23 Giu 2016 / 19:06

Brexit: cosa rischiano gli imprenditori italiani della ristorazione?

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Instabilità, cambiamento negli assetti economici europei, nuove norme, tasse e possibili difficoltà per chi decide di fare impresa nel Regno Unito. Abbiamo chiesto ai nostri imprenditori nel settore del Food&Beverage, quali sono le possibili conseguenze della Brexit e come vivono queste ore di incertezza. 

Brexit: cosa rischiano gli imprenditori italiani della ristorazione?

Instabilità, cambiamento negli assetti economici europei, nuove norme, tasse e possibili difficoltà per chi decide di fare impresa nel Regno Unito. Abbiamo chiesto ai nostri imprenditori nel settore del Food&Beverage, quali sono le possibili conseguenze della Brexit e come vivono queste ore di incertezza. 

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Pub

Sono ore di incertezza per tutti. Per Marco Pucciotti, imprenditore romano che all'attivo vanta diverse insegne nella Capitale, dal fine dining della Trattoria Epiro alle incursioni birrarie di Hop&Pork e Barley Wine, all'ultima fortunata scommessa di Sbanco, con Stefano Callegari e Giovanni Campari del Birrificio del Ducato. Proprio con il produttore emiliano, un anno e mezzo fa Pucciotti intraprendeva la strada inglese, scommettendo sulla buona riuscita di un gastropub all'italiana proprio nella patria dei pub con cucina. E il tempo gli ha dato ragione: oggi The Italian Job, distretto londinese di Chiswick, è un'azienda decisamente avviata e alla qualità di birre e prodotti made in Italy, principalmente salumi in arrivo dall'Emilia, deve molto del suo successo. Tanto da incentivare la coppia Pucciotti/Campari a proseguire dritti per la strada maestra, con l'apertura (entro la fine del 2016?) di ben tre nuovi locali, tutti a Londra, finanziati in gran parte tramite il crowdfunding andato a buon fine nei mesi scorsi. Un percorso che secondo le aspettative più rosee li porterà a presidiare importanti location della capitale inglese, anche se per ora non possiamo rivelarvi di più.

Ma la vittoria del Sì potrebbe complicare non poco le cose: “Se posso essere sincero sono un po' preoccupato” esordisce Pucciotti “per noi potrebbero cambiare un bel po' di cose”. La preoccupazione maggiore è legata all'assunzione di personale italiano: “Dall'inizio, il nostro format prevede la selezione e la formazione di personale in Italia. Con la Gran Bretagna fuori dall'Europa le pratiche per mettere in regola i nostri dipendenti a Londra potrebbero essere molto più complesse”. Un po' come la richiesta di “sponsor” che vige negli Stati Uniti o in Australia, per intenderci, “sto cercando di capirne qualcosa di più con il mio commercialista inglese, per essere pronto”. Certo, si profilerebbe un futuro di lungaggini burocratiche. Poi ci sono i prodotti da importare su suolo inglese per restare fedeli al progetto, con quanto ne conseguirebbe in termini di “accise, dogane e logistica tutta”. E non meno rilevante per chi è abituato a spostarsi spesso tra un aeroporto e l'altro nel giro di 24/48 ore per motivi di lavoro, il complicarsi delle trafile in entrata e uscita dalla Gran Bretagna. Insomma, “è difficile dire cosa potrebbe realmente accadere”, quel che è certo è che “saremmo costretti a faticare il doppio, anche perché, di certo, la nostra filosofia non può cambiare”.

