11 Nov 2015 / 13:11

La truffa dell’olio extravergine italiano. Lo scaffale è nudo

Per molti è la scoperta dell'acqua calda: che tanto olio in vendita nella Gdo sia tutto tranne che extravergine lo diciamo da tempo. E ora anche la Magistratura se ne accorge.

La truffa dell’olio extravergine italiano. Lo scaffale è nudo

Per molti è la scoperta dell'acqua calda: che tanto olio in vendita nella Gdo sia tutto tranne che extravergine lo diciamo da tempo. E ora anche la Magistratura se ne accorge.

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Finalmente sull’extravergine si può cominciare a fare discorsi che filano lisci… come l’olio! Noi – e con noi del Gambero anche tante associazioni dei produttori, Unaprol e Cia in primis – abbiamo sempre detto che sull’olio extravergine di oliva erano in gioco talmente tante truffe – vere e proprie frodi alimentari – da rendere alla fine quasi marginale il valore di uno dei prodotti di vera eccellenza (alimentare e salutistica) come appunto l’olio extravergine di oliva italiano. Del resto, bastava vedere i prezzi delle bottiglie vendute come extravergine per capire che non poteva trattarsi di extravergine: le offerte negli ipermercati arrivavano a scendere sotto i 3 euro per litro, quando l’olio di oliva extravergine “vero” costava dai 6 ai 10 euro (minimo) sui mercati italiani e nei frantoi.
 

Cosa c’è nelle bottiglie

Finalmente l’indagine portata avanti dal pm Raffaele Guariniello mette in luce una delle verità ovvie, ma sempre tenute in ombra: dentro la gran parte delle bottiglie con etichetta olio extravergine di oliva che si trovano sugli scaffali dei supermercati (e di molti alimentari) non solo non c’è olio italiano, ma non c’è proprio l’extravergine. Ciò significa che i produttori di eccellenza (i piccoli produttori, oltre l’80% del mondo dell’olio di oliva italiano) non hanno nessuna difesa rispetto all’offensiva dei grandi imbottigliatori: sono vittime di una assoluta violazione delle regole di concorrenza leale che un’economia seria di mercato vorrebbe. Una situazione che nel risultato ricorda quello che succede per la ristorazione nelle grandi città: i soldi della malavita, investiti nelle attività di ristorazione, drogano il mercato a tutti i livelli generando una concorrenza sleale che umilia la qualità. Così accade per l’extravergine: categoria merceologica dietro cui si nascondo raggiri portati avanti da chi un’oliva non l’ha vista mai neppure da lontano. Ma cosa significa extravergine? Extravergine è, prima di tutto, un olio ottenuto dalla spremitura con mezzi meccanici delle olive e che sia assente da difetti.

 

Il mercato delle cisterne di olio

Nelle bottiglie incriminate c’è di tutto: aspettiamo i risultati specifici delle diverse indagini in corso, ma molto probabilmente in quelle bottiglie si riscontreranno oli raffinati (ovvero rancidi e con altissime acidità – non commestibili – che vengono chimicamente resi inerti e portati a essere dei semplici liquidi grassi con dentro al massimo i residui chimici delle sostanze utilizzate), ci sono oli difettati, ci sono oli banalmente “vergini” (ovvero con acidità ben più alte di quelle dell’extravergine)…

Nella gran parte dei casi, chi imbottiglia compera cisterne enormi di olio prodotto e venduto a basso costo in paesi della Unione Europea e del bacino del Mediterraneo (e le etichetta apponendo marchi e brand che suonano italiano): “Carapelli, Santa Sabina, Bertolli, Coricelli, Sasso, Primadonna e Antica Badia, tutti oli imbottigliati in Toscana, Abruzzo e Liguria” si legge negli articoli di ieri che riportano le prime risultanze degli accertamenti fatti dai tecnici dell’Agenzia delle Dogane. Quasi la metà delle bottiglie analizzate sono risultate declassate da extravergine (come scritto in etichetta) a vergine.

 

Conseguenze per la salute

Il problema, dunque, emerge nella sua palese reale dimensione: non si tratta di comperare a 3 euro bottiglie di olio non italiano. Il punto è che si vende per extravergine un olio che non lo è. La qual cosa per la salute (se vogliamo lasciar da parte il piacere del palato, visto – oltre tutto – quanto sono cattivi questi oli) non è affatto irrilevante: quegli oli truffaldini hanno una elevata acidità e la cosa non fa bene affatto all’organismo. Ma quegli oli non hanno neppure un briciolo delle decantate proprietà salutistiche dell’extravergine di oliva: non hanno più polifenoli, non hanno antiossidanti, non fanno bene contro il colesterolo, non servono a prevenire le malattie cardiovascolari, non proteggono il cibo in cottura… sono solo grassi. E dal pessimo gusto. Il mercato è zeppo di prodotti dannosamente grassi ma comunque gustosi, qui siamo al paradosso: grassi dannosi e pure cattivi!

 

Un colpo per il Made in Italy di qualità

E fanno male all’immagine e alla considerazione del Made in Italy nel mondo (già il New York Times ci aveva dato – giustamente – giù qualche tempo fa, come vi avevamo raccontato qui). Così come fanno male all’economia e all’agricoltura di qualità italiana, fatta di migliaia e migliaia di piccoli produttori che ci mettono il sudore e la faccia ogni giorno, ma che di fronte a tali truffe non hanno nessun modo di difendersi. Hai voglia a discutere di quali caratteri e misure utilizzare per scrivere le etichette, a fissare paletti difficilmente comprensibili e ostiche che servono solo a complicare la vita di piccole aziende e piccoli frantoi artigianali.

Servono paletti certi, immediatamente comprensibili dai produttori e dai consumatori, servono categorie merceologiche diverse per evidenziare e premiare chi fa qualità e per chi punta solo ad arricchirsi ai limiti della legalità (quando, come nel caso appena visto, non si scivola proprio nella truffa) sulle spalle dei produttori seri e dei consumatori sprovveduti.

 

Piccole norme di autotutela

Una cosa, però, è certa: anche se non basta ad avere la certezza di acquistare un olio extravergine di oliva davvero valido, in ogni caso scegliere bottiglie che costano sopra ai 7 euro aiuta sicuramente a orientare meglio i consumatori. Inoltre, la cosa migliore sarebbe conoscere chi ci vende l’olio: basta fare un salto fuoriporta, visitare qualche frantoio, fermarsi in qualche azienda agricola e assaggiare l’olio, farsi raccontare come viene fatto, ascoltare le storie di chi lo fa. Si passa un bel fine settimana, ci si arricchisce di nuove esperienze e sicuramente si acquista un olio migliore di quello sequestrato e incriminato dall’Agenzia delle Dogane.

Poi, si possono consultare le guide di settore: noi del Gambero ne facciamo una, Oli d'Italia, l’unica che recensisce una per una le etichette di olio in commercio. Si sceglie l’olio che si desidera (sia che abbia un buon rapporto qualità/prezzo sia che abbia i valori e gli allori di un fuoriclasse) e si chiama il produttore per conoscere la bottega più vicina (leggete 12 imperdibili botteghe in Italia per comprare olio extravergine), o in alternativa si chiede di farselo spedire a casa. Un acquisto che si può fare in gruppo, magari per risparmiare sulle spese di trasporto: aiuta anche a migliorare e rinsaldare i rapporti sociali e gli scambi di esperienze con amici, parenti, colleghi di lavoro… tutti accomunati dalla ricerca di un buon vero extravergine di oliva, italiano ed extra vergine al 100%.

 

a cura di Stefano Polacchi

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