2 Ago 2018 / 16:08

Le Recho. Il food truck solidale nei campi profughi di Francia. Per cucinare insieme oltre le differenze

Nato nel 2016, il progetto francese di due giovani chef si appresta a compiere 2 anni con un temporary restaurant che invita alla condivisione nel cuore di Arras. Le Grand Recho metterà i rifugiati alla prova in cucina, con la partecipazione di grandi chef. Ma la missione più importante resta a bordo del truck. 

Le Recho. Il food truck solidale nei campi profughi di Francia. Per cucinare insieme oltre le differenze

Nato nel 2016, il progetto francese di due giovani chef si appresta a compiere 2 anni con un temporary restaurant che invita alla condivisione nel cuore di Arras. Le Grand Recho metterà i rifugiati alla prova in cucina, con la partecipazione di grandi chef. Ma la missione più importante resta a bordo del truck. 

 

L’emergenza dei campi profughi è arrivata di recente anche sotto i riflettori del Basque Culinary World Prize 2018, che alla fine, pochi giorni fa a Modena, ha incoronato l’australiano Jock Zonfrillo. Tra i 10 finalisti in lizza, però, c’era pure il nome di Ebru Baybara Demir, chef turca impegnata da tempo al confine con la Siria, a Madir, dove combatte la disoccupazione femminile proponendo formazione in cucina per le donne turche e siriane assunte per provvedere ai pasti nei campi profughi. Un impegno coraggioso e importante nel cuore di uno dei più sanguinosi fronti aperti da un conflitto che sembra non avere mai fine. Ma, e l’argomento è costantemente all’ordine del giorno, i campi d’accoglienza dei migranti costretti a fuggire dai propri Paesi d’origine si moltiplicano in molti Paesi d’Europa, e l’emergenza umanitaria moltiplica gli sforzi di chi è disposto a portare un po’ di sollievo nelle loro vita, in situazione di precarietà perenne.

Il food truck Le Recho

C’è della creatività – oltre che tanta buona volontà – dietro al progetto francese Le Recho, che nel 2016 nasceva con l’intento di avvicinare i rifugiati e le comunità locali attraverso la cucina, e oggi riunisce un’equipe di 12 donne, tra i 25 e i 35 anni. A bordo di un food truck. Quando si è trattato di inventare una soluzione pratica e funzionale per cucinare nei campi profughi, infatti, Vanessa Kryceve ed Elodie Hue hanno subito pensato di ricorrere al mezzo che ha conquistate la ribalta di festival gastronomici e feste di piazza, pianificando però un tour piuttosto inconsueto, tra i centri d’accoglienza di Francia e d’Europa. Un modo per agire concretamente e insieme portare un messaggio di speranza e solidarietà: Recho, non a caso, è l’acronimo di Refuge, Chaleur, Optimisme. Da allora il truck acquistato tramite crowdfunding si muove per portare condivisione attraverso la preparazione di buon cibo, che spesso coinvolge anche i rifugiati dei campi, invitati a cucinare insieme allo staff. E già in passato l’iniziativa è riuscita a coinvolgere chef di fama internazionale, per esempio nella “giungla” di Grand Synthe (ricordiamo a questo proposito anche il progetto in progress di Massimo Bottura, per portare gelati e sorrisi ai bimbi del campo profughi di Tessalonica). Ma al di là delle collaborazioni celebri, quel che conta davvero per una realtà come Le Recho è la volontà di lavorare con continuità sul territorio, portando a casa risultati incoraggianti: la primavera scorsa, ancora una volta a Grand Synthe, il truck ha servito 1600 pasti in due giorni.

 

Le Grand Recho. Il ristorante solidale di Arras

E il prossimo ottobre, ad Arras, il progetto prenderà fissa dimora (per 15 giorni, dal 6 al 20 del mese) sulla Grand Place della cittadina francese, inaugurando il ristorante solidale Le Grand Recho, dove volontari e rifugiati cucineranno insieme ogni giorno, per servire una media di 150 pasti a prezzo libero (per finanziare le missioni del 2019). Ma il senso di comunità sarà stimolato anche attraverso corsi di cucina e servizi alle persone più svantaggiate, con i rifugiati coinvolti nella distribuzione dei pasti a domicilio per persone anziane e sole. Anche in questo caso è prevista la mobilitazione di grandi chef francesi, che ad Arras cucineranno in piazza con i loro colleghi del posto. L’idea vincente, però, che speriamo possa avere seguito, è quella di ribaltare la prospettiva per rompere le barriere di diffidenza: chi arriva da fuori non necessariamente è un problema, ma anzi può rivelarsi una grande risorsa. A patto che entrambe le parti collaborino al processo di integrazione. E che i rifugiati accolti sul territorio possano cucinare per chi li accoglie è davvero un bel modo per consolidare il legame.

 

www.lerecho.org

 

a cura di Livia Montagnoli

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