Ristoranti

Chi sulla trasferta inglese ha scommesso già da qualche anno è pure un'insospettabile piccola realtà di Casalvieri, in provincia di Frosinone, dove la storia dell'Osteria del Tempo Perso è iniziata grazie a mamma Sabrina. All'inizio del 2014 i fratelli Iacobelli decidevano di esportare la cucina tradizionale di territorio che li ha resi celebri nel Basso Lazio in Scozia, e così una replica fedele (ma attenta alle esigenze del pubblico scozzese) dell'osteria apriva a Edimburgo, nell'elegante quartiere di Bruntsfield. Nel frattempo è arrivato anche il raddoppio a Glasgow. Anche in questo caso, insieme alle ricette dell'autentica tradizione italiana, il segreto del successo si fonda sull'importazione dei migliori prodotti di casa nostra, dal formaggio Marzolino a tante altre specialità della Valle di Comino. E ora cosa accadrà? Ci risponde Marco, che dei due fratelli è quello impegnato a controllare l'attività all'estero: “L'auspicio, e la sensazione delle scorse ore, evidentemente sbagliata, era che il fronte del Sì non avrebbe vinto. Da Edimburgo comunque ci rassicurano, abbiamo parlato con gli enti locali, ci hanno garantito che se non dovesse essere così tuteleranno chi ha già stabilito attività nel Paese”. E se fosse necessario Marco paventa anche l'ipotesi di una società compartecipata con imprenditori inglesi. Per il momento, però, il sentimento all'Osteria del tempo perso è positivo: “Ci preoccupa principalmente l'aspetto occupazionale. In sala lavora solo personale italiano, mentre in cucina siamo al 50% tra cuochi italiani e scozzesi. Ora dovremo capire come regolarci”.

Simile lo stato d'animo a Nerano, prima sede del Quattro Passi che qualche anno fa ha aperto anche nella capitale britannica. Non hanno ancora affrontato nei dettagli la questione. “Eravamo convinti che non ci sarebbe stata un'uscita” dicono dalla famiglia Mellino, che al momento è preoccupata soprattutto di questioni burocratiche. “Nostro figlio si trova a Londra, e seguirà lui ogni cosa da lì. Per ora pare che ci saranno da affrontare soprattutto aspetti legati alle procedure per il soggiorno e il lavoro fuori dall'Unione Europea, un po' come per i permessi di soggiorno”.

Fresco di apertura a Londra, dal team de La Pia registriamo un parere in controtendenza. La storica insegna della farinata ligure di La Spezia ha inaugurato un paio di settimane fa al 312 di Ladbroke Grove con l'idea di far scoprire agli inglesi un prodotto buono, genuino, a costi contenuti. “Ci stiamo ancora ambientando, per ora il problema principale è prendere le misure con il panorama dell'offerta gastronomica in cittàci dicono, e della Brexit non si preoccupano molto. “Anche perché se è vero che la sterlina andrà incontro a un deprezzamento, allora sarebbe più facile per chi arriva dall'estero investire in Gran Bretagna. Anche questa è una prospettiva.

Street food e Mercati

“Apprendo con grande senso di sconfitta dell'uscita della UK dall'Unione Europea” così Andrea Rasca creatore del Mercato Metropolitano che tra qualche settimana aprirà la sua prima sede fuori dall'Italia, proprio a Londra. "Il cambio si poteva gestire stando dentro l'Unione”. Con queste parole Andrea Rasca si confronta con una Gran Bretagna che oggi è un Paese spezzato in due "quasi metà della popolazione voleva rimanere. La cosa ancora più grave è che è un paese diviso tra giovani che avevano votato per rimanere e meno giovani che hanno voluto e ottenuto l'uscita”. Questo il contesto, difficile prevedere quali saranno gli accordi reali anche perché ci saranno due anni di tempo per adeguarsi. “Per certo il commercio di merci e di persone diventerà più complesso, e più caro, ma questo non significa che il volume di business dovrà diminuire". Poi c'è un distinguo da fare “Londra non è la Gran Bretagna e rimane la città più ricca e dinamica d'Europa” dettaglio non secondario per gli imprenditori operativi nella capitale britannica “Noi investendo a Londra, riaffermiamo un modello che non teme le variabili dei mercati internazionali, poiché Mercato Metropolitano rappresenta la rivincita degli artigiani, dei piccoli produttori, agricoltori locali o meno. Proprio le categorie che una certa forma di globalizzazione e di retail hanno voluto schiacciare, ma che invece sono la unica risposta per la salvaguardia del nostro pianeta e delle persone che lo abitano”.

L'uscita di scena della Gran Bretagna dall'Unione Europea potrebbe avere un impatto notevole anche su tutte le attività di cibo da strada - food truck, banchi al mercato, api e simili - che basano la loro offerta su materie prime e prodotti importati dall'estero. C'è chi, come Gian Alberto Kiefner del food truck Raw Cheese Power, è pronto a modificare la proposta e limitarla ai confini nazionali: "Ci sarà meno richiesta di prodotti stranieri e, naturalmente, i prezzi delle materie prime importate aumenteranno. Io mi sento abbastanza tranquillo perché attualmente vendo formaggi italiani, francesi ma anche inglesi. Nel caso in cui la richiesta dovesse diminuire, punterei solo sul made in England".

