Ma Trump è davvero una cattiva notizia per il vino italiano?

12 Nov 2016, 15:47 | a cura di

Chi parla già di una nuova Brexit, chi di fine dei trattati internazionali e chi intravede una possibilità per riprendere i rapporti con la Russia. Ecco come hanno reagito i mercati all'insediamento del 45esimo presidente degli Stati Uniti

Hillary Clinton ha vinto nei sondaggi, anche in quello tra le cantine italiane che abbiamo pubblicato qualche giorno fa, ma a vincere le elezioni, quelle vere, è stato Donald Trump. Un vero terremoto - in mezzo a quelli purtroppo reali - per chi era già pronto a scommettere sulla “facile vittoria” della candidata democratica. È la seconda volta a distanza di pochi mesi che i mercati e gli esperti di politica si fanno prendere alla sprovvista. La prima volta era stato con la scelta della Gran Bretagna di uscire dall'Ue. Tant'è che il Financial Times ha definito il risultato delle presidenziali americane come l'America's Brexit.

E adesso, ripresi dallo scossone mediatico, non resta che tracciare i primi possibili scenari futuri per l'agroalimentare. Al di là delle simpatie personali, le maggiori paure emerse tra i produttori italiani rispondono sostanzialmente a due nomi: esportazioni e accordi internazionali. Forse a causa di quel'”American First”, lo slogan sbandierato dal magnate newyorkese in campagna elettorale - probabilmente proprio quello che lo ha spinto fino alla Casa Bianca - sembra già di per sé un muro innalzato nei confronti degli interlocutori mondiali. Ma sarà davvero così?

 

Un winemaker alla Casa Bianca

Al di là ti tutte le considerazioni di carattere economico, non può passare inosservato che il 45esimo presidente degli Stati Uniti è anche un produttore di vino. Certo, lo è tra le tante altre cose: uno degli uomini più ricchi al mondo (secondo la lista stilata da Forbes, 3,7 miliardi di dollari nel 2016), il proprietario di hotel, casinò e anche della Trump Tower di Manhattan, oltre che di marchi di mobili, camicie e bevande energetiche. Last but not least, un personaggio televisivo. Ma torniamo al vino. La sua tenuta, passata in realtà nelle mani del figlio, si trova in Virginia (precisamente a Charlottesville), Stato, tra l'altro, che gli ha preferito Hillary Clinton. La Trump Winery, con i suoi 500 ettari, produce una decine di tipologie di vini, tra rossi, bianchi, rosè e spumanti, e a completare l'offerta all'interno vi è un grande resort con piscina in perfetto stile Trump. Che poi, il miliardario dal ciuffo d'oro, preferisca bere diet Cola – in molti sostengono sia anche astemio - è un altro discorso. O forse no.

 

Quanto vale l'export agroalimentare italiano verso gli Usa?

Secondo il California Wine Institute, l'Ue esporta circa 3,7 miliardi di dollari di vino negli Stati Uniti ogni anno, sei volte rispetto alla quantità di vino che viaggia in direzione opposta. L'Italia, solo nel primo semestre del 2016, ha spedito vino in Usa per un valore di 655 milioni di euro, rimanendo il primo Paese fornitore. Per il nostro export agroalimentare gli Usa incidono per quasi il 12%, un peso che arriva al 23% nel caso delle bevande al cui interno la componente principale è data dal vino.

 

Quai i timori per il mondo del vino

Secondo la rivista inglese Decanter, le sorprese che potrebbero arrivare con Trump per il vino sono essenzialmente tre: la volatilità del mercato che abbiamo già sperimentato nei giorni di vittoria della Brexit; la sfumata del Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico (quindi tra Usa e Ue)e l'incertezza per i lavoratori stranieri nel settore vitivinicolo americano. Questione, quest'ultima, che riguarda più che altro la produzione interna: i vigneti americani, infatti, si affidano molto al lavoro degli immigrati, soprattutto nel periodo della vendemmia. Ma, appunto, questa è una questione prettamente americana. Per quanto riguarda le altre due - quelle che ci riguardano da vicino - abbiamo chiesto un parere agli esperti.

 

Trump come la Brexit?

Parliamo prima di tutto delle reazioni dei mercati nel 'the day after'. Per farsi una prima idea - sottolineamo 'prima' idea - basti vedere l'andamento della moneta degli States. “Nella sola giornata di mercoledì” è l'analisi puntuale del direttore di Nomisma Wine Monitor Denis Pantini si è già visto tutto e il contrario di tutto. Ad un primo calo del dollaro e della borsa americana, la giornata si è chiusa con un recupero della valuta statunitense sull’euro che - non solo ha recuperato il calo iniziale, ma si è addirittura rafforzato - mentre Wall Street ha messo a segno un +1,39%”. Sono bastati, a capovolgere la situazione, i toni rassicuranti del primo discorso da neoeletto di Trump e quel “sarò il presidente di tutti gli americani”? Probabilmente sì.

Ma vediamo cosa potrebbe profilarsi per il nostro vino nel breve e nel lungo periodo. “L’effetto più deleterioche può derivare per i nostri esportatori” continua l'economista “risiede nell’incertezza che intercorre tra oggi e queste scelte di politica: come sta accadendo per Brexit, i produttori italiani non stanno avendo particolari ripercussioni nelle vendite di vino sul mercato britannico, ma il vero problema è che gli importatori non pianificano acquisti di lungo periodo. Stanno appunto alla finestra. In altre parole comprano 'alla giornata' e questo è sicuramente un problema per le nostre imprese che potrebbero subire gli stessi effetti anche nel caso degli Stati Uniti”.

