4 Dic 2014 / 13:12

A Roma lo Zio d'America raddoppia. Una storia imprenditoriale da Talenti a Piazza Bologna

Hanno rilevato il vecchio Zio d'America giusto 10 anni fa, rinnovando nel segno della qualità. Ora Roberto Imperatori e Aida Maria Capone raddoppiano e aprono a un passo da Piazza Bologna un locale gemello ma più piccolo. 400 metri quadrati di eccellenze gastronomiche: dal croissant al banco di formaggi, dalla pizza alla pasticceria.
A Roma lo Zio d'America raddoppia. Una storia imprenditoriale da Talenti a Piazza Bologna
Hanno rilevato il vecchio Zio d'America giusto 10 anni fa, rinnovando nel segno della qualità. Ora Roberto Imperatori e Aida Maria Capone raddoppiano e aprono a un passo da Piazza Bologna un locale gemello ma più piccolo. 400 metri quadrati di eccellenze gastronomiche: dal croissant al banco di formaggi, dalla pizza alla pasticceria.
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Per molti Talenti si dice Zio d'America. Tanto ha inciso nel quartiere questo mega locale (quasi 2000 mq) negli anni. Ma la storia di uno dei primi spazi multifunzionali della Capitale non è stata sempre facile. Rilevato 10 anni fa dalla famiglia Imperatori, esperienza della GDO (loro erano i Sir), quando era ormai chiuso da tempo, all'epoca monumento decadente di una crisi che ancora non aveva toccato le vette che abbiamo conosciuto in anni più recenti. Da allora l'impegno di Roberto Imperatori e sua moglie, Aida Maria Capone, ha avuto come obiettivo la rinascita di questo locale storico e il suo riposizionamento nel tessuto del quartiere. Non solo. Inaugura in questi giorni una seconda sede, in zona Nomentano, che ripropone in miniatura l'identità della casa madre, tanto negli arredi quanto nella proposta vocata all'alta qualità e alla facilità di fruizione.

Quando avete preso la gestione dello Zio d'America, il locale era chiuso. Quali sono stati i primi passi?
È stato difficile. Quando lo abbiamo rilevato era ormai chiuso, si mise di mezzo il comune per garantire il futuro dei tanti dipendenti, abbiamo fatto un accordo per riassumere tutto il personale della vecchia gestione. Oggi sono 80 persone, un po' meno rispetto a 10 anni fa: nel tempo qualcuno è andato in pensione, e qualche piccolo taglio è stato fatto. Abbiamo riorganizzato gli spazi. Al piano terra ci sono bar e pasticceria, e all'altro angolo il supermercato, al primo piano enoteca e ristorante; tutto collegato internamente. Si può mangiare in ogni parte del locale: la gastronomia è il core business, abbiamo banchi di fresco, salumi e formaggi, pescheria, macelleria. Il pane e i dolci sono di nostra produzione. Da un anno a questa parte c'è una partnership con Illy e Biasetto che ci fornisce i lieviti per la colazione e alcuni suoi dolci, come la famosa Setteveli.

Com'è stato?
Faticosissimo, quando l'abbiamo rilevato non versava in buone condizioni, persino Vissani aveva tentato inutilmente di risollevarne le sorti. Ma non è semplice, soprattutto il primo piano dove c'è il ristorante, che non è visibile da strada.

Cosa rimane del vecchio locale?
Lo Zio d'America è sempre stato un locale fuori dalle regole, in anticipo rispetto a quel che è venuto dopo: aperto 365 giorni l'anno, Natale incluso, dalla mattina presto alla sera tardi. Ha saputo rispondere a tante esigenze diverse: bar, enoteca, gastronomia, ristorante, supermercato. I clienti hanno sempre potuto fruire di queste cose in un solo posto e a qualsiasi ora. Ora l'apertura è dalle sei di mattina a dopo mezzanotte, mentre il supermercato chiude alle dieci di sera.

Come avete gestito l'eredità di un posto del genere?
Puntando sulla qualità e freschezza, facendo tesoro dell'esperienza della famiglia di mio marito. Ma abbiamo anche cercato di lavorare sul territorio per creare fidelizzare i nostri clienti. Li conosciamo tutti, conosciamo le loro storie e le loro famiglie, portiamo loro a casa la spesa o la cena. Abbiamo investito sulla qualità costante.

E la clientela come ha reagito?
Molto bene: sanno che di noi si possono fidare, si sentono a casa loro, spesso costruiamo insieme a loro le serate che organizziamo, come le due degustazioni che facciamo ogni mese, o le serate di jazz. Possono contare su di noi in ogni occasione. Pochi giorni fa un cliente ci ha detto: “meno male che c'è lo Zio d'America altrimenti cambierei quartiere”.

