Certo, un modello di filiera corta. E per lo meno si certifica la provenienza geografica di ciò che comperiamo e mangiamo. Il tutto – affermano gli sponsor dell’iniziativa – a difesa della qualità e a favore dei consumatori.
Ma una domanda ci viene spontanea: cosa significa qualità?
Se un prodotto è prodotto con eccesso di veleni o in maniera intensiva o senza aderire a particolari protocolli di produzione che puntino ad ottenere prodotti sani, portatori di sapori e aromi particolari, che marchino un territorio, che siano ricchi di polifenoli, antiossidanti, sostanze positive… questo prodotto sarà di poca qualità anche se prodotto in Lombardia. O no?
Bene dunque l’indicazione dell’origine (provinciale e pure, sarebbe auspicabile, comunale). Ma dovrebbe essere la norma in tutta Italia. Questo sarebbe un aspetto della qualità, non “la” qualità. Non crea consapevolezza e capacità critica nei consumatori la convinzione che “italiano è bello” o “lombardo è bello” o “siciliano è bello” per il solo fatto di provenire da sotto casa. Anzi, spesso ciò porta alla mistica del prodotto senza basi concrete, senza la sostanza vera.

Stefano Polacchi
03/02/2010






