oi appassionati di cibo e di vino aspettavamo con curiosità.
Si intitolava Gambero Rosso, come l’Osteria inventata da Carlo Lorenzini alias Collodi, figlio di un cuoco, che in Pinocchio inventò l’archetipo della cucina nazional-popolare. In quelle otto pagine formato quotidiano si mescolava la critica militante dell’Arci Gola con qualche recensione chic destinata a “golosi e curiosi”. Ci scriveva anche un certo Carlo Petrini, da Bra, che così presentava la sua associazione appena nata: un movimento teso alla “salvaguardia dell’ambiente e per la difesa dei consumatori, il tutto condito con la giusta dose di convivialità, di ben vivere, di godimento e di piacere che l’argomento richiede”. Ero da un anno redattore de La Stampa, settore interni e ogni tanto scrivevo di vino sulla pagina agricoltura, grazie all’esperienza maturata per qualche anno dirigendo Barolo & Co, una delle prime riviste dedicate all’enologia italiana e ai patriarchi del vino. C’era una gran voglia di sapere, di imparare, di discutere di gastronomia in modo nuovo: La Gola usciva dal 1982 e ci aveva insegnato la “cultura materiale” attraverso i dotti articoli di Alberto Capatti, Umberto Eco, Antonio Porta e Paolo Volponi. Ma era una rivista decisamente d’èlite, per iniziati e letterati. Quelle pagine del Gambero Rosso invece erano più ruspanti, si parlava della mia Langa e di Toscana, di vini e di mense aziendali, di ristoranti (c’era pure la firma di Edoardo Raspelli) e di libri.
Poi tre anni dopo arrivò l’edizione a colori, la rivista patinata, e ci sembrò di sognare. Ma quanta nostalgia, ai primi tempi, per il lenzuolone della prima critica militante e indipendente in Italia. E anche oggi, bersagliati come siamo in una tempesta mediatica di blog, newsletter, comunicati stampa, video, siti, riviste e guide, si finisce per rimpiangere quegli ingenui articoli sulle dieta dei detenuti del carcere di Rebibbia o contro un “tartufo più caro dell’oro”…






