fiuto per gli affari, capacità imprenditoriali, politiche e una incontrovertibile intelligenza.

 

Albiera Antinori. Foto Sandro Michahelles

Albiera Antinori

Bastano pochi minuti in compagnia di Albiera Antinori per capire che l’intelligenza non sembra essersi dispersa nei vari passaggi generazionali, anzi. Madre di due figli poco più che ventenni, Albiera è una donna che misura le parole – ma non manca di dire quello che pensa – e che dietro al basso profilo (in cui all’apparenza si lascia davvero poco spazio) nasconde determinazione e grande forza di volontà.

Appena finito il liceo ho iniziato a lavorare in azienda. In agosto ero già al Castello della Sala per la vendemmia, a febbraio in viaggio con mio padre in Canada, la primavera successiva appresso alle nuove vigne di Casa Sole. Poi la vendemmia successiva. E sono ancora lì che le conto” racconta. E prosegue: “Negli anni ho lavorato in tutti i vari settori per capire, imparare, avere una visione d’insieme e scegliere quello che preferisco: la parte del marketing, inclusivo di immagine e comunicazione. Sono partita da lì e lì sono tornata, con un bagaglio di competenze che nel frattempo ho acquisito, nei vari e tanti settori che definiscono un’azienda di vino. Di più: un’azienda composta da tante aziende, come è Antinori. Non vorrei fare altro” conclude “Seguo anche la parte immobiliare, come restauro e costruzione, sia delle case presenti nelle varie aziende agricole che delle cantine. Alla fine anche la parte immobiliare è comunicazione”.

 

Famiglia Antinori Fot o Kevin Cruff

Una nuova generazione total pink

Ricevuto lo scorso anno il dono che attesta i 25 anni di lavoro in Antinori, Albiera è vicepresidente dell’azienda che porta il nome di famiglia e – insieme alle sorelle Allegra e Alessia – forma la nuova generazione, quella che succederà al padre Piero, l’uomo che ha preso le redini aziendali negli anni Sessanta, in un momento di grave crisi del mondo produttivo enologico, trasformando Antinori nel fiore all’occhiello che è oggi. “Siamo tre femmine. Così è andata. Un bene, credo, da diversi punti di vista. In questo paese a volte c’è bisogno di qualche forzatura per entrare nella modernità. Possono essere le quote rosa – cui io sarei ideologicamente contraria ma che vedo necessarie in un’Italia che altrimenti non darebbe mai spazio alle donne – o una successione tutta la femminile, come nel nostro caso”.Se fosse stata diversa? “Chissà come sarebbe andata se ci fosse stato anche solo un maschio… Non lo possiamo sapere. Di certo sappiamo che questo permetterà a me e alle mie sorelle di dimostrare che con il giusto spazio le donne possono molto. Diversamente dagli uomini, ma non meno”.

 

Le tre A: Albiera, Allegra, Alessia

Le sorelle Antinori sono molto diverse tra loro, per carattere, passioni, interessi personali. Danno una forte idea di coesione, di stima e rispetto reciproco. “Il nostro rapporto funziona perfettamente in quanto assimilabile alla figura geometrica del triangolo. Non ci sovrapponiamo, ma ci sosteniamo. Fossimo tutte e tre brave o comunque interessate a fare la stessa cosa forse sarebbe più complicato. Invece ognuna ha trovato un campo d’azione che la appassiona e che è diverso da quelli delle altre”. La divisione? “Io oltre al marketing, alle proprietà immobiliari e al mercato asiatico seguo Prunotto; Allegra si occupa di tutta l’accoglienza e dei ristoranti, della Fattoria delle Mortelle e della promozione del mercato degli Stati Uniti insieme ad Alessia; Alessia della parte museale di arte contemporanea al Bargino, della Fattoria di Fiorano e della promozione del mercato asiatico con me”. Quale è l'eredità di una famiglia come la vostra? “In una famiglia importante come la nostra non si tramanda solo un patrimonio, agricolo e immobiliare, un’attività, un nome. Quello che si tramanda da una generazione all’altra sono valori: identità, principi per cui manca soluzione di continuità. Sei parte di un meccanismo. E ne sei orgoglioso. Perché sei tu, è la tua storia. Prima ancora che tu nasca. È chiaro che non c’è nessun obbligo. La mia famiglia non ha mai imposto a me, a nessuna di noi, di fare quello che faccio. Ma io già lo facevo”.

