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Mercoledì, 03 Febbraio 2010 12:22

Food Apartheid

La Lombardia, col plauso di
php" target="_blank">Confagricoltura, punta a un marchio regionale che certifichi la provenienza lombarda dei prodotti agricoli e dei cibi che da essi derivino se lavorati in zona (vedi Corriere della Sera, pagine lombarde). Il tutto, poi, dovrebbe avere una corsia separata, una segnalazione ad hoc nei supermercati e nei negozi. 

Certo, un modello di filiera corta. E per lo meno si certifica la provenienza geografica di ciò che comperiamo e mangiamo. Il tutto – affermano gli sponsor dell’iniziativa – a difesa della qualità e a favore dei consumatori.

Ma una domanda ci viene spontanea: cosa significa qualità?

Se un prodotto è prodotto con eccesso di veleni o in maniera intensiva o senza aderire a particolari protocolli di produzione che puntino ad ottenere prodotti sani, portatori di sapori e aromi particolari, che marchino un territorio, che siano ricchi di polifenoli, antiossidanti, sostanze positive… questo prodotto sarà di poca qualità anche se prodotto in Lombardia. O no?

Bene dunque l’indicazione dell’origine (provinciale e pure, sarebbe auspicabile, comunale). Ma dovrebbe essere la norma in tutta Italia. Questo sarebbe un aspetto della qualità, non “la” qualità. Non crea consapevolezza e capacità critica nei consumatori la convinzione che “italiano è bello” o “lombardo è bello” o “siciliano è bello” per il solo fatto di provenire da sotto casa. Anzi, spesso ciò porta alla mistica del prodotto senza basi concrete, senza la sostanza vera.

 

Stefano Polacchi

03/02/2010

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