8 Set 2014 / 16:09

Appunti di degustazione. Lo Champagne alla sfida del tempo: verticale di Doquet

a cura di
Sette vecchie annate per Doquet, dalla 2004, la prima completamente indipendente di Pascal Doquet, andando indietro fino al 1985 di Doquet-Jeanmaire, firmato dalla generazione precedente. Champagne in verticale, seconda puntata.
Appunti di degustazione. Lo Champagne alla sfida del tempo: verticale di Doquet
Sette vecchie annate per Doquet, dalla 2004, la prima completamente indipendente di Pascal Doquet, andando indietro fino al 1985 di Doquet-Jeanmaire, firmato dalla generazione precedente. Champagne in verticale, seconda puntata.
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Per due anni, 2001 e 2002, in piena Champagne, in vigneto sono spuntati due campi di grano. Seminati da lui, Pascal Doquet: perché “le radichette ridanno porosità al terreno; poi, finito col grano, spazio alla flora spontanea”. Già: la filosofia è questa. Doquet vuol fare (e pensa di fare già, e ha ragione) splendidi Champagne. Ma pensa anche che si possa farlo soltanto a partire da “un vigneto vivo e sano”. E per vivo lui intende varie cose: in parte mutuate dall’esperienza di chi l’ha preceduto (è la terza generazione vignaiola, suo papà aveva già aperto piste fondamentali poi da lui implementate, come la scelta dei lieviti autoctoni); ma in parte nuove e diverse. Così diverse che a Pascal un certo punto ha scelto di seguire in piena libertà la sua strada, e ha contrattato l’indipendenza dalla famiglia.

Nel 2004 ha comprato quanto voleva rilevare, accettando la divisione della proprietà: i 15 ettari che prima gestiva per tutta la famiglia (dunque con alcune limitazioni) oggi sono diventati 8, ma sono solo suoi (e della sua signora, con cui condivide ogni scelta). Cinque ettari in Côtedes Blancs, tre a Vitry. Un duro lavoro, visti anche i 60 chilometri di distanza tra i due vigneti. Ma Pascal sulla seconda location scommette: “Ha caratteristiche straordinarie”dice “il sottosuolo è tra i più gessosi della Champagne, proprio quel che serve al mio vino”. Che porta oggi orgogliosamente in etichetta il suo nome: Pascal Doquet. Il vecchio brand (Doquet-Jeanmaire) è stato ceduto a Laurent Pérrier, che lo usa per veicolare quantità di suo vino nella grande distribuzione.

La rivoluzione ha dunque dieci anni. Di più se si considerano i prodromi: già dal 2002 Pascal, che usa basi per due terzi in acciaio e un terzo in barrique borgognotte di terzo passaggio, fa Champagne in due versioni che chiama con poetica arguzia giorno/notte, cioè con o senza malolattica (smussata alle punte più verticali di acidità). “Il malico, l’acidità viva, sveglia i sensi. Dunque, quello è il vino-notte. Di giorno sei già sveglio...”. Dal 2001, come detto, non diserba più, fa sarchiature e sovescio; ha abolito quella che, ammiccando, chiama “l’assicurazione di papà: lui usava già la fermentazione spontanea, ma poi alla fine quasi sempre aggiungeva un pizzico di lieviti tecnici. Un rito. Una sorta di polizza anti malasorte che io non ho rinnovato”. È cambiato anche il dosaggio. Negli anni ’80, “quando papà faceva già cose notevolissime” (come dimostrano le note di degustazione) era solo zucchero: 5 grammi in media. Lui preferisce un mosto concentrato di vini suoi. E tiene tutto in punta, una volta finito il lavoro dei lieviti. Il futuro? È colmo di progetti: vigne singole, lieux dits, lavorati e imbottigliati separatamente; casse miste con annate in verticale per dare uno spettro complesso, verace e fascinoso dell’intersezione tra il suo lavoro e il caleidoscopio dei millesimi; la rinuncia, dolorosa ma già decisa, a due di essi, il 2010 e il 2011, non all’altezza. E la scelta, per l’annata 2007, di lavorare solo le uve di Montmaine: le altre non hanno dato la qualità che lui esige. Il tutto sognando a tempo di jazz (Pascal ne è appassionato). E rafforzando il suo legame con l’Italia (lo distribuisce con cura e affetto Balan) che ama. E che già oggi vede (rara avis) oltre alle sboccature riportate in etichetta, le bottiglie da vendere dotate di contro-etichetta con le info, i codici catturabili dai vari deviceredatti in italiano. Hommage à la beauté, hommage au gout: al gusto di chi, con gusto, da noi compra e beve.
E ora arriviamo ai nostri appunti di degustazione.