Come è cambiato Talenti in questi 10 anni?
A Talenti l'età media è piuttosto alta, con molti professionisti e persone in pensione, e sono molto esigenti. L'arrivo dei nuovi palazzi in zona Bufalotta ha portato abitanti più giovani, e altri ne arrivano dalle aree limitrofe. C'è poi uno zoccolo di giovanissimi, intorno ai 15 anni, e mi piacerebbe sviluppare un'offerta più allettante per loro. Abbiamo cercato di organizzare con i vigili urbani un percorso educativo sul consumo di alcol. Un locale così grande e inserito nel territorio deve essere in prima linea anche su questioni del genere. Non vendiamo alcol ai minorenni e se ci capita di vedere ragazzi che bevono cerchiamo, dove possibile, di avvisare le famiglie.

E la clientela è cambiata?
Piuttosto i consumi sono cambiati, perché la crisi si fa sentire, ma il lavoro che abbiamo fatto ha dato i suoi frutti. Abbiamo cercato di spiegare che il risparmio non esclude la possibilità di comprare bene. Faccio l'esempio della pasta al pomodoro: tre semplici ingredienti di grande qualità, pasta, passata e olio, non sono una spesa insostenibile. Si tratta di pochi centesimi a piatto.

E le persone hanno raccolto questo messaggio?
Sì, consumano meno, ma meglio: il cornetto adesso è più piccolo, ma eccellente (è quello di Biasetto). Così il caffè: una volta se ne prendevano anche tre o più nella giornata. Adesso il consumo è ridotto, ma la scelta è sempre quella della qualità, con illy. Così per la cioccolata, Domori o Venchi, o i tè Damman Frères. Stesso discorso per prosciutto, formaggi e altri prodotti. Il cliente abituato alla qualità continua a sceglierla, magari in quantità minore. I nostri clienti sono abituati a una proposta di valore, e su quello puntiamo. E loro lo sanno.

Insomma un esperimento piuttosto inedito di qualità direzionate alle masse. Quali sono gli spazi che funzionano meglio?
Il bar (circa 1800 scontrini ogni mattina) e il supermercato, il ristorante va forte soprattutto il fine settimana, e così l'enoteca che conta quasi 1000 etichette, da quelle più importanti, come Petrus o Masseto, alle piccole aziende.

Parliamo dell'enoteca: c'è interesse?
I clienti si affidano, noi gli facciamo assaggiare i prodotti, glieli raccontiamo, organizziamo molte degustazioni, abbiamo avuto anche serate con Ornellaia o Querciabella. Non è mai stata un'enoteca statica, abbiamo un concetto più moderno. Va bene le grandi etichette, ma ci piace fare proposte diverse e i vini escono dallo scaffale perché abbiamo un sommelier che li sa spiegare. E poi abbiamo una carta varia: italiani, esteri, champagne, birre artigianali, distillati.

Come si fa a far funzionare un posto così?
Siamo entrati in un luogo che aveva una storia. Dovevamo essere credibili, dimostrare di essere coerenti, affidabili, di venire incontro alle esigenze senza mai trascurare la qualità. Quindi anche quando ci sono delle offerte, il prodotto non cambia. Riusciamo a farle perché, credo, siamo bravi noi per primi a fare gli acquisti. E poi abbiamo conquistato la fiducia delle persone stando sempre qui, tra i tavoli, anche per il servizio. Le persone hanno capito chi c'è dietro questo mega locale. E si sentono a casa, si fidano.

Siete riusciti a selezionare la clientela?
Ci piacciono le famiglie, vogliamo che ognuno stia bene e trovi quel che cerca. E vogliamo far capire che la qualità non significa spendere tanto.

Ci faccia un esempio
La cioccolata calda sta a 4,50 euro. È Venchi e la serviamo con la granella di nocciole o pistacchio. Oppure il tè: ognuno può scegliere la propria miscela e acquistarla per casa, non ci sono le solite bustine. Riusciamo a dare attenzioni e servizio curato ai clienti, anche in locale di queste dimensioni. E il pomeriggio in molti si fermano da noi.

Per la sera invece?
Abbiamo portato al primo piano l'aperitivo con un barman professionista per i cocktail e il buffet. Facciamo provare nuovi prodotti e nuovi cocktail. In questo modo abbiamo conquistato anche una clientela imprevista, come delle signore di età anche superiore ai 70 anni, che vengono per l'happy hour. Abbiamo dato nuove abitudini ai clienti. E vogliamo che siano tranquilli.

