15 Ott 2018 / 10:10

Bee the Future. Nel futuro dell’agricoltura italiana ci sono le api: il progetto di Eataly con Arcoiris

100 ettari di terreno in 4 zone agricole altamente produttive d’Italia, dove l’agricoltura intensiva minaccia la biodiversità. E un gruppo di contadini resistenti disposti a credere nella natura. A loro si rivolge il progetto che vuole riportare le api nelle nostre campagne, a tutela della biodiversità alimentare. Ecco perché. 

Bee the Future. Nel futuro dell’agricoltura italiana ci sono le api: il progetto di Eataly con Arcoiris

100 ettari di terreno in 4 zone agricole altamente produttive d’Italia, dove l’agricoltura intensiva minaccia la biodiversità. E un gruppo di contadini resistenti disposti a credere nella natura. A loro si rivolge il progetto che vuole riportare le api nelle nostre campagne, a tutela della biodiversità alimentare. Ecco perché. 

 

#iostoconleapi è l’hashtag dell’iniziativa, ma perché? Che le api siano una risorsa importante per la salvaguardia della biodiversità abbiamo avuto più volte occasione di ribadirlo. Come pure di quanto l’inquinamento ambientale e i trattamenti fitosanitari abusati dall’agricoltura intensiva ne mettano a rischio l’incolumità: il fenomeno della moria delle api è affare iniziato già una cinquantina d’anni fa, ma particolarmente evidente nell’ultimo decennio, che in Europa ha significato una diminuzione del 20% delle colonie di api, che operando l’impollinazione di centinaia di specie di piante sono le principali alleate della riproduzione nel mondo vegetale. Si calcola infatti che in Europa l’84% delle 264 specie coltivate dipendano dall’impollinazione degli insetti, e ben 4000 specie sopravvivano proprio grazie agli impollinatori come api, bombi e farfalle. Ma l’abuso di monocolture ed erbicidi per eliminare quelle piante infestanti che invece sono fondamentali per il “lavoro” delle api (come del resto il trifoglio e l’erba medica un tempo piantati come colture di copertura per nutrire il terreno) ha notevolmente ridimensionato il loro ruolo e la loro presenza nel nostro ecosistema (già due anni fa parlavamo di progetti di apicoltura urbana necessari a compensare la fuga delle api dalle campagne: l’inquinamento urbano è meno nocivo per le api degli agenti chimici spruzzati sulle coltivazioni).

 

Bee the Future. Il progetto

Da qui la necessità di lanciare la campagna Bee the Future, al motto di “per fare un seme, ci vuole un’ape”, progetto presentato a Torino in occasione dell’ultimo Salone del Gusto, nato dalla collaborazione tra Eataly, Slow Food, Francesco Sottile (docente di Agraria all’Università di Palermo) e Arcoiris, l’azienda sementiera italiana guidata da Antonio Lo Fiego, che è l’unica nel nostro Paese a lavorare esclusivamente in biologico. Un impegno corale pronto a coinvolgere più testimonial possibili – molti i volti noti che hanno aderito, da Teo Musso a Davide Scabin, Antonia Klugmann, Massimo Bottura e Vittorio Sgarbi, chiamati a condividere l’ashtag in difesa delle api e a sostegno della campagna – che dovrà svilupparsi nell’arco dei prossimi tre anni con un obiettivo ben preciso: riforestare 100 ettari di terreni vocati all’agricoltura con fiori amati dalle api, per “riportare la biodiversità delle piante infestanti in quelle zone dove, a causa di metodi agricoli basati sull’alto rendimento dei terreni, sta scomparendo”.

 

Le api e la tutela della biodiversità

La ricerca recentemente condotta dalla Fao, infatti, ha dimostrato che senza le api sparirebbero dalle nostre tavole almeno 70 delle 100 principali colture del mondo, tra cui albicocche, fragole, ciliegie, mele, pere, agrumi, pesche, kiwi, castagne, susine, mandorle, meloni, aglio, pomodori, cetrioli, cavoli, ravanelli, asparagi, zucchine, carote, cipolle. E allora da dove si parte? Proprio dalle zone più soggette all’agricoltura intensiva: il Piemonte della monocoltura di mais, la zona del Prosecco in Veneto, i terreni coltivati a nocciole nel Lazio, ma pure quelli destinati all’allevamento intensivo di bovini in Pianura Padana. Qui è stata avviata la selezione di contadini cosiddetti “resistenti”, agricoltori che si impegnano a portare avanti un’agricoltura virtuosa pur circondati da aziende che hanno scelto la strada più semplice. A loro Arcoiris ha consegnato un miscuglio di semi italiani, biologici, composto da 10 piante (grano saraceno, trifoglio alessandrino, coriandolo, facelia, lino, senape, sulla, rucola, girasole, trifoglio incarnato), utile sia per la bottinatura, sia per il sovescio. La prima semina è stata avviata la scorsa primavera, mentre per sollecitare la sensibilità dei non addetti ai lavori è stato perfezionato anche un miscuglio per “amatori”, semi di girasole, malva, calendula, millefiori venduti in busta nei punti vendita Eataly e perfetti per vasi, terrazzi e piccoli giardini di campagna e città.

 

I contadini resistenti

Intanto le 4 aree pilota identificate sono costantemente monitorate dal professor Sottile, così da calcolare i benefici dell’iniziativa sul medio e lungo periodo, e alcuni di questi agricoltori resistenti hanno trovato un volto e un nome nelle campagne promosse sui canali dell’iniziativa per richiamare l’attenzione di tutti. Tra loro c’è la Fattoria Accanto di Modena, dove Cecilia Vergante produce ortaggi bio, canapa alimentare e bamboo e gestisce una fattoria didattica, e l’agriturismo IOB di Vetralla, in provincia di Viterbo, una piccola azienda biodinamica che produce nocciole, semi per ortaggi e miele. E come loro molte altre piccole e medie realtà agricole, convinte a partecipare non solo per salvaguardare le api, ma pure per i benefici che il miscuglio di semi apporta ai terreni in termini di fertilità. Ecco perché la speranza è che nei prossimi anni il progetto possa coinvolgere un numero di aziende sempre maggiore.

 

a cura di Livia Montagnoli

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