27 Apr 2016 / 17:04

Alla scoperta del Centro di Ricerca per la Frutticoltura di Roma. Visita alla banca della frutta

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A Fiorano, nella campagna romana che oggi fa parte del Parco Regionale dell’Appia Antica, si trova il Centro di Ricerca per la Frutticoltura, che è anche Istituto Sperimentale.  

Alla scoperta del Centro di Ricerca per la Frutticoltura di Roma. Visita alla banca della frutta

A Fiorano, nella campagna romana che oggi fa parte del Parco Regionale dell’Appia Antica, si trova il Centro di Ricerca per la Frutticoltura, che è anche Istituto Sperimentale.  

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Custode di un enorme patrimonio frutticolo

È un luogo incantevole a pochi chilometri dal centro di Roma che, nei suoi 66 ettari, detiene un patrimonio incredibile. Fatto di albicocchi, peschi, meli, susini, noci, ciliegi, mirtilli, lamponi, uva.Un posto che non tutti conoscono (si può visitare scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) ma che tutela un immenso capitale frutticolo grazie al lavoro quotidiano di agronomi, genetisti, biologi, chimici. Una sessantina di persone, tra ricercatori e tecnici, appartenenti al Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea).

Il centro presenta un sistema di conservazione del germoplasma frutticolo: “Abbiamo in campo 25 specie e circa 5500 accessioni, cioè differenti varietà all'interno di queste specie da frutto, conservate in campo”. Spiega il Direttore Davide Neri. Un esempio? Nel centro nazionale germoplasma per il melo sono presenti quasi mille varietà. “Abbiamo un'enorme disponibilità di risorse genetiche a partire da specie naturali, poi domesticate. Ciascuna specie ha una storia di diverse migliaia di anni e di differenti luoghi di coltivazione, questo implica un numero enorme di varietà derivanti da un'unica specie”.

Tutto questo materiale genetico viene usato dall'agricoltura? Neanche per sogno: si pensa a seguire le richieste del mercato e non certo a offrire tutta la varietà che sarebbe disponibile. Oggi la selezione di mele per il commercio vuole frutti grandi con caratteristiche di conservazione in frigo eccezionali. “Noi però custodiamo tutto - anche se per qualcuno potrebbe sembrare inutile - sia per un processo di miglioramento genetico futuro sia per far fronte a eventuali cambiamenti climatici o malattie che possono avvenire in modo imprevedibile”. E tutto è a disposizione di tutti. Nel senso che ogni azienda agricola potrebbe chiedere gemme di ogni tipo per impiantarle. In barba alla storia delle “specie scomparse”. In realtà qui ci si accorge che nulla è scomparso, è semmai scomparsa la voglia di coltivare specie frutticole un po' più particolari e meno potabili per il mercato facile.

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Il miglioramento genetico

Accanto alla custodia del patrimonio genetico, il centro lavora anche su processi di miglioramento genetico, volti a creare nuove variabilità, che potrebbero sostituire le attuali. Ci sono diversi progetti di ricerca in ballo, finanziati dalla Fao o partecipati con agricoltori privati. “Ci stiamo occupando, per esempio, delle pesche piatte (tabacchiere o platicarpa) nella zona di Fiumicello. Assieme agli agricoltori locali abbiamo messo a punto un progetto di rivitalizzazione del loro sistema con pesche locali, ma migliorate per far fronte alle esigenze del mercato, che vanno di pari passo al nostro stile di vita; per esempio una lunga shelf life, perché la spesa non la si fa tutti i giorni. Ciò comporta una selezione diversa rispetto a quella fatta negli anni cinquanta, quando le pesche erano prodotte principalmente per il mercato locale. Una grossa rivoluzione fu l'introduzione di quelle derivanti dal miglioramento genetico americano, che avevano più tenuta e capacità di resistere a conservazione frigorifera”.

