26 Nov 2014 / 11:11

Appunti di degustazione. Bordeaux Chateau Pichon-Longueville. Verticali & parallele vol. 1

a cura di
In profondità, in parallelo e in prospettiva: iniziamo con Bordeaux e Montalcino un viaggio nei territori e nelle etichette di eccellenza attraverso annate vecchie e recenti di due cantine di riferimento. Oggi la verticale di Bordeaux Chateau Pichon-Longueville. 5 annate dal 2010 al 1988.
Appunti di degustazione. Bordeaux Chateau Pichon-Longueville. Verticali & parallele vol. 1
In profondità, in parallelo e in prospettiva: iniziamo con Bordeaux e Montalcino un viaggio nei territori e nelle etichette di eccellenza attraverso annate vecchie e recenti di due cantine di riferimento. Oggi la verticale di Bordeaux Chateau Pichon-Longueville. 5 annate dal 2010 al 1988.
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Due label celebri. Di aree gloriose. Diverse, sì. Apparentate però dal livello apicale dei risultati. E da un percorso ultrasecolare. Anche qui non identico, ma lungo abbastanza per entrambe da poter viaggiare nel tempo a cercarne in bottiglia l’identikit. Primo atto con Bordeaux e Montalcino: Pichon Baron e Il Poggione.
Partiamo dal cugino d'Oltralpe. È uno di quei cru classé battezzati “supersecondi”: 2ème, alle spalle degli “assoluti” di Bordeaux, ma vicinissimi a loro; e in certe annate magari anche avanti nei punteggi. La sua storia parte nel 1689 quanto un négociant di Latour compra vigna a Pauillac. Poi però la figlia sposa Jacques Pichon de Longueville, e il vigneto va in dote. E diventa Pichon. Nel 1850, la proprietà si divide: 2/5 al Barone Raoul, il maschio; il resto alle sorelle, e diverrà Pichon Comtesse. Ma restiamo al Barone. Che vede il suo vino classé “2ème Grand Cru du Médoc”, e ne gode la fama. Ma i suoi eredi nel 1933 vendono a Jean Boutillier. Con lui le cose vanno prima bene, poi (dagli anni ’60) meno: pure lui vende, nel 1987, ad Axa, colosso che ha in casa il fuoriclasse per gestirla, Jean-Michel Cazes. Si investe. La qualità risale.E così i risultati, da subito. Nel 2000, a raccogliere l’eredità operativa di Cazes come capo azienda è Christian Seely, che si circonda di professionisti super. L’ambizione è forte. La tiratura quasi dimezzata. E, di nuovo, i risultati premiano. È storia d’oggi. E di domani. Perché i vini di Baron sono di quelli da bere dai 30 anni in su…


2010
Per chi comanda in casa Baron (l’a.d. Christian Seely) è il miglior vino mai fatto lì. E a lui i termini di paragone (e la frequenza dei riassaggi) non mancano. Noi però gli preferiamo d’un filo il 2009. L’annata è grande. E la bottiglia pure. Il vino è serissimo, ma senza cupezza e se ne intuisce la futura, impressionante chance di durata. Le note di famiglia (fumé, frutto, liquerizia, cassis ed esotismo della spezia) sono tutte presenti, e più che annunciate: piuttosto, trattenute, con promessa di esplosione. Ma l’incanto più sottile, quasi magico, del millesimo precedente vale un piccolo centesimo in più.
Prezzo medio: 200 euro. Valutazione: 97/100

2009
Curioso come a distanza di un ventennio certe circostanze si ripetano. E come i due millesimi 2009 e 2010 si contendano il primato in famiglia col 1990. Questo 2009 è di eleganza quasi unica: roccioso al debutto, ma solo perché ricorda in alcuni toni la pietra bagnata. Poi scivola su una pista di grafite verso un centro fruttato goloso e buonissimo, in cui prevalgono visciola e mirtillo. I tannini sono di quelli che vorresti sempre. Sai che ci sono, li senti, ma mai che alzino la voce, o tirino una gomitata. Spalmabili, malgrado la (enorme) gioventù del vino. Delizioso.
Prezzo medio: 185 euro. Valutazione: 98/100

2008
Qualcuno l’aveva definito, a suo tempo, la “bella addormentata” del millesimo, a Pauillac. Beh, ora si sta svegliando. Con calma, certo: per farsi trovare bella ancora tra un sacco di anni. La concentrazione, carattere della gestione post Duemila dello Chateau, qui è palpabile. Ma non massiva: tattilmente giusta, e gustosissima al palato. Anche se per ora a prevalere è ancora il tono scuro, sia nel fruttato (cassis) che nei sentori accessori (anche caffè, e un ricordo di camino e fumo). I tannini, tanti e ancora serrati, sono però dolci. E setosi certo quando sarà il momento.
Prezzo medio: 105 euro. Valutazione: 94/100

1989
Colore bellissimo, frutto straordinario. E perfino un cenno di rose macerate. Tabacco. Mora. Incenso, E altro ancora. La beva è ampia, suadente, accogliente. Il finale è chiesa e Oriente, fumo di turibolo e spezie. Un piccolo tocco di viola candita ancora, e poi via, a chiudere. Un vino alla nascita di concentrazione grande e palese, ma dall’eleganza quasi senza peso. I tannini sono una carezza.
Prezzo medio: 220 euro. Valutazione: 95/100

1988
L’alone più chiaro che circonda il cuore del vino, a vista, è il più marcato e ampio nella triade di annate consecutive di cui questa è il trailer. Ma il rubino a centro calice è splendente. Frutta rossa, appena fumé, dice subito il naso, che poi s’arricchisce di spezia e note balsamiche. La bocca è ampia, seria, piena. Appena “dritta” verso il fondo beva, tagliando (ma questo si saprà a posteriori, solo dopo aver testato le annate successive) un po’ della complessità di cui il Baron al top è capace.
Prezzo medio: 130 euro. Valutazione: 91/100



Chateau Pichon-Longueville | Francia | Pauillac | tel. +33.(0)5.56731717 | www.pichonlongueville.com


a cura di Antonio Paolini

Articolo uscito sul numero di Ottobre 2014 del Gambero Rosso. Per abbonarti clicca qui

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