17 Feb 2018 / 10:02

Libri. Peste e corna. Dove la lingua sconfigge il pensiero

Un nuovo volume parla del linguaggio usato e abusato dei giorni nostri. Lo firma Massimo Roscia appassionato di gastronomia come di lingua italiana. E prende di mira anche il mondo del food con le sue frasi idiomatiche e le manie linguistiche.

Libri. Peste e corna. Dove la lingua sconfigge il pensiero

Un nuovo volume parla del linguaggio usato e abusato dei giorni nostri. Lo firma Massimo Roscia appassionato di gastronomia come di lingua italiana. E prende di mira anche il mondo del food con le sue frasi idiomatiche e le manie linguistiche.

Quante frasi fatte si dicono ogni giorno e di quanti luoghi comuni sono infarciti i nostri discorsi? Talvolta non ce ne accorgiamo neppure, circondati come siamo di cliché linguistici. Ne parla un libro che racconta, dal punto di vista del linguaggio, anche il mondo del cibo (che naturalmente oggi si chiama food).

 

Massimo Roscia

Al suo quarto libro Roscia, già autore di Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo (Edizioni della Meridiana, 2006), La strage dei congiuntivi (Exòrma, 2014) e Di grammatica non si muore (Sperling & Kupfer, 2016) è autore di romanzi e saggi, guide turistiche e sceneggiature televisive, docente (anche per i master del Gambero Rosso) di comunicazione, editing, tecniche di scrittura, appassionato di cucina quanto di lingua italiana, ironico, ironico, ironico. Capace di volgere in parodia anche la più paludata delle lezioni di grammatica (ma poi chi l'ha detto che la grammatica è noiosa?).

Stavolta prende di petto uno dei vizi del nostro tempo: le frasi fatte. “Anche se, a pensarci bene, «Io odio le frasi fatte» è a sua volta una frase fatta”. Intendiamoci, ognuno di noi le usa, lui per primo (con cognizione di causa). Occorre però conoscerle e saperle impiegare. Soprattutto ora che social network e altri mezzi di comunicazione le han fatte proliferare, anche se il loro uso ha radici ben più profonde, e nel libro gli esempi non mancano. Bisogna dunque servirsene con parsimonia e grande maestria, per non banalizzare ogni discorso, confonderlo nella massa delle parole indistinte e impoverite dall'abuso, offuscare l'identità di chi parla o scrive. E questo è ben raccontato nel libro, in cui Roscia gioca con le parole nello stile di Flaiano o Campanile, istilla il sorriso o il riso aperto e insieme “invita a cercare (almeno) un modo migliore per dire sempre le stesse cose”.

Un volume con un obiettivo preciso

Comincia con il cercare, nei discorsi di ogni giorno, le trappole dell'ovvio e del già sentito, e scopre che sono ovunque: i giornali ne fanno un uso smodato, i linguaggi di settore (meteo, cucina, medicina) ne sono vittime (in)consapevoli, per non parlare della burocrazia che ha dato vita a un linguaggio suo: il burocratese, e il resto del mondo non fa che seguire sentieri già battuti. Le frasi idiomatiche albergano nelle conversazioni occasionali, alla posta come al bar, sul treno e nelle mille, normalissime, situazioni che la vita ci offre. Ma non sfuggono neanche i casi eccezionali. “In fin dei conti, ognuno di noi le usa. Perché sono immediate, perché le sentiamo in ogni dove, perché chiunque le capisce (o almeno finge bene)” e così via, con una sequenza di perché che ne sostengono l'uso (non ultimo perché vengono in soccorso quando mancano le parole e aiutano a rompere il ghiaccio). Attratto da questi stereotipi linguistici, Roscia va: “partito in quarta, rimboccandomi le maniche, gettandomi a capofitto in questo libro e iniziando, nei ritagli di tempo, a raccogliere tutte le frasi fatte, ovvero quelle frasi vuote, che passano di bocca in bocca, crescono come la gramigna, vengono ripetute fino alla nausea e, dagli oggi e dagli domani, fanno ridere i polli, rivoltare lo stomaco, perdere le staffe, accapponare la pelle, arricciare il naso, rizzare i capelli, venire il latte alle ginocchia e cadere le braccia”. Esordisce così, e già mette in chiaro quanto siano subdole e pervasive le frasi fatte, tutte quelle parole che pronunciamo in automatico, in successione precisa. È una disanima di questa cattiva abitudine, ma anche un elogio alla lingua italiana, ai segreti che sa rivelare e alle insidie che può celare, ai riverberi e alle molte, continue, eco di cui si nutre e con cui ingrossa.

