21 Mag 2012 / 13:05

Foto e video da Vallefredda. Il mondo (e il dispetto) di Antonello Colonna

“Un luogo non raccontabile”, sussurra lo chef Adriano Baldassarre nel video che vi presentiamo qui. Vallefredda, il dispetto che Antonello Colonna ha voluto fare a se stesso e al suo mondo, è proprio così. Un posto dove bisogna andare. Perché farselo raccontare, leggere un articolo, seguire l’ampia rassegna stampa che sicuramente l’iniziativa avrà, aggiornarsi su siti e blog potrebbe non essere sufficiente. Perché Vallefredda possiede la caratteristica dell’unicità: non ci sono, in Italia, posti con queste caratteristiche.

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resort colonna baldassarre

“Un luogo non raccontabile”, sussurra lo chef Adriano Baldassarre nel video che vi presentiamo qui. Vallefredda, il dispetto che Antonello Colonna ha voluto fare a se stesso e al suo mondo, è proprio così. Un posto dove bisogna andare. Perché farselo raccontare, leggere un articolo, seguire l’ampia rassegna stampa che sicuramente l’iniziativa avrà, aggiornarsi su siti e blog potrebbe non essere sufficiente. Perché Vallefredda possiede la caratteristica dell’unicità: non ci sono, in Italia, posti con queste caratteristiche.

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Certo, ci sono luoghi per mangiar bene inseriti in nuove avveniristiche architetture, ma mai con una collocazione così azzeccata nel paesaggio e nel territorio; certo ci sono spa di altissimo lignaggio, ma difficilmente a venti metri vi troverete una cucina gourmet; vi sono tanti esclusivi relais di campagna, ma quale tra questi ha una vera libreria d’arte e design appositamente curata da una società culturale?

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Perché Vallefredda, come dice il suo indovinato slogan, è davvero fuori dal mondo, ma allo stesso tempo è davvero a due passi dal Colosseo. O meglio, come preferiscono affermare dallo staff, a tre minuti di elicottero da Ciampino, giusto per capire che nonostante alcuni dettagli volutamente rustici (bandito il prato all’inglese, al suo posto fieno alto e erbe spontanee. E davanti alla suite più esclusiva pascolano asini e vacche e i maiali si rotolano nella pozza di fango), la clientela che si cercherà di raggiungere è quella top level.

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Ma oltre che dispetto, Vallefredda è coraggio
. E non solo per il periodo di crisi, poco adatto ai grandi investimenti. Coraggio di fare un posto del genere nel bel mezzo della campagna laziale che non è Langa o Chianti e non è neppure Umbria, Marche, Basilicata o Sicilia. E architettonicamente, con i suoi brani di villette non finite (però da Vallefredda non se ne vede manco una, per fortuna), somiglia più a certa Calabria, che alla non lontana Maremma.

Vallefredda è dunque marketing e politica del territorio
: una suggestione su come un paesaggio parecchio compromesso si possa ripensare. Il primo punto a favore di Vallefredda è infatti l’architettura. Francesco Aniello ha fatto centro. Peraltro, anche lui, pigliandosi dei rischi enormi: il pericolo di proporre l’ennesimo meteorite completamente avulso dal profilo del territorio era dietro l’angolo. E invece, per dirla con Antonello Colonna, il meteorite c’è, “ma ha frenato dieci metri prima di atterrare”.


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Il risultato è un posto che, seppur ancora poco vissuto (i primi ospiti per la notte sono arrivati la sera della nostra visita), non ha quel sapore asettico di certa architettura minimal. Le resine a terra ci sono, il cemento vivo alle pareti c’è, gli inserti di design supergriffato pure, ma il risultato finale ha una temperatura che ti fa star bene. E fa pensare all’inverno, quando forse Vallefredda, con le sue vetrate enormi e con la campagna che entra dentro da tutte le parti (anche nelle 12 stanze per gli ospiti), potrà dare il meglio della propria atmosfera: consentendo di star fuori pur restando chiusi dentro, di fronte ai caminetti o a mollo nell’enorme vasca nera della spa.

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Il resto, a Vallefredda, lo fanno i dettagli
. Ogni stanza ha l’accesso diretto all’esterno, con un piccolo giardino ritagliato nei campi coltivati a grano, granturco o ortaggi che arrivano fino addosso alle mura della struttura; agli ospiti sono dati in dotazioni stivaloni verdi per cavarsi d’impaccio in caso di fango; su in piscina le docce scimmiottano i rubinetti professionali; accanto all’ingresso principale c’è una porta rossa ad evocare il glorioso ristorante a Labìco, ma al negativo; dietro alla cucina sta un acquario, un cubo di vetro che è la mensa dove chef e brigata mangiano e lavorano ai nuovi piatti, con vista sul nulla; cestini e posacenere, lungo i viottoli fatti con le travi utilizzate per il cantiere e poi annerite a fuoco, ricalcano le forme architettoniche dell’edificio.


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Paura che tutto questo marginalizzi la cucina?
Paura fugata da Antonello Colonna in persona: “qui tutto gira attorno al cibo, a partire dall’ospitalità per arrivare alla grande Foodstock, la festa di musica e arte che faremo sul terrazzo: ci sarà tanta creatività e tanta cultura, ma sempre dal cibo si prenderà avvio”. E intanto Adriano Baldassarre, ai fornelli, opera e concepisce in nome del levare, del sottrarre, dell’asciugare. Parla addirittura di una cucina “salutista”, di una proposta che si libera di orpelli e guarda al territorio con curiosità. Le cotture millimetriche degli spaghettoni fave e agnello e della guancia di maiale hanno dato corpo a questi propositi. Una cucina, insomma, che è esemplificata da un uovo; un uovo di quelle papere che razzolano libere fuori dalla suite più isolata e esclusiva del resort, sulla collina di fronte. Alcuni l’hanno già ribattezzata ‘one room hotel’, Colonna la chiama “il capanno”…


www.antonellocolonnaresort.it



Massimiliano Tonelli

21/05/2012

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