11 Set 2016 / 19:09

È morto Stanko Radikon. Addio a un gigante della viticoltura italiana

Produttore controverso, estremo e geniale, tra i papà degli orange wines del Collio friulano insieme a Josko Gravner. A portarlo via una brutta malattia, la sua eredità tra le vigne di Oslavia al figlio Sasa. 

È morto Stanko Radikon. Addio a un gigante della viticoltura italiana

Produttore controverso, estremo e geniale, tra i papà degli orange wines del Collio friulano insieme a Josko Gravner. A portarlo via una brutta malattia, la sua eredità tra le vigne di Oslavia al figlio Sasa. 

Una vita in vigna

Stanislao Radikon, Stanko per tutti, non c’è più. La notizia rimbalza in rete dopo l’annuncio del figlio Sasa, che da lui ha ereditato il mestiere e da anni guidava al suo fianco l’azienda di famiglia, nel cuore del Collio  friulano, terra di confine per storia e cultura, che condivide con la vicina Slovenia. Provato da una lunga malattia che negli ultimi tempi l’aveva allontanato dalle vigne, Stanko ha attraversato da protagonista gli ultimi decenni della viticoltura naturale italiana, assicurando alle etichette di Radikon la fama internazionale e l’apprezzamento della critica di settore, pronta a registrare la sua voglia di spingersi oltre, verso quelle lunghe macerazioni sulle bucce e un paziente lavoro di cantina, che consta di anni di maturazione in botte e affinamento in bottiglia. Grande sperimentatore, il suo percorso di ricerca prende le mosse nel 1977 tra le vigne di Oslavia, nella campagna goriziana, costellato da intuizioni importanti per l’evoluzione della viticoltura friulana e italiana: prima, alla fine degli anni Ottanta, la scommessa controcorrente sul legno e la sfida alla coeva diffusione dell’acciaio (usato nei primi anni di lavoro), con il ritorno alla barrique e la produzione di grandi Merlot.

Macerazioni estreme e orange wines

Poi, dal 1995, il perfezionamento di lunghe macerazioni sulle bucce di uve bianche in grandi tini a tronco conico che sostituiscono le barrique, che darà origine ai cosiddetti orange wines, risultato di un approccio radicale tanto in vigna quanto in cantina; in parallelo alle sperimentazioni di un altro gigante della viticoltura estrema naturale come Josko Gravner, che gli è stato compagno d’avventura e concorrente al tempo stesso. Entrambi tra i “visionari” del mondo del vino, per prendere in prestito la definizione calzante di un libretto di recente pubblicazione a cura di Mauro Nalato, sulla storia degli orange wines e dei suoi protagonisti.

Macerazioni estreme (fino a 4 mesi) e fermentazioni spontanee, per produrre vini resistenti all’ossidazione, non per tutti. E d’altronde Stanko lo ripeteva spesso: “Non pretendo che i miei vini piacciano a tutti”, seguendo piuttosto una promessa fatta a sé stesso, produrre vini buoni e naturali. Ribolla gialla, Oslavia, ma anche Friulano e Chardonnay. E la capacità di far parlare di sé, che si trattasse di raccogliere elogi o critiche. Ora tutti, estimatori o scettici del “metodo” Radikon, piangono la scomparsa di un grande viticoltore.   

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