18 Giu 2018 / 12:06

In viaggio. L’Arcipelago Toscano tra vino, natura, mare e chef

Da Montecristo a Pianosa, da Giannutri all’Elba, nel numero di giugno del Gambero Rosso andiamo in viaggio tra la natura e il mare. Qui un'anticipazione.

Arcipelago Toscano visto dall'alto

Da Montecristo a Pianosa, da Giannutri all’Elba, nel numero di giugno del Gambero Rosso andiamo in viaggio tra la natura e il mare. Qui un'anticipazione.

 

È in estate che viene la voglia di tornare nell’Arcipelago Toscano: il profumo, la vista, il sole, sono elementi di fascino diretto, un colpo benefico al cuore e al sentimento. E tutte le isole hanno questo potere. Se poi ce ne sono più di una vicina all’altra, prende la voglia di visitarle tutte, per poi scegliere il proprio luogo d’elezione, la preferita dove eleggere il buen retiro, quella da cui non staccarsi, quasi fosse un tradimento divertirsi in altro luogo. Da Montecristo a Pianosa, da Giannutri all’Elba: vacanze tra natura e mare, fuori dal mondo ma proprio dietro l’angolo

L’Arcipelago Toscano

L’Arcipelago Toscano è strano: bello ma difficile da decifrare, con isole a lungo sedi di colonie penali e solo recentemente aperte al pubblico; altre abitate da sempre, ma tutte ricche di bellezza intensa e da scoprire per angoli rimasti nascosti a lungo. Pianosa, già il nome lo dice, è praticamente un disco piatto, che deve la sua fortuna naturalistica al fatto di essere stata colonia penale fino a 7 anni fa e con un turismo gestito con attenzione e misura. Albergo sovrainteso da detenuti in semilibertà, visite limitate: sembra un buon modo per abituare le persone a guadagnarsi la bellezza. Montecristo è l’isola che ancora oggi fa sognare, entrata nell’immaginario collettivo per essere quasi inaccessibile: un paradiso terrestre grazie a visite contingentate, essendo riserva naturale. In molti aspirerebbero a vivere al suo interno facendone i guardiani pur di rimanere isolati dal mondo, ma non è certo un lavoro per tutti. Giannutri, la più meridionale di queste isole, microscopica anche come numero di abitanti, si anima solamente nel periodo estivo, sarebbe forse il luogo ideale per uno scrittore in cerca di ispirazione. Ma tutte queste isole minori sono proprio isole in senso stretto e da un punto di vista economico le attività sono limitatissime se si escludono quelle legate al turismo: i visitatori le scelgono per la loro particolarità, e non è certo il settore enogastronomico a poter crescere e far da attrattore, visto che in realtà gioca solo un aspetto di “sussistenza” per chi vi transita.

PianosaPianosa

Ben diverso è invece il ruolo che hanno acquistato negli anni i produttori di vino e generi alimentari dell’isola d’Elba, di gran lunga la più grande e celebre di tutte, meta di un turismo di massa, dove si è assistito ad un vero e proprio sviluppo di attività economiche legate al settore agroalimentare, con un innalzamento della qualità non indifferente negli ultimi tempi. Stesso discorso per l’isola del Giglio che, dopo aver vissuto il suo macabro momento di celebrità legato al relitto della Concordia, oggi è un luogo del quale si parla molto per sua la rinascita viti-vinicola. Non rimane fuori da questo trend nemmeno Capraia, con una produzione enologica finalmente rintracciabile anche oltre il perimetro isolano: qui è da raccontare l’esperienza dei carcerati della Gorgona diventati vignaioli e produttori di formaggio, grazie a un’iniziativa nata dalla mente eclettica della direttrice del carcere di Volterra, Maria Grazia Giampiccolo, che coinvolse nell’iniziativa niente meno che Lamberto Frescobaldi.

