18 Feb 2013 / 13:02

Il tormentone naturale

Il 2013 vedrà la comparsa sul mercato di numerosi vini elaborati senza anidride solforosa, stabilizzati con metodi nuovi, “naturali” e innovativi. Staremo a vedere. Si prepara una specie di tormentone mediatico, insomma, che va a sommarsi a quello dei vini “naturali”.

 

Dopo aver letto le conside

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Il 2013 vedrà la comparsa sul mercato di numerosi vini elaborati senza anidride solforosa, stabilizzati con metodi nuovi, “naturali” e innovativi. Staremo a vedere. Si prepara una specie di tormentone mediatico, insomma, che va a sommarsi a quello dei vini “naturali”.

 

Dopo aver letto le conside

razioni dei nostri amici francesi a pagina 146 - che noi tutti condividiamo - vorrei fare qualche osservazione anch’io… Ogni volta che sento parlare di vino naturale mi viene istintivamente da ridere. Perché se c’è qualcosa che naturale proprio non può essere è il vino. Il rapporto che c’è tra una ciliegia sull’albero e l’uomo che la coglie è, al limite, naturale. Nessun gesto superfluo, nessuna trasformazione, nessun intervento. La natura produce, l’uomo ne fruisce.

 

Come possa essere il vino naturale, se a questo termine vogliamo dare il significato che ha e non la populistica aurea del moralmente giusto, è qualcosa per me d’incomprensibile. Una vigna piantata, gestita, curata, con metodi chimici, biologici, biodinamici o preistorici che siano, un’uva raccolta e poi vinificata, il vino che ne nasce fatto maturare, poi imbottigliato e venduto, spesso nei più svariati angoli del pianeta…

 

Come si può, con tutto l’intervento umano che il produrre vino implica, parlare di naturalità? Semplicemente non si può. Ma si fa. Spesso perché fa figo, nei migliori dei casi perché non si fa la benché minima riflessione sul senso del termine che si usa. Contrabbandando la scelta di metodi arcaici, primordiali, come una scelta naturale. Invece spesso si tratta di una sorta di luddismo, di negazione della tecnologia a priori, senza entrare nel merito della qualità finale. Non avvelenare la terra è una scelta oltre che condivisibile anche sacrosanta. E’ la nostra terra, dove viviamo, e difenderne l’integrità mi sembra l’unico presupposto possibile a un vivere migliore oltre che alla mera sopravvivenza. Se un viticoltore sceglie di non utilizzare alcun prodotto di sintesi e di rischiare con i capricci del tempo e di scommettere sulla forza che una pianta coltivata senza chimica può raggiungere è lodevole. A patto che la lucidità e l’onestà intellettuale siano tali da far scegliere, a fronte di una vendemmia traballante, di non utilizzare e non trasformare quell’uva in vino dalle volatili che sfiorano lo spunto, o dall’evidente ossidazione o da un imprecisato gusto omologato che fermentazioni stop and go, con lieviti che non hanno le credenziali per gestire gradi alcolici spaventosi, com’è accaduto spesso nelle ultime annate.

 

Perché la scelta del bioqualcosa non credo debba mai essere quella di travestire il difetto con la scusa del “naturale”, tanto meno mi convince il mantra per cui quello dei vini “naturali” è un gusto da farsi, un percorso che necessita di tempo. Sarà ma, sempre per restare nel mondo biodinamico, non ricordo di aver mai fatto troppa fatica a comprendere i vini del Domaine de la Romanée-Conti. Sarà perché sono prima di tutto buoni?

 

Eleonora Guerini

Editoriale pubblicato nel Gambero Rosso di gennaio 2013

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