31 Lug 2015 / 17:07

Top Italian Food & Beverage: la guida al migliore agroalimentare italiano

Nell’anno di Expo Milano 2015 il Gambero Rosso realizza la prima guida dedicata alle migliori aziende agroalimentari italiane in “formato esportazione”: Top Italian Food & Beverage Experience. Una selezione di oltre 850 realtà tra le eccellenze made in Italy.

Top Italian Food & Beverage: la guida al migliore agroalimentare italiano

Nell’anno di Expo Milano 2015 il Gambero Rosso realizza la prima guida dedicata alle migliori aziende agroalimentari italiane in “formato esportazione”: Top Italian Food & Beverage Experience. Una selezione di oltre 850 realtà tra le eccellenze made in Italy.

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Grandi e piccoli marchi

La parte del leone la fa l'esercito delle piccole e medie aziende, più di 700 sulle 850 aziende in guida, divise per categorie merceologiche: dall'aceto ai salumi, passando per formaggi, olio, dolci, conserve, pasta, riso, miele, cioccolato, farine, legumi e cereali, caffè ecc. Aziende piccole ma non piccolissime, evolute, strutturate, capaci di produrre quantità critiche in modo da potersi affacciare al mercato estero. Certo non in modo capillare. Tuttavia proprio per questo rappresentano delle perle rare ma non impossibili, ambasciatrici del migliore artigianato gastronomico "maturo" italiano: quello che il mondo ci invidia. A seguire, la sezione dedicata ai Grandi Marchi, quasi 150 grandi aziende italiane in ordine alfabetico, molte storiche e conosciute a livello internazionale, che sono sinonimo di food made in Italy nel mondo: già il suono del loro nome e l'immagine del loro logo evocano il cibo italiano.

La guida Top Italian Food Experience, proposta in lingua italiana (e-book) e in inglese (su carta e in formato digitale), non è soltanto un catalogo delle aziende, grandi e piccole che siano, corredate da schede descrittive e loghi a colori. È anche un'opportunità per il comparto di far conoscere i propri prodotti al grande pubblico, ad appassionati e a gourmet ma anche e soprattutto ai buyer e alla stampa estera. Infatti, siamo convinti che per il made in Italy gastronomico la sfida si vinca sui mercati globali, come sta già avvenendo nel mondo del vino.

I comparti dell'export

Tanto che, secondo una indagine Sace – società del gruppo Allianz di assicurazione del credito per le esportazioni – pubblicata in occasione di Expo 2015, i comparti a maggior potenziale di esportazione sono il vino, l'industria conserviera e l'olio d'oliva, che rappresentano oltre il 50% del maggior export potenziale (3,9 miliardi). Non a caso si tratta di beni che possono ben coniugare la qualità italiana con processi di produzione industriali in grado di far fronte alla crescente domanda internazionale. “Considerando che l'export agroalimentare italiano è stato di circa 33 miliardi di euro nel 2013” conclude l'indagine “si potrebbe arrivare quindi a oltre 40 miliardi, a conferma del fatto che la quota 50 entro il 2020 è raggiungibile in modo concreto, ossia andando a calibrare le azioni direttamente sui mercati di opportunità e a livello di singoli comparti".

 

Il piano per la promozione del Made in Italy

Sull’onda di Expo Milano, a rafforzare la sua forza di fare da volano per la nostra economia, il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, ha siglato il disco verde per il piano per la promozione straordinaria del Made in Italy e l'attrazione degli investimenti in Italia: stanziamenti per 260 milioni di euro che avranno tra gli obiettivi quello di aumentare l'export di 50 miliardi in 3 anni. Inoltre il Cda della Cassa depositi e prestiti ha approvato l'aumento delle risorse dedicate a export e internazionalizzazione: dai 6,5 miliardi di euro attuali a 15 miliardi di euro (+130%).

Spiegando il piano, Guidi evidenzia le sue linee principali: valorizzare l'immagine del Made in Italy nel mondo; ampliare il numero delle imprese, in particolare le Pmi, che operano sul mercato globale; espandere le quote italiane del commercio internazionale che hanno visto la bilancia commerciale chiudersi l'anno scorso con un avanzo record di 42,9 miliardi di euro (il miglior risultato in Europa dopo la Germania); sostenere le iniziative di attrazione degli investimenti esteri in Italia.

 

I dati del 2014 e i primi mesi del 2015

I trend positivi delle esportazioni sono evidenziate dai dati Istat: il 2014 si è chiuso con una crescita del 2%, facendo tornare la lancetta sul + dopo un 2013 piatto. A fare da traino sono stati i Paesi dell'Ue, dove l'export è salito del 3,7% (-0,1% fuori dai confini dell'Unione). Il 2014 ha beneficiato della performance di dicembre (+6,3% in termini tendenziali). Nel 2014 l'avanzo della bilancia commerciale ha raggiunto i 42,9 miliardi di euro – come rilevava il ministro Gudi – il livello più alto dall'inizio della serie storica, ovvero almeno dagli anni Novanta: un dato che raddoppierebbe a 86 miliardi al netto dell'energia.