Calanche in Toscana

La questione dell’Aleatico

L’Elba deve la sua fama al vitigno aleatico, croce e delizia dell'isola: in questa frase si consuma la querelle del vino-simbolo di questa terra in mezzo al mare che ha dovuto scontare la sua fama e il suo successo con le mille copie, mal riuscite, che ne hanno offuscato in parte la bella immagine. Approfittando, infatti, di una legislazione a dir poco permissiva, nel passato molti imbottigliatori hanno strumentalizzato il buon nome che aveva questo vino dolce per mettere in commercio un prodotto liquoroso che di Aleatico aveva solo la denominazione. Magari stampando in etichetta lo stemma di Napoleone, che da queste parti non guasta mai. La nascita della Doc Elba è stata salutare e i produttori si sono dovuti scontrare con pregiudizi piuttosto grossi da parte dei consumatori sulla qualità del vino isolano e sui suoi prezzi. Senza contare che, per fare un buon lavoro, sono stati cambiati in molti casi i sistemi di allevamento della vite, piuttosto antiquati e non certo rispondenti ai moderni criteri di qualità.

Uve di aleatico

L'appassimento all'aria dell'Aleatico

Da un punto di vista storico, da queste parti la coltivazione della vite ha sempre avuto un grande successo, con superfici vitate considerevoli. È del 1879 una monografia agraria sull'Elba che stigmatizza il comportamento dei coltivatori i quali, di fronte all'abbondanza di tanta buona materia prima, non adottavano dei giusti sistemi di vinificazione non traendo, in questo modo, un giusto profitto per il lavoro svolto. La tendenza era quella di non voler accettare consigli, lavorare seguendo criteri strettamente personali e senza mai mettere in discussione pratiche agronomiche adottate per anni. Il problema principale derivante dalla produzione di Aleatico “vero” era il suo costo, che risultava alto se paragonato ai vini liquorosi commercializzati sotto lo stesso nome. Nella realtà, il prezzo è proporzionato ai costi di produzione derivanti dall'appassimento e dalla conseguente bassa resa. L'appassimento all'aria, che dura almeno una settimana, è la nota dolente di alcune annate: malgrado l'accurata selezione degli acini freschi, risulta facilissimo in periodi piovosi far ammuffire tutto con risultati negativi irrimediabili. A livello colturale, è interessante notare come i biotipi di Aleatico dell'isola non abbiano avuto interferenze con cloni o altri biotipi esterni: questo grazie alla pratica tradizionale dell'innesto in campo utilizzando materiale proveniente, seppur da altre aziende, sempre dall'isola. Per la vinificazione (rischi di ammuffimento a parte) si è adottato un sistema nuovo per l'appassimento delle uve: non più cannicciati esposti al sole, che di notte dovevano essere coperti da teli per proteggerli dalla rugiada, ma speciali contenitori trasparenti con circolazione dell'aria per una migliore protezione e conseguente riduzione di lavoro manuale. La pigiatura viene effettuata in maniera soffice, fermentazione tumultuosa di 5-10 giorni, che prosegue poi tutto l'inverno e che a volte si blocca per poi riprendere in primavera. Per imbottigliare spesso non basta attendere primavera poiché è alto il rischio di rifermentazione in bottiglia, così alcune aziende aspettano che il vino sia completamente stabilizzato. Quello che si ottiene alla fine è un vino passito atipico, a volte con sensazioni lievemente astringenti, sicuramente unico.

 

a cura di Leonardo Romanelli

foto di Alessandro Beneforti

 

 

QUESTO È NULLA...

Nel numero di giugno del Gambero Rosso, un'edizione rinnovata in questi giorni in edicola, trovate il racconto completo con un focus sulla viticoltura estrema del Giglio. Un servizio di 9 pagine che comprende le specialità da non perdere nell'isola del Giglio e nell'isola d'Elba (qui c'è anche la rete dei produttori di qualità Elbataste), il punto di vista del sindaco di Marciana Marina Gabriella Allori e quello di Fabio Picchi, chef del Cibreo di Firenze. In più gli indirizzi dove mangiare nell'Arcipelago Toscano e i vini del territorio.

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store

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