2 Mag 2018 / 13:05

Il Museo della Pizza aprirà a New York. È il caso di gridare allo scandalo?

Dietro all’operazione che prenderà forma il prossimo autunno c’è lo studio di design Brooklyn Nameless Network, che ha scelto di dedicare il progetto alla pizza in quanto potente linguaggio universale. E dunque non si tratterà propriamente di un museo del cibo, ma più che altro di una riflessione sulla comunicazione nell’era digitale e sui simboli dell’immaginario collettivo. 

Il Museo della Pizza aprirà a New York. È il caso di gridare allo scandalo?

Dietro all’operazione che prenderà forma il prossimo autunno c’è lo studio di design Brooklyn Nameless Network, che ha scelto di dedicare il progetto alla pizza in quanto potente linguaggio universale. E dunque non si tratterà propriamente di un museo del cibo, ma più che altro di una riflessione sulla comunicazione nell’era digitale e sui simboli dell’immaginario collettivo. 

Perché un museo della pizza?

L’hanno ribattezzato museo, ma quello che tutti si aspettano di visitare il prossimo autunno sarà probabilmente un piccolo parco dei divertimenti sul tema della pizza nel centro di New York. E per non rischiare di perderlo molti hanno già anticipato i 35 dollari richiesti per il biglietto d’ingresso (in parte donati per garantire un pasto a chi non può permetterselo), anche se prima del prossimo ottobre nessuno potrà dire esattamente di cosa si tratta. Il Museo della Pizza, o MoPi che dir si voglia, prenderà forma dall’altra parte dell’oceano per iniziativa dello studio di design Brooklyn Nameless Network, per un periodo di prova iniziale di circa due settimane: un esperimento per testare quanto il cibo più conosciuto nel mondo possa rivendicare una vetrina che lo celebri come linguaggio universale, a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui la pizza è stata inventata. Dunque non propriamente un museo del cibo, come del resto si può dire dei precedenti nati in città – dal museo del gelato a quello delle caramelle, tempo fa analizzavamo l’approccio peculiare di queste iniziative – come la Egg House di Lower East Side, inaugurata all’inizio di aprile e visitabile fino alla fine di giugno, che catapulta il visitatore in un mondo a forma di uovo con la complicità di artisti e designer impegnati a immaginare uno spazio di fantasia per evadere dal caos della città. Anche in questo caso, chiaramente, l’operazione ha poco a che fare con la valorizzazione del cibo e delle abitudini alimentari, che diventano più che altro terreno fertile per pescare a colpo sicuro da un immaginario collettivo ampiamente condiviso, e quindi immediatamente riconoscibile.

 

Il cibo come linguaggio universale

Ecco, anche il museo della pizza – con la sua galleria degli artisti, la grotta del formaggio in silicone, la pizza beach, il laboratorio e le installazioni interattive che offrono un set perfetto per scattare selfie – resterà perfettamente in linea con questa tendenza, borderline sul confine del kitsch, presentando, come hanno annunciato i suoi ideatori, “la prima avventura esperienziale della pizza”. Fetta di pizza (reale!) inclusa nel prezzo, per rendere più credibile l’esperienza, che prevede anche proiezioni e film sul tema, oltre a un rapido excursus storico sull’alimento. “La pizza è un fenomeno culturale che trascende la geografia e il linguaggio” dichiara oggi a chi gli chiede lumi sull’iniziativa Kareem Rahma, Ceo di Nameless Network. E l’ha spiegato bene David Chang nella puntata dedicata alla pizza della sua ultima produzione televisiva per Netflix, Ugly Delicious: cosa rappresenta oggi la pizza? E possiamo ancora considerare l’autenticità un valore, se la sua tradizione è riuscita a conquistare il mondo intero aprendosi alla contaminazione di culture gastronomiche ben diverse dall’originale (solo a New York si contano oltre 60mila pizzerie)?

 

Favorevoli o contrari?

Certo il MoPi è figlio in primo luogo del successo planetario della pizza su Instagram, e i manifesti che anticipano l’inaugurazione del museo comparsi in tutta la città non fanno che confermarlo. E forse scomodarsi per rivendicare con rammarico la paternità dell’invenzione (e quindi un ipotetico diritto esclusivo?) per l’Italia, visti i termini dell’operazione, non è necessario. Invece l’apertura del MoPi è diventata motivo di dibattito in un batter d’occhio, non solo per contestare la validità dell’operazione (questione peraltro legittima), ma pure – e l’ultimo a intervenire è Gino Sorbillo, che oggi vanta a New York due pizzerie – con l’idea di riappropriarsi di un vessillo strappato: “Questa iniziativa ha senso soltanto nella nostra città” commenta Sorbillo sulla Repubblica, riferendosi a Napoli “Di recente avevamo ricevuto anche il prestigioso e importante riconoscimento dell’Unesco e si erano dette tante cose su come valorizzarlo. E invece il museo della pizza aprirà nella Grande Mela: mentre noi discutevamo, gli americani si muovevano”. Di sicuro, e con molti mesi d’anticipo sull’apertura, il primo obiettivo del MoPi è già raggiunto. Tutti ne parlano.

 

a cura di Livia Montagnoli

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