 

Il possibile aumento dei prezzi ce lo conferma anche Matteo Borea dello stand Church of Cheese al White Cross Market, che aggiunge: "Attualmente non si paga l'Iva sugli alimenti ma cpn l'uscita dell'Inghilterra dall'UE ci potrebero essere dei dazi notevoli. Comunque, quel che è peggio è che non si possono ancora definire delle conseguenze. Dal momento della vittoria della Brexit, passerebbero comunque 2 anni prima di stabilire i nuovi regolamenti. Naturalmente, l'uscita potrebbe creare diversi svantaggi per i commercianti, e non solo".

Produttori

Allerta anche nel mondo brassicolo che potrebbe avere una grossa ricaduta dalla Brexit vista la rilevanza del Regno Unito in questo settore: parliamo di uno dei maggiori produttori e consumatori di birra, dove esiste una tradizione molto forte e radicata. “La Brexit sicuramente renderà le esportazioni verso UK più complicate” dice Leonardo Di Vincenzo di Birra del Borgo  "non in termini di penetrazione del prodotto sul mercato, quanto relativamente alle maggiori autorizzazioni necessarie, probabilmente sia da un punto di vista sanitario che da un punto di vista doganale. Altro discorso se questa cosa avrà ripercussioni sulla valuta": nel caso di una deprezzamento della sterlina, le importazioni sarebbero sicuramente ostacolate a favore dell'export. E loro il prodotto ce l'hanno e ben posizionato. Nell'ipotesi di una sterlina forte rispetto all'euro ovviamente le prospettive si invertirebbero. Ma è un panorama meno probabile. “La situazione peggiorerebbe se venissero attuate logiche di protezionismo verso birre prodotte sul loro territorio, sempre che l'Europa non vada ad aumentare dazi sui prodotti esportati dall'UK”. Non dimentichiamo, però, che molto dell'export brassicolo dall'Italia verso il Regno Unito riguarda un prodotto premium, con particolari dinamiche di mercato. 

Previsioni non se ne possono fare” dice Fabrizio De Mauro di Said, che a Londra ha una caffetteria in cui vende la cioccolata che produce a Roma “è un'incognita enorme e comunque sarà un traghettamento abbastanza lento, anche dal punto di vista legislativo”. Ci vorranno almeno un paio di anni, se non tre prima prima che l'uscita sia a regime. “Ora che il Regno Unito è diventato un paese extracomunitario dovrà affrontare tante questioni: quelle fiscali, quelle legate all'importazione, al lavoro, che potrebbe diventare più costoso e più complicato per gli stranieri” dice. Ma aggiunge “bisogna vedere se manterranno maglie più larghe nei confronti degli europei o se si blindano allo stesso modo per tutti, ma credo sia improbabile”, anche guardando la storia della Gran Bretagna, che poi, per certi versi, non è mai stata completamente dentro l'Europa. Come importatori di un prodotto italiano l'eventualità di regole diverse e dazi maggiori li tocca da vicino, “ma possiamo affrontarlo come abbiamo fatto per altri mercati in cui siamo stati presenti”.

La previsione più immediata, e già in parte confermata, è un crollo della sterlina che potrebe avere implicazioni molto ampie sia sul mercato interno sia su quelli internazionali. “Potrebbero cambiare degli equilibri e, come tutti, anche noi rischiamo di avere un prodotto fuori mercato”. C'è una cosa da considerare, però: “un terzo del Pil britannico dipende da Londra e Londra ha un ruolo chiave come piattaforma di scambio internazionale, non credo abbiano interesse a perdere questa posizione”. Dunque qualsiasi siano gli scenari futuri, molto probabilmente il ruolo cardine di Londra sarà tutelato: “per noi ha più importanza questo aspetto che il ritorno economico dell'attività di Londra”. Certo è che il mercato immobiliare al momento è congelato, e con esso i progetti di moltiplicare le sedi nella capitale britannica.

 

a cura di Michela Becchi, Antonella De Santis, Livia Montagnoli

 

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