Eravamo nella seconda metà degli anni Ottanta. Cresciuto in una famiglia siciliana che ha un sacro rispetto della cucina e dei suoi ingredienti, mi ritrovai a vent’anni a vivere da solo a New York per imparare il mestiere di giornalista. A Brooklyn, sulla 18th Avenue a Bensonhurst, c’era una sorta di enclave gatronomica: abbondavano i negozi dei paisà italiani di alimentari, ma bastava “sconfinare” a Manhattan per cadere in un inferno fatto di “spaghetti with meatball” o di tortellini con l’onnipresente Alfredo’s sauce, entrambi piatti da non augurare neppure a un naufrago sperduto. L’Italia in cucina, oltreoceano, era questa. E nei food emporium, oltre a pochissime marche, non c’era traccia dei nostri cibi.
Un quarto di secolo dopo mi ritrovo in America, dalla East alla West coast, molto di frequente: ho l’orgoglio di poter cucinare e fare la spesa con mia figlia ormai adolescente come se fossimo in Italia. Ciò che si è affermato, soprattutto negli ultimi dieci anni, è il rispetto per la nostra cucina, per i nostri ingredienti. Si è imposta, definitivamente, la cultura dell’eccellenza che ha soppiantato quella del surrogato. È oramai un dato acquisito che le materie prime della cucina italiana sono uniche e quindi insostituibili, che la nostra capacità di creare cultura tra i fornelli diviene tale perché corrisponde a una sana condotta di vita e di salute. È bello poter raccontare queste differenze tra quello che accadeva 25 anni fa e la situazione attuale. Ed è bellissimo che mia figlia non sappia neppure che cosa sia l’Alfredo’s sauce!
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