24 Giu 2016 / 15:06

Export vini italiani: dati dopati. Tutto da rifare?

Dalla nostra inchiesta di due mesi fa, è arrivata la richiesta di tavolo tecnico ministeriale, oggi presentata al Senato. Dario Stefàno: “Per anni la burocrazia ha penalizzato le regioni del Sud. Adesso cambiare la procedura di rilevamento export, attraverso un codice di nomenclatura”.

Export vini italiani: dati dopati. Tutto da rifare?

Dalla nostra inchiesta di due mesi fa, è arrivata la richiesta di tavolo tecnico ministeriale, oggi presentata al Senato. Dario Stefàno: “Per anni la burocrazia ha penalizzato le regioni del Sud. Adesso cambiare la procedura di rilevamento export, attraverso un codice di nomenclatura”.

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Italia a due velocità, con il Nord virtuoso e il Sud lento e impacciato. Almeno così dicono i dati sull'export di vino delle regioni italiane comunicati dall'Istat e rielaborati da Ismea e Wine Monitor Nomisma. Ma ne siamo proprio sicuri? Lo scorso aprile, proprio dalle colonne del nostro settimanale Tre Bicchieri, nell'articolo Sicilia en Primeur 2016. Ecco come si presenta l'Isola di Andrea Gabbrielli, e sul sito con l'articolo Quel vino siciliano che fa crescere l'export veneto. Ma i dati sono attendibili? è stato sollevato un problema di rilevamento delle esportazioni. Problema che, tuttavia, non riguarda solo la Sicilia, come hanno portato alla luce le successive verifiche. E oggi quell'inchiesta è arrivata nero su bianco al Senato della Repubblica, portata avanti dal senatore Dario Stefàno che ha chiesto un tavolo tecnico ministeriale presso il Mipaaf.

Le anomalie del sistema di rilevamento dell'export

Ma vediamo di capire bene dove sta l'inghippo. Il problema nasce perché le rilevazioni Istat si riferiscono ai dati doganali, ma questi ultimi considerano il luogo da cui i vini lasciano l'Italia e non quello in cui sono stati prodotti. In sostanza se un vino prodotto e confezionato in Sicilia viene sdoganato dal porto di Livorno, per una destinazione estera, quel vino entra a far parte del computo dell’export della Toscana. Una procedura che, come si vedrà dati alla mano, finisce per penalizzare soltanto le regioni del Sud, dove non ci sono piattaforme logistiche utili alle aziende produttrici, mentre le altre si vedono “accreditato” un export non proprio. Tuttavia la discrasia è evidente. Pensiamo al Trentino che risulta esportare il 140% di quello che produce. O al Piemonte, il cui dato export arriva addirittura al 173%. In particolare i porti più virtuosi, ovvero quelli da dove partono i maggiori ordinativi di vino, risultano essere Livorno, Genova, Verona e altri ancora, quasi sempre situati al Nord.

Negli ultimi dieci anni l'export delle regioni meridionali si è molto accresciutospiega Andrea Gabbrielli  ma solo una parte è stata registrato dai dati ufficiali: ai fini statistici, infatti, conta solo il luogo di sdoganamento. Ora, al di là del tecnicismo, questo sistema di raccolta dei dati export contrasta di fatto con lo spirito e con l’impostazione della legge sulle denominazioni che appunto difende l'origine del vino. Mentre ad esempio l'Agenzia delle Dogane considera l'origine un dato più commerciale che strutturale”.

 

I conti non tornano

Appurata la procedura, rimane da capire quanto perdono in questo modo regioni come Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata e così via. Difficile dirlo, visto che non c'è un rilevamento precedente nel luogo di origine. Prendiamo il caso della Sicilia: secondo le rielaborazioni Wine Monitor Nomisma e Ismea, l'Isola nel 2015 avrebbe esportato 374.143 ettolitri (-1,5%9) per un valore di 101.331 milioni (+3,2%). Numeri che non le consentirebbero di andare oltre una poco soddisfacente nona posizione in classifica. A colpire in questo dato è il contrasto con gli incrementi produttivi. Com'è possibile che una delle regioni più virtuose in termini di produzione - quarta in graduatoria - alla fine dei conti esporti così poco? E che dire della Puglia e dei suo sforzi per internazionalizzarsi sempre più?