La conservazione in frigo ha costituito una grande innovazione che ha rivoluzionato anche il panorama varietale delle mele. “Nei libri di agronomia del 1800, si parla di mele invernali, come la limoncella, la fruttella, l'annurca, la gelata; le stesse descritte da Columella duemila anni fa. Erano frutti che si mantenevano fuori dal frigorifero: l'annurca veniva conservata in melaio con la paglia, e lì prendeva il colore rosso che la caratterizza, la limoncella nelle grotte di alcuni paesi dell'entroterra abruzzese e molisano. Lo stesso la gelata”. Queste mele sono state abbandonate a favore di quelle che si conservano bene in frigo. Prima fra tutte la Golden Delicious. Abbandonate dai produttori, ma non dal Centro di Frutticoltra che ne conserva le molteplici varietà.

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Oggi il mercato richiede frutta senza semi

Altro progetto riguarda il melograno: “l'obiettivo è di creare una varietà con seme morbido o senza semi”. È una richiesta del mercato che comporta un cambiamento epocale, non privo di rischi. Come insegna la storia. “Quando è stata la volta dell'uva, per l'Italia fu una tragedia: eravamo i più grandi produttori di uva da tavola, la famosa uva Italia, buonissima ma con molti semi. Una volta messo in moto il meccanismo di miglioramento si sono ottenute uve senza semi, e la produzione di uva Italia è crollata”. Se si parla di miglioramento genetico si deve considerare il rischio della perdita di biodiversità e l'impatto sui mercati. La soluzione è non fare miglioramenti per paura delle conseguenze? Neri risponde in maniera ineccepibile: “Sono convinto che un'agricoltura capace di difendere la diversità sia un'agricoltura più forte. Ovviamente il Centro di Ricerca ha il dovere di comunicare al consumatore la sua necessità di avere diversità, anche per tutelare la sicurezza alimentare”. Non c'è un nemico da combattere, ma esiste un mondo da capire, e uno da responsabilizzare e incuriosire.

A questo si aggiunge un altro problema etico: “Con l'arrivo dei frutti senza semi si trasforma anche il modo di coltivare”. Parla della clonazione, che nel settore agricolo è ben tollerata. L'immaginazione va subito alla figura del contadino che con il suo coltellino innesta le gemme: “In natura, per esempio, molte piante sono spinescenti, come il pero naturale, quello dei nostri Appennini. Basta innestare la sua gemma in un porta innesto senza spine e il gioco è fatto. Nei laboratori del centro, andiamo oltre: mettiamo la gemma su uno strato di agar, facendola crescere in un ambiente asettico, e da una gemma otteniamo 1.000/10.000 individui uguali nell'arco di pochi mesi”. È sempre miglioramento genetico. Ma entriamo così nell'ambito degli Ogm?

Ricerca in laboratorio - Centro di Ricerca per la Frutticoltura di Roma

Gli Organismi Geneticamente Modificati

Ci risponde il ricercatore Ignazio Verde“Per modificare le piante l'uomo ha utilizzato nei millenni diversi strumenti di miglioramento genetico che vanno dalla semplice selezione, all'incrocio mirato fino alle moderne biotecnologie che comprendono anche gli Ogm”. Per spiegarlo meglio ci mostra una spiga di grano: “Questa in natura non potrebbe esistere, perché non dissemina. L'agricoltura nasce da qui, da un processo di domesticazione, ovvero dalla selezione di alcune tipologie di piante, magari con frutti più grandi. Il pesco attuale si pensa sia sessantaquattro volte più grande rispetto a quello selvatico, il pomodoro può arrivare anche a mille volte. Tutto questo è il risultato di 10.000 anni di selezione dei geni, nei quali l'uomo ha scelto, di volta in volta, quelli più utili”. Il miglioramento genetico, dunque, l'uomo lo fa da sempre, spesso in maniera inconscia e in tempi lunghissimi. Con la scoperta delle leggi di Mendel e, nel 1953, del DNA, cambia tutto. “Grazie a queste conoscenze possiamo intervenire in maniera rapida e precisa per modificare le piante, aumentandone la produttività. Per esempio si è passati, per il mais, da 10 a 100/150 quintali ettaro in circa un secolo”. Questo è dovuto agli incroci (anch'essi no Ogm).