 

Il libro

Non un saggio, non un manuale, ma un raccontino agile che dietro la cornice filiforme della storia mette alla berlina il mal parlare dei nostri tempi. Per farlo ci racconta le disavventure di Mario – un anonimo impiegato, povero Cristo, uomo della porta accanto - che segue nel suo districarsi tra le normali vicissitudini di uomo qualunque, tra lavoro e vita privata. Lo accompagniamo a Milano a trovare la figlia, o nel bel mezzo di un convengo, alle prese con le previsioni meteo e con problemi (e vocabolari) medici, soffocato dalle ultime notizie. In ogni circostanza, però, i luoghi comuni, le metafore logore, i cliché, le banalità travestite da riflessioni profonde, la filosofia spicciola, le frasi fatte (quelle che Umberto Eco definiva minestre riscaldate) incombono, “sono il cloroformio del pensiero” scrive Roscia, che le usa al pari dei vari personaggi. Perché ci rifugiamo in quel parlare che l'alta frequenza d'uso ha impoverito? Certi automatismi sono davvero inevitabili?

 

Dove nascono i modi di dire?

Insomma: Peste e corna è un libretto gustoso che getta una luce sulle (cattive) abitudini linguistiche usate per pigrizia o per il desiderio di adattarsi alla moda (e ai modi, quelli di dire). Spesso impiegati involontariamente, senza conoscerne il vero significato e l'origine. A questo pone rimedio con piccoli approfondimenti sulla nascita delle più comuni frasi fatte, che talvolta hanno radici letterarie (come il dantesco far tremare le vene e i polsi, o il donchishottesco lottare contro i mulini a vento) tal altra religiose (per esempio manna dal cielo o capire l'antifona), mitologiche (il vaso di Pandora o il tallone d'Achille), storiche (il dado è tratto), altre ancora fanno riferimento ad abitudini perse nel tempo (come nel caso del bicchiere della staffa, l'ultimo della serata bevuto quando si era già quasi saliti a cavallo), mentre le espressioni più moderne derivano dal mondo del cinema, della televisione, della pubblicità o di internet, a tracciare un multiforme panorama di riferimento.

 

Il linguaggio del food

Da questo linguaggio automatico non si salva neanche il mondo esondante del cibo (pardon food) dove le manie linguistiche si uniscono alle manie tout court, che impongono di conoscere l'esatta provenienza di ogni alimento “i pistacchi devono essere tutti di Bronte (come se Bronte fosse grande quanto l’Iran), i pomodori tutti di Pachino (e non di Pechino), il lardo solo di Colonnata, le cipolle solo di Tropea, il parmigiano solo Vacche Rosse e stagionato almeno duecentoquaranta mesi in camera iperbarica, i gamberi, anche questi rossi, di Mazara del Vallo e le alici esclusivamente cantabriche (guai a parlare di Mediterraneo)”, per passare poi all'albero genealogico del produttore, della vacca o del selezionatore. E via così, in un paradossale prolasso della narrazione (ops, storytelling).

Mentre il debole per certi toni elegiaci trasforma il cibo in tutto lo scibile umano: “arte,filosofia, testimonianza, mappa interattiva, sfida, gioco, sperimentazione, provocazione, spettacolo (in alcuni casi, avanspettacolo)”. Ci sono poi le formule legate ai processi di produzione che non possono che essere frasi fatte - cuocere in abbondante acqua salata, o a fuoco vivo, tritare finemente - gli slogan come filiera corta e chilometro zero, piatto povero o cucina della nonna, fino agli immancabili: prodotti tipici, trafila in bronzo, grani antichi (ma sono davvero così antichi?), streetfood.

Da queste frasi fatte è facile tracimare e immaginare distorsioni risibili: il letto di songino è a baldacchino, la fantasia di scampi è una fantasia erotica, il baccalà dopo infiniti passaggi (tutti elencati, sia ben chiaro) viene servito e riverito, la variazione di formaggi è una variazione in Si bemolle; senza scordare l'esterofilia, con il mai superato complesso di Edipo verso la cucina francese, che impone bisque, julienne, mirepoix, noisette e via discorrendo. Mania, questa, già denunciata dall'Artusi già sul finire dell'800: “certi cuochi, per darsi aria, strapazzano il frasario dei nostri poco benevoli vicini con nomi che rimbombano e che non dicono nulla”. In questa Babele di frasi fatte e fiacche ripetute all'infinito, dei abbinamenti indissolubili tra aggettivi (quelli, non altri) e sostantivi, avverbi e verbi, “Tradizione e innovazione” vi dice nulla?

 

Ma questa è più che una pungente satira linguistica, perché se è vero che la parola contribuisce a formare il pensiero, un vocabolario stanco denuncia un pensiero atrofizzato. “Parole, parole, parole. Parole vuote, che non esprimono un grammo di opinione personale o di riflessione critica, ma vengono ripetute solo perché tutti le usano... Non sono pensieri, ma riflessi condizionati dei muscoli di lingue abituate ad assaggiare”. In conclusione: “È il trionfo dell’umami sugli umani, dell’induzione (non solo dei fornelli) sulla deduzione, delle parole sui pensieri”.

Nessuna cosa sia dove la parola manca. (cit.)

 

Peste e Corna – Massimo Roscia - Sperling & Kupfer - pp. 224 – 15,90 euro

 

a cura di Antonella De Santis

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