 

Il caso della Sicilia

Ed è da questa riflessione che è partita l'ipotesi di un errore, rivelatesi poi veritiera. Come confermato anche dalle Agenzie delle Dogane. Rimanendo sul terreno delle ipotesi, c'è chi - come Antonio Rallo, presidente del Consorzio Sicilia, oltre che neopresidnete Uiv – sostiene che il valore reale dell'export siciliano potrebbe essere doppio rispetto al dato Istat. Francesco Ferreri, presidente Assovini fa notare che solo le 79 aziende associate hanno un export di 168 milioni di euro, a cui andrebbe aggiunto quello delle altre aziende che non aderiscono all'associazione. Anche perché il fenomeno riguarda un po' tutti, dai piccoli alle grandi aziende. Si pensi a grandi nomi dell'Isola come Tasca d'Almerita, Donnafugata i cui vini, solo in minima parte, partono dal porto di Palermo. O ancora a chi, pur non essendo siciliano, ha una propria azienda anche nell'Isola, ma per razionalizzare ed economizzare, fa un unico invio da un porto del Nord Italia. Vedi, tra gli altri, Zonin che invia tutto da Gambellara o Mezzacorona che spedisce tutto a Trento e da qui invia all'estero.

 

La situazione in Puglia

Stessa situazione in Puglia, come rivela il senatore Dario Stefàno: “La fotografia dei dati fino a oggi è stata falsata da questo sistema di rilevamento, complice il fatto che in Puglia in molti casi ci si rivolga al sistema delle grandi cooperative del Nord Italia, con tutte le conseguenze del caso. Ma com'è possibile che una regione che sta facendo grandi sforzi per essere sempre più competitiva all'estero dal 2009 ad oggi abbia solo incrementato l'export di 4 milioni? I produttori fino a questo momento sono stati ignari di questo 'dato dopato'. Adesso, però, chi ha compreso la gravità della situazione è contento che si apra questo nuovo capitolo ed è pronto a combattere questa battaglia che io da domani, con il coltello tra i denti, porterò avanti. E sono sicuro che ce la faremo”.

E infatti, tra i produttori prevale la voglia di chiarezza. “La situazione va ripianata” è il commento di Angelo Maci presidente di Cantina Due Palme“ringraziamo Stefàno e Gabbrielli per averci aperto gli occhi e siamo pronti a farci sentire”.

 

Le conseguenze

Ma quali sono le conseguenze dirette di un siffatto sistema di sottostima? “Sicuramente ne deriva un danno di immagine” continua Gabbrielli “visto che la capacità di fare export e di sapersi strutturare è uno dei parametri principali con cui si giudica la competitività delle regioni nel mercato globale. È un dato importante a cui si guarda anche in Conferenza Stato Regioni quando si parla di Ocm. In questo modo è chiaro che le Regioni del Sud finiscono per dare un'immagine poco virtuosa”.

Danno di immagine che già da solo non è poco” gli fa eco Stefàno “Se io fossi un importatore cinese e dovessi decidere dove approvvigionarmi, andrei a vedere i dati dell'export, rivolgendomi alle regioni più virtuose, come Trentino o Veneto. Di sicuro non andrei da chi, apparentemente, non ha una buona propensione a vendere all'estero”.

 

Le soluzioni

Come uscire, allora, da questo inghippo tanto penalizzante? “Bisogna ribadire l'importanza dell'origine dei prodotti, sulla quale l'Italia non può permettersi alcun tentennamento” risponde il senatore“Una volta sollevata la questione chiederò un tavolo tecnico presso il Mipaaf che affronti il problema e risolva questo paradosso. Chiaramente saranno chiamati a confrontarsi Agenzia delle dogane e Istat e Ismea affinché vengano redatti per le regioni mancanti i codici di nomenclatura combinata, attraverso cui è possibile ricostruire il percorso del vino, fornendo, così il dato della propensione all'export nella sua realtà, ovvero attribuendolo non a chi sdogana, ma alla regione che produce”.

La proposta è stata subito commentata dal vicepresidente di Federdoc Giuseppe Liberatore: “Èuna strada percorribile, ma il problema deve essere portato anche a Bruxelles, considerato che la Comunità Europea sta azzerando questi codici anche per gli altri prodotti”. “Arriveremo anche in sede europea” accoglie subito la proposta Stefàno“ma la richiesta di adozione del codice deve partire dall'Italia”.

Un percorso che nella sostanza apparirebbe quasi fin troppo naturale, ma che evidentemente in tutti questi anni non ha mai trovato il suo corso: “Incredibile, ma vero” incalza Stefàno“Non voglio pensare che dietro questo sistema ci sia un furbo espediente da parte di qualcuno, ma mi limito a dire che questa inchiesta ha messo in evidenza una certa pigrizia della burocrazia italiana che, piuttosto di elaborare un codice e rivedere la procedura, ha preferito avvantaggiare certe regioni e penalizzarne, anche in maniera violenta, delle altre”. Ancora una volta quelle del Sud, purtroppo.

 

a cura di Loredana Sottile

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 23 giugno

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