Pascal Doquet Les Mesnil Sur Oger Blanc des Blancs Grand Cru Coeur du Terroir2004
Materia, subito. Sotto la lievissima cipria di legno, più sensibile in quest’annata giovane e d’ultima sboccatura, la indovini subito. La ritrovi in bocca, insieme alla vena territoriale e minerale, in una beva ampia ma fondata su bell’equilibrio. È la versione meno tesa (un filo, ma giusto un filo più morbida) rispetto ad annate come quella schedata di seguito; ma il suo maker non ha di ciò alcun timore. E al secondo sorso anche in chi beve ogni coriandolo di eventuale perplessità si fa bolla e spuma… Valutazione: 89/100

Doquet Les Mesnil Sur Oger Blanc des Blancs Grand Cru Coeur du Terroir 2002
Il fratellino più grande, figlio d’annata grande. Bello, intenso, e ancora più carezzevole, con la lima leggera della bolla già assestata su nuance setose. Una nota di meletta apre le danze: c’è sale, e anche agrume netto, in bocca. Arancia, poi albicocca acerba, e pesca bianca. Per un vino che fa malolattica e per un terzo passa in legno, niente male davvero quanto a tensione. Grazie anche a un dosaggio sotto i 5 grammi, amorevole e accorto per lievità. Valutazione: 92/100

Doquet Vieilles Vignes 2002
Le vigne han quasi mezzo secolo. E sono in quella posizione di mezza costa su cui i Doquet (già dal ’97 lì ritardavano un filo la raccolta per dare alle uve tutta la strada di cui erano capaci) hanno costruito il concetto di “cuore del terroir”. Longevità, stile, capacità evolutiva. Il “Vecchie Vigne” 2002 è questo. Perfino muscoloso, (ma pure austero) rispetto alla linea della casa, ha olfatto nobile, tenuta, grippe al palato. E lunghezza. Con tracce di balsamicità nel finale e una vena salina di sostegno. No maloattica (e non serviva…). Valutazione: 91/100

Doquet Les Mesnil Sur Oger Blanc des Blancs Grand Cru 1996
Papà aveva comprato le barrique due anni prima di quest’annata letteralmente fuor di misura, ai limiti estremi in tutti i caratteri (il vino ha fatto la malolattica spontanea, in gennaio) e per qualcuno anche nelle stime, da limare un po’ in alcuni casi. A carattere e territorialità si puntava già chez Doquet in quel periodo. E si discuteva sul futuro aziendale. Fino al 2004, quando s’è deciso, i vini sono rimasti lì, a farsi grandi. Come questo ’96, ampio, ricco cremoso, erotico ed esotico nei profumi venati di noisette e miele. Da godere ora. Valutazione: 90/100

Doquet Les Mesnil Sur Oger Blanc des Blancs Grand Cru 1995
Il primo vino fatto da Pascal su autorizzazione di papà. E la prima scelta: staccare Mesnil al resto della Côtedes Blancs. Unico tra iMesnil presentati, non ha fatto malolattica. Verificato il timbro più maturo dell’annata. Pascal ha deciso che non serviva. E ha fatto bene. Fruttato, dal tono esotico ancora più netto del ‘96, ma ancora fresco, agrumato, quasi mordente grazie anche a buona sapidità, ha richiesto più tempo per trovare pieno equilibrio. Ma ora lo ha, in grazia e levità, e ha apparigliato e forse batte persino il più celebrato ’96. Ps Pascal “confessa” di aver usato qui un po’ più di solfiti. Gli amici talebani sulla faccenda provino, per una volta, a uscire in campo avverso. Non si pentiranno. E chissà, magari diverranno un po’ più laici… Valutazione: 91/100

Doquet-Jeanmaire Premier Cru Blanc des Blancs Coeur du Terroir 1988
Della serie “l’ha fatto papà”. Che era forte davvero. E si sente, già da questa bottiglia: godibile, con un vino ancora prensile nella tattilità e sapidissimo nel finale. Zero legno, ed è un’assenza che alleggerisce. In fondo si mescolano sensazioni di buccia fresca e di polpa di mela matura, qui è là con accenni d’anice e un po’ di balsamico. Come clima e “ideologia”, per Pascal somiglia un po’ al 96. Sia come sia, tiene… Valutazione: 87/100

Doquet-Jeanmaire Premier Cru Blanc des Blancs Coeur du Terroir 1985
Chapeau. Miracolino. Anzi, no: miracolo. Crema pasticcera, spezie, cannella, candito di banana (piccolo cenno) al naso: e bocca commovente, ancora viva e vegeta. Con la mela matura che (ante legno) è evidentemente un marker della serie, e di famiglia. La bolla è buona a sufficienza, e fine. La chiusura ripiega su un pizzico di champignon: come si conviene a un bellissimo soggetto d’età, portata alla grande. Massimo rispetto… Valutazione: 90/100

Pascal Doquet | Vertus | 44, chemin du Moulin de la Censé Bize | tel. +33 (0)3 2652 1650 | www.champagne-doquet.com

a cura di Antonio Paolini


Per leggere la prima puntata di Appunti di degustazione. Lo Champagne alla sfida del tempo: verticale di Veuve Cliquot clicca qui


Articolo uscito sul numero di Agosto 2014 del Gambero Rosso. Per abbonarti clicca qui
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