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21 Apr 2016 / 15:04

Internet of Things. Vol 1. Come funziona se applicato al mondo dell'agricoltura?

a cura di

Marco Gualtieri un anno fa (nell'articolo del 30 marzo 2015) l'aveva predetto:“In questi anni ci sarà un'accelerazione nell’agricoltura di precisione, fondata su droni e innovazione tecnologica”. Ed effettivamente oggi siamo nel pieno dell'Internet of Things anche nel settore agricolo.

Internet of Things. Vol 1. Come funziona se applicato al mondo dell'agricoltura?

Marco Gualtieri un anno fa (nell'articolo del 30 marzo 2015) l'aveva predetto:“In questi anni ci sarà un'accelerazione nell’agricoltura di precisione, fondata su droni e innovazione tecnologica”. Ed effettivamente oggi siamo nel pieno dell'Internet of Things anche nel settore agricolo.

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Internet of Things

Attraverso software, applicazioni, reti, telecamere e sensori, l'Internet of Things è in grado (in teoria) di massimizzare la produzione, ridurre al minimo i rischi e incrementare l’efficienza anche in un settore così tradizionale, come quello dell’agricoltura. In che senso? Quando si parla di IoT è più semplice spiegare con casi concreti. Sì perché le nuove soluzioni tecnologiche sono numerose e affrontano svariati temi, dalla produttività al controllo dei fitofarmaci, dalla sicurezza nel processo produttivo alla sostenibilità. Qualche esempio: per aumentare la produttività esistono tecnologie specializzate nel raccogliere dati sul suolo e sugli aspetti meteorologici (umidità dell’aria, temperatura, intensità dei raggi solari) funzionali a fare previsioni sui raccolti e ottimizzare i piani di semina, individuando sia le aree a maggiore produttività, sia le migliori coltivazioni da produrre. Sempre attraverso l’impiego di sensori e software vengono monitorati i silos e i nastri trasportatori per identificare tempestivamente eventuali problematiche, le quali vengono segnalate immediatamente ai diretti interessati. Come si suol dire: prevenire (i danni) è meglio che curare. Per ridurre l'impatto ambientale esistono invece sensori e telecamere che, una volta posizionati sugli alberi, sono in grado di individuare eventuali attacchi da parte di parassiti. Così l'agricoltore userà solo i pesticidi strettamente necessari e solo lì dove serve. Nulla di più. Riducendo i costi e l’impatto ambientale. Vanno verso la stessa direzione alcune aziende che applicano queste tecnologie (sensori e telecamere) all'agricoltura biologica. Come? Integrando l'Iot alle trappole a ferormoni, posizionate direttamente sui rami, in cui vengono utilizzati i feromoni delle femmine parassite, sintetizzati chimicamente, per attirare i maschi e intrappolarli. Questo però è un altro tema. Ritornando alla smart agriculture, questa consente di ridurre i costi (di risorse idriche e trattamenti fitosanitari) massimizzando la produzione. Con il valore aggiunto dei benefici ambientali.

Le tecnologie dell’IoT sono un alleato indispensabile?

Sicuramente agevolano la vita. Anche quelle tecnologie antenate dei droni, come i satelliti. Che in alcuni casi si sostituiscono all'occhio esperto dell'agricoltore, garantendo il monitoraggio delle aree da coltivare. È ciò che avviene nelle risaie della Tenuta Castello, a Desana. “Noi usiamo i satelliti sia per la semina che per lo spianamento” spiega Marco Vercellone, proprietario, insieme al fratello Edoardo, della Tenuta. “Per la prima, il satellite è collegato direttamente al trattore, il quale si muove seguendo delle file corrette, senza sovrapporre i semi in andata e in ritorno”. Quest’operazione impiegava, fino a qualche anno fa, un paio di operatori: il primo sul trattore responsabile di rilasciare i semi in risaia, il secondo posizionato sugli argini, per istruire il primo operatore sulla corretta zona di rilascio dei semi, onde evitare zone più seminate e zone meno. “Molti campi hanno poi bisogno di essere livellati, perché in certi punti della risaia si formano delle zone basse dove il riso stenterebbe a crescere per il livello notevole dell’acqua, e altre zone troppo alte che emergerebbero perciò verrebbero infestate facilmente dalle erbe”. Lo spianamento è un’operazione che si pratica solo da una ventina d’anni. “In questo caso l'apparecchio trasmittente viene piazzato a bordo campo sopra un treppiede sistemato perfettamente in bolla, che manda un raggio laser a 360°. Il trattore traina una lama, dove è sistemato l’apparecchio ricevente del laser, che dà il segnale al computer di bordo nella cabina del trattore. Di conseguenza la lama si abbassa prendendo terra oppure si alza, facendo cadere la terra li dove ce n'è bisogno”. Per distribuire i concimi? “Per noi è molto più semplice monitorare a vista la situazione, anche perché abbiamo sempre usato pochi concimi chimici, e solo per apportare al terreno l’azoto, il fosforo e il potassio che necessita”. L'Ente Nazionale Risi non è propriamente di questo avviso.

Dai satelliti ai droni

Uno delle problematiche che l'Ente Nazionale Risi ha voluto affrontare nelle proprie attività di ricerca riguarda per l'appunto il corretto dosaggio della concimazione azotata al fine di massimizzare la produzione (e quindi le entrate), preservando allo stesso tempo l’ambiente. Da un recente studio promosso dall'Ente si legge: “Attraverso tecniche di agricoltura di precisione, in grado di gestire le disomogeneità nutrizionali presentate dalla coltura all’interno di ogni appezzamento, è oggi possibile limitare gli squilibri a livello della nutrizione azotata”. Che possono penalizzare pesantemente sia la produzione sia la resa di lavorazione, per non parlare dell'aspetto ambientale della risaia. Ma quali tecniche di agricoltura di precisionenello specifico? Qui entrano in scena i droni con camere all’infrarosso, grazie ai quali si possono individuare e quantificare le differenze del livello di nutrizione azotata. “Le immagini rilevate dal complesso drone-camera [...] consentono di associare alle aree del campo a differente vigore, la dose di fertilizzante ottimale per uniformare e massimizzare le produzioni all’interno degli appezzamenti”. Ora si tratta di capire se, nel concreto, queste nuove tecnologie siano davvero utili alle aziende. Ecco perché, dal 2014, attraverso un progetto supportato finanziariamente da Kellogg e inserito nel programma di sostenibilità Origins, è possibile testare la tecnologia su scala aziendale. Il risultato? La tecnica e la tecnologia messe in campo, basate sull’utilizzo di droni e camere multispettrali, sono state in grado di portare a una riduzione del fertilizzante e ad un miglioramento produttivo il che si traduce sia in un vantaggio economico per il risicoltore che in un beneficio per l’ambiente. In vigna, invece, come vanno le cose? Scopritelo nella prossima puntata.

a cura di Annalisa Zordan

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