18 Feb 2018 / 11:02

A New York il Museum of Candy. Quando il cibo è intrattenimento, prima che cultura

L'estate scorsa New York era impazzita per il museo pop up del gelato, e presto in città esordirà un nuovo progetto “museale” che del cibo fa motivo d'intrattenimento nel senso più ludico del termine, dedicato all'universo delle caramelle. Come cambia l'approccio rispetto al modello del museo del cibo made in Italy (e Fico sta nel mezzo).   

A New York il Museum of Candy. Quando il cibo è intrattenimento, prima che cultura

L'estate scorsa New York era impazzita per il museo pop up del gelato, e presto in città esordirà un nuovo progetto “museale” che del cibo fa motivo d'intrattenimento nel senso più ludico del termine, dedicato all'universo delle caramelle. Come cambia l'approccio rispetto al modello del museo del cibo made in Italy (e Fico sta nel mezzo).   

I musei del cibo e la cultura gastronomica

In Italia, i musei dedicati alla cultura enogastronomica non si contano. Spesso intrecciati a doppio filo con l'identità rurale del territorio, tanti raccontano tradizioni contadine antichissime. E specie in alcuni distretti del cibo si concentrano sulla valorizzazione della produzione agroalimentare per farne una chiave di promozione turistica. Basti pensare al circuito dei Musei del Cibo della provincia di Parma: 6 musei che presidiano la food valley più famosa d'Italia, preservando cimeli e curiosità di solide attività artigianali che oggi regalano indotti importanti all'economia locale e nazionale. A Soragna c'è il Museo del Parmigiano Reggiano, a Felino quello del celebre salame locale, a Langhirano è protagonista il prosciutto. Col valore aggiunto di allestire come sedi espositive edifici storici del territorio, dalla forte valenza simbolica, come il caseificio ottocentesco di Soragna o l'ex Foro Boario di Langhirano. Un circuito che mette a sistema il patrimonio del parmense (Parma, ricordiamolo è stata nominata città creativa della gastronomia dall'Unesco, e, anche per la sua capacità di valorizzare l'enogastronomia locale, nel 2020 sarà Capitale della Cultura italiana), attirando un gran numero di visitatori, italiani e stranieri (ma l'apertura è stagionale, solo nei weekend e festivi, dal 3 marzo all'8 dicembre nel 2018). Conciliando la finalità divulgativa con la voglia di regalare qualche ora di svago a tema gastronomico.

 

Il modello Fico

Poi c'è un modo diverso di fare intrattenimento e cultura attraverso il cibo, quello messo in scena da Fico Eataly World da qualche mese a questa parte: una strategia che privilegia la componente ludica, e tiene bene in conto il profitto garantito ai molteplici soggetti coinvolti in un'operazione faraonica, e per questo molto costosa (tanto più se portata avanti senza finanziamenti pubblici). Il New York Times ha inserito la Fabbrica Contadina Italiana tra le attrazioni da visitare nel 2018, mentre gli ultimi dati parlano di 750mila visitatori raggiunti alla fine di gennaio, per un giro d'affari di 13 milioni di euro. Certo, ed è stato così sin dalle premesse, il progetto varato da Farinetti e Coop è di quelli che divide. Una riflessione a riguardo l'abbiamo avanzata all'indomani dell'inaugurazione, qualche mese fa. Ma dall'altra parte dell'oceano, invece, qual è il modello che va per la maggiore? Proprio New York, in questo senso, ci offre la possibilità di fare qualche considerazione a riguardo.

 

New York e la “cultura” del cibo. Dal museo del gelato al mondo delle caramelle

L'estate scorsa, in città, inaugurava il temporary museum del gelato: operazione nient'affatto culturale, per novelli Willy Wonka, che per un mese ha preso forma al Meatpacking district, all'interno della galleria di Maryellis Bunn. E in soli 5 giorni il botteghino – 30mila biglietti in tutto – è andato sold out. Il progetto, che ha coinvolto creativi, artisti e design, mirava dunque a esplorare il lato più pop del cibo, con una finalità più che altro permormativa ed estetica, e l'obiettivo dichiarato di stupire con effetti speciali. Del resto il cibo è anche questo: lo sanno bene gli stilisti che in occasione dell'ultima fashion week newyorkese, in scena proprio in questi giorni, hanno scelto di puntare su passerelle ricoperte di popcorn e fornire le modelle di stilose patatine in busta portate come borsette (l'obiettivo, pare, quello di ribellarsi all'ossessione per il corpo perfetto e l'healty food). E un'operazione votata soprattutto all'intrattenimento sarà pure quella che, la prossima primavera, porterà in scena il Museum of Candy, stavolta con l'obiettivo di farne un'attrazione permanente di New York. Dietro al progetto c'è la catena Sugar Factory, che allestirà a Chelsea un grande spazio dedicato al mondo delle caramelle, articolato in più di 15 sale esperienziali, con negozio di caramelle e caffè annessi. Il mood del museo? Per intenderci, il pezzo forte della collezione sarà un unicorno di caramelle gigante. Ma non mancheranno l'orsetto gommoso più grande del mondo, un murales di caramelle e moltissimi espedienti per esaudire i desideri di ogni bambino. Ma, anticipano gli ideatori, ci sarà spazio anche per risalire alle origini, sul percorso della Candy Memory Lane, che ripercorre la storia del mercato delle caramelle Se l'idea dovesse funzionare, presto il museo replicherà in altre città americane, prima di approntare un piano d'espansione internazionale.

 

Il Mofad di New York. Divertimento... E cultura

Il mondo è bello perché è vario. Ma ricordiamo che nella vastissima offerta museale di New York c'è spazio anche per un progetto dedicato al cibo tutt'altro che superficiale, seppur meno destinato a fare clamore: il Mofad è il Museum of food and drink dal 2015 stabilmente a Williamsburg e vanta finalità educative e divulgative calate in un contesto esperienziale che della visita fa una vera e proprio opportunità per mettersi in gioco in prima persona. Gli obiettivi? Formare una generazione di consumatori consapevoli, raccontare la storia e l'antropologia gastronomica del Paese, lavorare come centro di innovazione e sperimentazione. Perché il cibo è divertimento, ma anche cultura.  

 

a cura di Livia Montagnoli

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