 

Cantina Antinori nel Chianti Classico

Una realtà da 20 milioni di bottiglie l'anno

A oggi la produzione che fa capo al gruppo Antinori conta 20 milioni di bottiglie ogni anno, di cui la maggior parte a Santa Cristina, nel Chianti Classico, cui si aggiungono Guado al Tasso a Bolgheri, Castello della Sala in Umbria, Prunotto in Piemonte, Tormaresca in Puglia. Numeri importanti che fanno subito pensare a una realtà industriale. Antinori invece riesce a trasmettere un immaginario legato alla terra, da azienda agricola. “Antinori sono tante aziende agricole messe insieme. Non per niente ogni realtà ha un proprio nome, un proprio staff, proprie scelte agronomiche ed enologiche, proprie varietà” spiega“i numeri diventano importanti se messi insieme, ma nelle nostre intenzioni – e nei fatti – queste realtà rimangono distinte. Con una cura maniacale. È un grosso sforzo”.Perché se si cerca la massima espressione dei diversi territori, allora si devono fare scelte specifiche, spesso tra loro diverse. Perché i vitigni sono diversi, i climi sono diversi, e lo sono le persone, così come gli obiettivi. È come un armadio con tanti cassetti. Certo l’armadio è grande, contiene tanti cassetti. Ma ogni cassetto è un mondo a sé, e così viene trattato».

 

L'estero

Senza dimenticare le tante e diverse realtà all’estero, alcune di proprietà, altre joint venture. “Antica in Napa Valley, Tuzko in Ungheria, Meridiana a Malta sono oramai di proprietà. Poi ci sono joint venture in Cile, Washington State, Romania. Sulla carta sono tutti progetti molto interessanti, o che quanto meno nascono proprio dall’idea di poterlo essere”. Chiediamo un esempio: “Prendi Vitis Metamorfosis in Romania. Ci sono varietà molto particolari, dal negru de Dragasani alla feteasca neagra, con terreni molto interessanti e dalle grandissime potenzialità. Ma non tutti i progetti sono proprio facilissimi da gestire. La differenza la fa spesso il partner. E la distanza complica ancor più le cose”. Cosa danno in più queste esperienze fuori confine? “Di sicuro negli anni abbiamo imparato tanto da queste avventure all’estero: scopri dimensioni nuove, metodi di coltivazione, reazioni della vite, approcci filosofici o pratici diversi. Tutto ciò fa bene, aiuta ad ampliare il ragionamento. È il motivo per cui nessuna di queste esperienze è nata sotto la stella del profitto a breve termine o sotto un disegno strategico: sono spesso nate da incontri”.

 

Tignanello

Una storia fatta di istinto e convenzioni

Racconta ancora: “Mio padre è un uomo molto curioso. Credo che tutte le nostre partnership, in genere tutte le avventure di Antinori, siano nate da un’idea che si è via via fatta largo nella sua mente. A seguito di un incontro, un viaggio. Spesso in effetti mi domandano quale sia il disegno strategico di internazionalizzazione che c’è dietro alle scelte di Antinori. Con tutta onestà il disegno non c’è, non c’è mai stato. Se con questo si intende una pianificazione a tavolino”. E allora? In quale modo Antinori ha individuato, passo dopo passo, la strada che voleva percorrere?“È sempre stata più la sua curiosità, mista a una capacità intuitiva fuori dal normale. Mio padre sente. Sente dove va il gusto del vino, della cucina, dell’economia. Ed è sempre stato molto bello per me vederlo. Vederlo attivarsi di fronte a qualcosa che lo solletica. È ciò che gli ha fatto fare il Tignanello quando tutto in Chianti Classico sembrava perduto”. Una scelta che ha segnato la storia enologica in Italia. “Anche il coraggio di rompere le regole: in senso costruttivo, non nichilista. Mio padre può essere letto come un uomo rigido, attento alle convenzioni. In qualche modo lo è, però questo non gli ha mai impedito di seguire il suo istinto e di fare qualcosa che andasse contro allo status quo. La nostra generazione vive una realtà completamente diversa da quella della sua generazione, che certamente era più vicina per valori e sistemi comportamentali a quelli dell’800”.

 

Il futuro di Antinori

E dove andrà Antinori con voi? “Vedo il futuro di Antinori roseo, con gli inevitabili rischi, più filosofici che non pratici però, legati all’importanza di riuscire a passare bene, correttamente, tutti i valori, principi, regole, indirizzi alle generazioni dopo. Sono cose che possono rischiare di perdersi. Più le cose vanno bene, maggiori sono gli obiettivi centrati, maggiore è il rischio di essere meno taglienti e incisivi. Non vale solo per noi, per la proprietà. Vale anche per chi lavora con noi. L’attenzione maniacale al dettaglio non deve mai venir meno”.

Dal punto di vista di volumi e indirizzi quale futuro si prospetta? “Non vedo un Antinori più grossa bensì consolidata su quello che c’è e sul farlo meglio. Per meglio intendo con la ricerca sempre più precisa della tipicità di ogni singola fattoria. Una strada già intrapresa ma che ho l’ambizione di pensare possa essere perfezionata”. Come? Le idee girano veloci.“Alcuni progetti forse spariranno, sostituiti da altri, chissà: è normale, chi si ferma è perduto, ma non c’è nei progetti una crescita dimensionale. D'altronde l’ossessione del numero per crescere non l’abbiamo mai avuta”.

 

a cura di Eleonora Guerini

foto: Sandro Michahelles, Kevin Cruff

Articolo uscito sul numero di Maggio 2016 del Gambero Rosso. Per abbinarsi clicca qui 

 

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