16 Giu 2015 / 16:06

Viaggio tra i vitigni autoctoni: il raboso del Piave

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Ne parlava persino Plinio il Vecchio, ma per non andare tanto indietro nel tempo ci si può fermare al '600 quando la Serenissima aveva nel raboso del Piave il suo vino da viaggio. Quasi scomparso, oggi il vitigno trova nuovamente spazio nelle vigne venete.

Viaggio tra i vitigni autoctoni: il raboso del Piave

Ne parlava persino Plinio il Vecchio, ma per non andare tanto indietro nel tempo ci si può fermare al '600 quando la Serenissima aveva nel raboso del Piave il suo vino da viaggio. Quasi scomparso, oggi il vitigno trova nuovamente spazio nelle vigne venete.

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Storia e territorio

Le origini del raboso del Piave, vitigno rosso della Marca Trevigiana, si perdono nei secoli. Troviamo traccia di un vitigno a bacca rossa dalle caratteristiche simili, addirittura nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, che cita un vino del nord est definendolo “Picina omnium nigerrima”. Il suo nome potrebbe derivare dall’omonimo affluente del fiume Piave o dall’aggettivo rabbioso, che ben descrive il carattere forte e indomabile del vitigno. Le prime testimonianze certe risalgono al ‘600 ed è proprio in questo periodo, che il raboso diventa famoso come “vino da viaggio” nei territori della Serenissima. Grazie alla sua spiccata acidità e ai tannini vigorosi, era uno dei pochi vini che resisteva ai lunghi viaggi oceanici senza alterarsi. Per alcuni secoli, il raboso ha conquistato grande fama ed è stato esportato ovunque dalle navi veneziane. La coltivazione del vitigno nei territori alla sinistra del Piave è continuata con successo fino alla fine della seconda guerra mondiale. A quell’epoca, circa l’80% del vino rosso del territorio era prodotto con il raboso.Solo negli anni ’60, la moda dei vitigni internazionali ha favorito la progressiva sostituzione del raboso con uve più famose e commercialmente redditizie, come il cabernet sauvignon e il merlot. Una ventina d’anni fa, alcuni coraggiosi produttori hanno salvato dall’estinzione il raboso e cominciato a rivalutarne le qualità e la storia.Oggi la Confraternita del raboso si occupa di promuovere la valorizzazione di un vitigno per troppo tempo dimenticato.

Caratteristiche

Il raboso è un vitigno piuttosto rustico e robusto, con un ciclo vegetativo lungo; germoglia precocemente e matura tardivamente, verso la fine di ottobre. Si adatta molto bene ai terreni alluvionali, ghiaiosi e a quelli calcareo-argillosi. Storicamente è coltivato solo nella pianura trevigiana a ridosso del Piave, non è infatti presente in altre zone d’Italia. Il vino si caratterizza per corpo e struttura importanti. In gioventù, i tannini aggressivi e l’alta acidità, lo rendono piuttosto spigoloso e ruvido al palato. Solo un lungo invecchiamento in legno riesce a smussare gli aspetti più aspri del suo carattere e a trasformarlo in un vino potente e armonioso. Ha un colore rosso intenso, profumi di marasca e frutti rossi, a cui si aggiungono note evolutive terziarie. Pur conservando una buona freschezza e tannini importanti, il raboso acquista un bouquet ampio e complesso con l’affinamento in botte, che arricchisce gli aromi fruttati con nuances di spezie e tabacco. Il finale chiude con una buona sapidità e una grande persistenza. Per le sue caratteristiche, il raboso del Piave rientra a pieno diritto tra i grandi rossi italiani da invecchiamento. A tavola si abbina perfettamente con cacciagione in salmì, carni rosse preparate con cotture lunghe ed elaborate, grigliate e arrosti importanti.

Produttori

Tra i produttori più importanti ricordiamo l’Azienda Vinicola Casa Roma a San Polo di Piave, Bonotto delle Tezze a Vazzola, De Stefani a Fossalta di Piave e Ornella Molon Traverso a Salgareda, tutte nella provincia di Treviso.
L’Azienda Agricola Giorgio Checchetto, produce un interessante Raboso del Piave Doc,così come Azienda Agricola Ca'di Rajo, che popone il Raboso del Piave Sangue del Diavolo Doc e il Rabosodel Piave Riserva Notti di Luna Piena Doc.Tra gli altri importanti produttori ricordiamo la Tenuta Santomé, l’Azienda Vinicola Casa Roma,Bonotto delle Tezze, De Stefani, Ornella Molon.

a cura di Alessio Turazza


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