Gli studi sono andati avanti e ci si è addentrati nell'era genomica, che comprende anche gli Organismi Geneticamente Modificati. “Il primo Ogm l'hanno creato inserendo il gene umano dell'insulina in un batterio, rivoluzionando la vita dei diabetici”. Ma quali sono i processi per arrivare a un Ogm? “Dapprima individuiamo il gene che controlla un carattere particolare (come resistenza alle malattie, colore della polpa o della buccia, più difficile con la produttività, perché non è determinata da un singolo gene). Poi lo isoliamo, lo preleviamo e, con la tecnica del DNA ricombinante, lo inseriamo in un altro individuo”. È una specie di taglia e cuci che accorcia i tempi della natura ma non è innaturale: “Pensate che l'8% del nostro DNA ci è stato innestato da virus con un’operazione di ingegneria genetica, la stessa che noi usiamo per modificare le piante”.

Perché gli Ogm vengono demonizzati? “Perché fin da subito sono stati associati a una multinazionale (la Monsanto) e all'utilizzo di un diserbante (Roundup). Questo è un errore, dovuto principalmente a una cattiva comunicazione da parte della multinazionale che, nel momento in cui ha proposto gli Ogm, lo ha fatto con eccessiva semplificazione, senza informare a dovere. In generale, poi, il consumatore, quando si parla di novità, è diffidente”. Noi aggiungiamo il fattore “antipatia” che la Monsanto si porta dietro, per via dei brevetti sulle sementi Ogm. “Se avessimo impostato il lavoro in maniera più costruttiva, avremmo avuto molte varietà esistenti senza interessi di multinazionali dietro. Esempio: il pomodoro San Marzano praticamente non esiste più. Sarebbe stato possibile, con una operazione di ingegneria genetica, riuscire a coltivare lo stesso pomodoro ma resistente ai virus che attualmente lo massacrano”. Parlando di agrobiodiversità si dovrebbe pensare anche che si potrebbero tutelare alcuni prodotti tradizionali attraverso interventi di ingegneria genetica, ma la legislazione non lo permette e l'opinione pubblica è contraria.

Una volta per tutte: fanno male? “La Comunità Europea ha stanziato 300 milioni di euro per 130 progetti coinvolgendo circa 500 istituzioni di ricerca: fra la vasta letteratura scaturita da queste ricerche, non c'è un solo lavoro che dimostri la pericolosità degli Ogm”. Eppure da quindici anni l'Italia non investe un euro nel settore delle biotecnologie. Ma acquistiamo gli Ogm dall'estero.

Fragole

Curiosità a margine

Il biologico rappresenta il futuro dell'agricoltura? “L'agricoltura bio è un protocollo di produzione, come quella integrata, che in alcune situazioni può funzionare” spiega Neri “non sono in grado di ipotizzare le percentuali che potranno essere raggiunte, però una cosa è certa: all'interno di questa ricchezza di genotipi, di volta in volta, si può trovare il protocollo di produzione più adatto. L'arma vincente è l'elasticità”.

Un frutto da salvare? “Negli ultimi anni c'è stato un crollo nei consumi di nespole e sorbe”.

Un frutto da raccontare? “La fragola che mangiamo oggi. La Fragaria x ananassa, che è un incrocio tra la virginiana nord americana e la chiloensis o cilena. Fragole che, se fosse stato per la natura, non si sarebbero mai incontrate. Si incontrano invece alla corte di Versailles, nel 1700, durante le grandi esplorazioni, grazie al giardiniere del re che semina i semi delle due specie vicine”.

C'è una “frutta panacea”? Risponde il ricercatore Federico Scossa: “I frutti ricchi di polifenoli e antocianine, come more, lamponi e mirtilli. Anche se, questi metaboliti secondari, sono più presenti nei frutti selvatici, non soggetti a domesticazione. I quali, però, sono ricchi anche di molecole velenose”.

Centro di ricerca per la frutticoltura | Roma | via di Fioranello, 52 | sito.entecra.it

a cura di Annalisa Zordan

foto: www.albertoblasetti.com

 

 

 

 

 

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