Con questo anniversario celebriamo il senso del «convivio» (dal latino cum-vivere) per ricordarci che, attraverso il cibo, «viviamo insieme». È questa la vera vocazione del Gambero Rosso che in questi 25 anni è riuscito a farsi apprezzare anche da quella parte di società che tendeva a privilegiare di più il «gambero» e meno il «rosso». Tra le righe della sua storia è viva la rappresentazione del legame che gli italiani hanno avuto con il cibo e il rapporto tra la tavola, la politica e l’economia. Insomma, se Pellegrino Artusi con la sua opera, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), contribuì a unire l’Italia più dei Promessi Sposi, dal Gambero Rosso ci aspettiamo che contribuisca a mantenerla unita continuando a parlare di cucina, di gusto e di relazioni.

La società italiana, che sta ricercando una sua identità, divisa tra i pranzi veloci e consumati in solitudine e l’emergente fenomeno dei foodies, ha ancora bisogno di una guida vera che aiuti a coniugare qualità e sobrietà per arginare gli sprechi e le ingiustizie legate al cibo.

Qualche anno fa ero in Colombia in missione. Mentre stavo visitando famiglie di poveri campesinos, un gesuita economista mi disse: “Ricorda, sulla tavola del mondo c’è cibo per tutti, ma sono ancora troppo pochi quelli che riescono a sedersi”. Da qui il mio augurio al Presidente del Gambero e ai suoi collaboratori: fare diventare stile di vita i valori che la nostra tradizione custodisce sul cibo: la condivisione, il dono, l’ospitalità, la fraternità universale.