8 Lug 2013 / 15:07

Prosegue la riscossa del rosato. È la settimana di I Drink Pink

Anche in Italia i consumi del rosé continuano ad aumentare, che si tratti di vini fermi o spumanti poco importa. E anche il livello qualitativo di questi vini è in crescita verticale. L'appuntamento per scoprirli è l'11 luglio alla Città del gusto di Roma.
Prosegue la riscossa del rosato. È la settimana di I Drink Pink
Anche in Italia i consumi del rosé continuano ad aumentare, che si tratti di vini fermi o spumanti poco importa. E anche il livello qualitativo di questi vini è in crescita verticale. L'appuntamento per scoprirli è l'11 luglio alla Città del gusto di Roma.
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È una minoranza silenziosa, quella dei vini rosati, che avanza a ritmo costante facendosi spazio nelle preferenze degli appassionati, trovando spazio nelle carte dei vini, anche le più importanti, senza clamori ma con un consenso crescente. E non è una novità tutta italiana, al contrario: all'estero, Francia in primis, questi vini non hanno mai subìto pregiudizi, non sono stati collocati come vini né carne e né pesce: sono da carne e da pesce, jolly preziosi per ogni occasione. Sono considerati bevute importanti e nessuno si scandalizza se passi da un grande Bordeaux a un Bandol Rosé.

Trasversali, diversamente colorati, rispondono al richiesta ricorrente dei vini freschi e godibili, bevibili e a bassa gradazione alcolica. Fino a poco tempo fa in Italia erano soprattutto visti come vini da aperitivo in terrazza, quasi un cocktail rinfrescante alla stregua di un Kir Royal. Tuttavia molte cose stanno cambiando. A raccontare il nuovo mood è Maida Mercuri, patronne e sommelier del Pont de Fer, sui Navigli milanesi: sguardo attento alla Francia, soprattutto quella dei dei piccoli produttori di Champagne (di cui molti rosé) e numerose proposte di vini fermi rosati: “Rosé? Macché” avrebbero detto i clienti qualche anno fa. Oggi invece dicono: “Ma un bel rosé per esempio? La gente si è resa conto che la qualità di questi vini è nettamente migliorata, ad occhi chiuso, possono far pensare alla struttura di un vino rosso. Niente più note ossidate e caramellate. Profumi floreali e fruttati gradevoli, con gli altoatesini e i pugliesi a fare da traino”.

E se nella Champagne non c'è un produttore che si neghi la sua bella bollicina rosa e nel Tavel, culla storica dei rosati, la nuova generazione di produttori (più di un migliaio nel Rodano - di cui il 20 per cento con meno di 35 anni) sta scommettendo sulle performance dei grenache, dei cinsault (ma anche dei syrah o dei mourvèdre) vinificati in rosa. Ma vediamo cosa accade in Italia, dove questa nuova era nasce dalla scommessa di tanti produttori che hanno creduto in questi vini, e non solo nelle zone tradizionalmente vocate: dal Chianti (Castello di Ama) a Montalcino (Biondi Santi), dalla Sicilia (Planeta) alla Sardegna (Pala). Con una buona dose di sperimentazione e di coraggio per scardinare l'equazione rosato = vinaccio che questi vini si portano addosso come una pesante eredità.
In Sicilia c'è chi ha ammorbidito vitigni come il nero d'Avola, tradizionalmente sfruttato per vini forti, concentrati e potenti, orientandolo invece verso il versatile rosato. Idem in Sardegna dove l'arcaico cannonau gioca in Barbagia anche la sua partita rosata. O in Piemonte dove un vitigno nobile come il nebbiolo anche nell'accezione rosato dà ottimi risultati.

Per fortuna anche da noi è finito il tempo delle uve di scarto o del “salasso”, la svinatura in rosa che ci dà il rosato e irrobustisce il rosso. Oggi le uve sono selezionate apposta per un futuro orgogliosamente in rosa. I vitigni sono spesso gli stessi utilizzati per i rossi, ma scelti in specifiche aree ed esposizioni. Ci sono uve più vocate, certo, con un'autentica tradizione alla vinificazione in rosa. Tra queste il negramaro. Uno dei pioneri in Italia è stato quello della famiglia Leone de Castris, a Salice Salentino, il famoso Five Roses che sul finire della seconda guerra mondiale ritemprò le truppe americane e poi conquistò il mercato d'Oltreoceano. Ma insieme a personalità storiche (come l’altro pioniere, il Rosatello della Rufino) iniziano a intravvedersi nei rosati fisionomie e stili precisi, non più solo nell'ordine del fruttatino, acidulino e pulitino o con le leziosità di fragole e lampone, ma intensi, pieni, vivi, scattanti. Già dalle diverse sfumature del rosa esprimono il loro bel carattere, dal ramato buccia di cipolla dei rosati del Garda (Chiaretto o Bardolino), più beverini e semplici, fino ai toni tendenti con decisione al rosso del Montepulciano Cerasuolo a denunciare corpo, struttura e ambizione.
Quelli che erano sciacquature di botte, ovvero prodotti secondari, stanno diventando dei begli anatroccoli, quando non dei cigni. Il Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo di Valentini è senz'altro il cigno più maestoso, che può elegantemente portare in giro i suoi piumaggi anche per quindici anni.

Ma in via di riscatto ci sono anche prodotti semplici e popolari come i Chiaretto o i Bardolino, oggi in vena di rivalsa sociale, complice anche una certa insofferenza per l'aristocrazia enologica.
Un esempio è quello dei Lagrein Kretzer. “Fino al 1980” racconta il kellermeister della cantina altoatesina Muri-Gries, Christian Verth vinificavamo la maggior parte delle uve in rosato. La tradizione del Kretzer esiste solo nella nostra zona ed è sinonimo del vino vero bevuto dal popolo. Poi arrivò il tempo dei rossi ricchi e importanti e si cominciò a vinificare il rosso Lagrein Dunkel. Roba recente, degli ultimi 25 anni. È sopraggiunta quindi la moda dei vitigni autoctoni e il Lagrein ancora una volta si è trovato in prima fila. Da otto anni il nostro vecchio rosato sembra vivere una nuova stagione». Presente la merenda altoatesina con il tagliere di formaggi e speck: rosso o rosato? Montecchi e Capuleti... Qualche idea di abbinamento ce la dà Luigi Cataldi Madonna: “Sono vini che stanno benissimo con piatti a base di pomodoro perché tengono testa alla sua acidità. E poi sono ideali con i fritti perché sgrassano come un buon Lambrusco”.
Un discorso a parte merita la spumantistica che, in Italia e in Francia, vanta radici e blasoni più importanti rispetto ai vini fermi rosati. In Italia il pinot nero è il protagonista di una riscoperta che è partita dall'Oltrepò Pavese, che ha dedicato il marchio Cruasé al metodo classico Docg in rosa. Un percorso che investe anche Franciacorta e TrentoDoc, e tutti gli altri territori spumantistici italiani, Marca Trevigiana compresa, dove si sperimentano inediti blend in chiave rosa tra glera (l'uva un tempo nota come prosecco) e il raboso.

a cura di Raffaella Prandi

Per chi volesse scoprirli, l'appuntamento è alla Città del gusto di Roma l'11 luglio con > I Drink Pink: una serata di musica e assaggi gourmet che accompagneranno i migliori rosati d'Italia, veri protagonisti della serata. A giudicare il migliore rosato in degustazione è chiamato il pubblico con il proprio voto durante la serata e>  on line.

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