Intanto, anche Coldiretti ha analizzato i dati sui primi mesi del 2015 nel settore dell’export agroalimentare: con un aumento record che va dal +51 per cento in Cina al +26 per cento in Usa, il comparto food & wine traina le esportazioni. Il cibo tricolore cresce – rileva Coldiretti – su tutti i mercati, con un complessivo +13 per cento nel confronto con lo stesso mese dell’anno precedente, che sale al +19 per cento se si considerano i soli Paesi Extra Ue, grazie soprattutto al balzo record registrato in Cina e negli Stati Uniti. Ma la crescita è in doppia cifra anche all’interno dell’Unione Europea, dove incassa un +11 per cento. Resta, invece, negativo il dato della Russia, dove l’embargo continua a togliere quote di mercato ai prodotti alimentari italiani (-38 per cento in valore a marzo).

Dove si esporta il nostro agroalimentare?

Quali sono i Paesi più affamati di Made in Italy alimentare? “Per la debolezza di alcuni mercati emergenti” spiega Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare “nel 2014 è stata l’UE (+3,6% sui primi nove mesi 2014) a dare i migliori risultati. Fuori dell’Europa, torna a crescere la Cina (+5,3% nei primi 9 mesi), mentre gli effetti dell’embargo e l’arretramento del Pil ridimensionano la Russia, con +3,9% che anticipa una decelerazione più marcata nel lungo periodo”. Continua ancora Scardamaglia“Tra i pesi massimi del nostro export è stazionaria la Germania (+0,5%), vanno molto bene gli Usa (+6,5%) che rappresentano il terzo sbocco del food & drink nazionale (il primo per il vino)… Gli Stati Uniti pongono ancora importanti barriere non tariffarie che penalizzano tutti i comparti. E, soprattutto, hanno anche il non invidiabile primato in tema di contraffazione e Italian sounding: negli Usa solo 1 prodotto alimentare su 8 tra quelli venduti come made in Italy è realmente tale. Una truffa che ci toglie circa 60 miliardi di euro l’anno».

Gli Stati Uniti e il vino

Se dallo scorso anno – a sorpresa – gli Usa sono diventati i maggiori consumatori di vino al mondo, davanti a Francia e all'Italia, con i quasi 30 milioni di ettolitri consumati, gli italiani sono il primo paese fornitore di quel nettare di Bacco che conquista gli States. “Il nostro paese” afferma Coldiretti “è il principale fornitore straniero di vino degli Usa per un quantitativo di circa 2,4 milioni di ettolitri, superiore di 1 milione di ettolitri a quello dell'Australia, secondo paese di riferimento. Del resto, il vino rappresenta il prodotto agroalimentare Made in Italy maggiormente esportato per un valore di 5,1 miliardi nel 2014: oltre il 20% è diretto verso gli Stati Uniti che lo scorso anno hanno acquistato bottiglie per 1,1 miliardi, il massimo di sempre”.
I più amati dagli americani? I toscani Chianti e Brunello di Montalcino e il piemontese Barolo sono in pole position. Poi, Pinot Bianco e Prosecco. “Dati” spiega Coldiretti “che sono determinanti per compensare il calo dei consumi interni di vino in Italia che sono scesi al minimo storico attorno ai 20 milioni di ettolitri, con un taglio del 19% dall'inizio della crisi nel 2008”.

La Gran Bretagna e l'olio extravergine di oliva

Essere flessibili e innovativi; coltivare tradizione e innovazione; puntare su qualità, rispetto per l’ambiente e consumo etico”. Sono le cinque regole d’oro per essere vincenti sul mercato britannico. Il consiglio viene da Antonietta Kelly, trade analyst dell’ufficio Agenzia Ice di Londra, la quale – invitata da Unaprol a un workshop con i produttori – afferma che vi sono buone opportunità per le imprese olivicole del nostro Paese in Gran Bretagna, ma occorre puntare su alcune nicchie di mercato come specialità alimentari e ristorazione di alto livello. Nel 2014 (dati Agenzia ICE), le esportazioni italiane di prodotti alimentari e bevande verso il Regno Unito hanno fatturato 2,29 miliardi di sterline rispetto ai 2,17 miliardi del 2013 (+5,52%). In valore la quota di mercato detenuta dall’Italia nel 2014 è stata pari al 6,39%, in aumento rispetto al 2013 che corrispondeva al 5,92%. In quantità la quota di mercato dell’Italia è aumentata dal 5,13% del 2013 al 5,52% nel 2014.
Quello inglese è un mercato molto sensibile alla qualità del cibo, e ovviamente anche a quella dell’olio extra vergine di oliva” afferma la Kelly “Nel 2014 abbiamo esportato oltre 50milioni di sterline di prodotto italiano per un controvalore di 63 milioni di Euro. Il nostro paese è il secondo fornitore di olio di oliva in generale e con la sua quota di mercato, pari al 41%, copre abbondantemente oltre un terzo di tutto l’olio di oliva introdotto in Gran Bretagna. Le prospettive nel settore agroalimentare rimangono positive per gli esportatori italiani con un trend in costante aumento grazie anche al cambio favorevole sterlina /euro”.


a cura di Francesco Seccagno


Articolo uscito sul numero di Luglio 2015 del Gambero Rosso. Per abbonarti clicca qui

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