Quindi niente calcio?
Abbiamo grandi schermi visibili sia al piano terra che a quello superiore. Però le partite in alcuni orari, come nel pomeriggio, impediscono a chi viene di stare tranquillo. Quindi a volte rinunciamo a trasmettere il calcio per fare stare meglio i nostri clienti. La sera incide meno perché al ristorante non si crea chiasso, per come è organizzato lo spazio.

Ora avete deciso di investire su un altro locale. Come mai?
Capita spesso che quando parlo di Piazza Talenti, mi dicano: “ah allo Zio d'America”. Abbiamo creduto che fosse un nome forte, che potesse funzionare anche in altri quartieri, con gli stessi criteri di qualità e versatilità.

Come sarà questo locale al Nomentano?
Una versione della casa madre in miniatura: 400 metri quadrati, con tutto quello che c'è a Talenti: ristorante, tavola calda, gastronomia, forno, bar, bistrot, gelateria, pasticceria, enoteca e un piccolo market dove abbiamo una selezione dei marchi che lavoriamo abitualmente: pasta Gentile, Cocco, Verrigni, oppure Robiola di Roccaverano. E così via, con il meglio del made in Italy. L'ambiente è coerente con il locale di Talenti, con molto legno e tocchi di marrone e rosso, che sono quelli del logo. Ci sono banconi e tavoli sociali all'ingresso e tavolini più riservati dentro.

In quanti siete in questa nuova avventura?
In questa operazione sono coinvolti tre imprenditori: chi ha venduto chi ha comprato e chi ha affittato. Abbiamo creato un indotto economico. Nello specifico poi dietro al nuovo Zio d'America siamo sempre in due: io e mio marito. Con una grande squadra di professionisti: 20 persone assunte già da 3 mesi, che hanno lavorato prima a Talenti per capire dinamiche e obiettivi di questo posto.

Come è il quartiere?
C'è un pubblico più giovanile, credo, ma ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Lo scopriremo nei prossimi giorni.

Il ristorante cosa propone?
Abbiamo Emanuele Di Cuonzo, un ragazzo giovane con esperienze sia in Italia che all'estero. La sua è una cucina moderna ma affonda le sue radici in sapori e piatti tradizionali. I suoi riferimenti sono quelli di una volta, ma la sua età e le sue esperienze portano un rinnovamento. Si occupa anche del pane e delle pizze, che il quartiere ci ha chiesto.

Date molto seguito alle richieste del pubblico?
Abbiamo guardato anche alle esigenze alimentari: con prodotti per celiaci e vegani. Per l'aperitivo ci sono i taglieri di formaggi, di solo parmigiano (24 mesi, 60 mesi e vacche rosse) e uno di formaggi di soia, per dare anche ai vegani un'offerta allettante e non banale. Così per i panini gourmet. La proposta per il pranzo che cambia continuamente. Per i vini (anche qui un migliaio di etichette) si va dagli 8 a centinaia di euro.

È stato complicato aprire?
Ci sono tantissime regole oggi, che a volte non capiamo neanche. Faccio un esempio: sul marciapiede c'erano delle buche abbastanza grandi. Dopo aver chiamato il Comune che ci ha detto che dovevamo venir ricontattati da un'impresa, abbiamo capito che le cose sarebbero troppo andate per le lunghe, pur volendo assumerci l'onere delle spese. Abbiamo fatto asfaltare, anche perché era pericoloso. Bene, abbiamo preso una denuncia. In questa situazione e con la condizione economica attuale, gli imprenditori lasciano perdere, perché poi si rischia di investire senza riuscire ad aprire.

Voi ci siete riusciti però
Spero che sia un segnale di speranza: ci siamo impegnati molto, abbiamo investito e assunto dipendenti giovani e non solo. Anche perché prima di trovare il personale adatto abbiamo incontrato tantissime persone e tante, di fronte a un'offerta concreta di lavoro, hanno posto dei limiti, per esempio per gli orari (qui si inizia presto) o la domenica lavorativa. Noi siamo l'esempio che si può fare impresa rispettando regole, clienti, facendo qualità, creando posti di lavoro, per chi ha voglia di lavorare, si intende.

Lo Zio d'America | Roma | via Ugo Ojetti, 2-22 | tel. 06.82098161 | piazza Mariano Armellini, 15 | http://www.loziodamerica.it/news_eventi/

a cura di Antonella De Santis

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