 

Previsioni sul lungo termine

Diversa la situazione sul lungo periodo, dove, invece, al momento a fare testo può essere solamente quanto dichiarato dal tycoon in campagna elettorale. E su questo punto c'è da stare meno tranquilli, anche se, come sappiamo molto bene, le dichiarazioni delle campagne elettorali lasciano il tempo che trovano. “Dando quasi per scontato il congelamento del Ttip che per noi italiani rappresenta sicuramente un’opportunità mancata” spiega il direttore di Wine Monitor “il rischio più grande potrebbe essere quello di qualche fiammata protezionista, con eventuali aumenti dei dazi su import di vino e prodotti alimentari e questo sicuramente ci farebbe del male, alla luce del fatto che il sistema distributivo statunitense per come è strutturato, 3-tier system - normalmente moltiplica per 4 il prezzo di un vino dalle dogane al retail e se ci aggiungiamo anche un dazio all’import più elevato di quello che già oggi paghiamo - 4% su sparkling e sfusi, 1% su fermi imbottigliati - diventiamo meno competitivi, in primis rispetto ai vini californiani oltre a quelli che già oggi presentano prezzi medi sensibilmente inferiori, come gli argentini. Ma” conclude “a voler guardare il bicchiere mezzo pieno, in questa logica di annullamento degli accordi commerciali si dovesse arrivare anche alla non ratifica del Tpp (l’accordo tra Usa e le economie dell’area del pacifico esclusa la Cina; ndr) per il vino italiano non sarebbe certo un peccato, alla luce del fatto che questo accordo coinvolge tra gli altri Australia e Nuova Zelanda, due tra i principali competitor dei nostri vini sul mercato statunitense”.

 

Cauto ottimismo

D'accordo su un'analisi non negativa della situazione attuale anche Davide Gaeta, docente di economia e politica vitivinicola all'Università di Verona: “Credo che la politica di Trump sarà più moderata rispetto ai toni usati in campagna elettorale. È un uomo molto scaltro.Non vedo, pertanto, minacce di protezionismo per il vino e per l'agroalimentare. Del resto, ricordiamo che quanto a barriere ce ne sono più in Ue per i prodotti americani che non negli Usa per i prodotti italiani”. Allargando al sistema in generale, Gaeta si sofferma sulla maggioranza che andrà al Governo della prima potenza mondiale: “Vorrei sottolineare che avendo Trump tutto il Parlamento a sua disposizione, penso avrà una facilità legislativa rispetto a quanto ha potuto fare Obama. Questo sarà un vantaggio anche per l'Ue. Per quel che riguarda il Ttip sono più ottimista con Trump, proprio perché adesso c'è un interlocutore che ha i poteri per decidere e che non può non considerarlo”. Qualunque sia la scelta.

 

L'analisi delle associazioni

Per Silvana Ballotta, ceo della società di internazionalizzazione Business Strategies non è il caso di creare allarmismo, anzi è tempo di consolidare le posizione italiane in Usa: “Questa è un’altra storia rispetto alla Brexit e alle sue ripercussioni sul nostro export vitivinicolo in Gran Bretagna. Preoccupiamoci, invece, di attuare le migliori strategie di mercato per penetrare su piazze statunitensi, ancora oggi per nulla mature e saremo così in grado di confermare la nostra leadership partendo da una condizione di vantaggio. Secondo una nostra survey realizzata lo scorso anno, i millennials americani preferiscono infatti il nostro vino (35,6%) rispetto ai principali competitor, quali Francia (30,2%), Spagna (22,4%), Argentina (14,1%), Cile e Australia”.

Secondo Lamberto Frescobaldi vicepresidente Uiv, Trump porterebbe con sé due notizie,una buona ed una cattiva. "Quella buona è che il neo presidente degli Stati Uniti è anche un produttore di vino e pertanto conosce il nostro prodotto. L’altra, cattiva, è che, almeno nelle dichiarazioni elettorali, è un deciso protezionista. Fortunatamente però gli Usa consumano molto più vino di quello che producono e la produzione del vino non si può “delocalizzare”. Il Brunello si fa solo in Toscana e non si può impiantare negli States. Quindi vedremo. Potrebbe esserci un problema sui dazi, ma nel complesso sarei tranquillo".

 

Fine della “guerra fredda” con la Russia?

Passiamo a una questione che tiene col fiato sospeso tutto il mondo: il rapporto con la Russia di Putin e i possibili scenari mondiali che ne deriveranno. Ricordando che al momento l'Italia sta pagando lo scotto delle sanzioni imposte al Cremlino dalle politiche occidentali, che hanno portato allo stop dell'import agroalimentare. È vero che il vino è escluso dal blocco, ma non immune dalle conseguenze, complice anche la svalutazione del rublo (vedi box dal nostro inviato in Russia, che ha raccolto gli umori del dopo Obama).

Partiamo, quindi, ancora una volta dall'andamento della moneta.“All'indomani delle elezioni” osserva Pantini “sul mercato valutario il rublo si è rivalutato sulla base di un presunto asse futuro Usa-Russia e sulle dichiarazioni di Trump di voler privilegiare i combustibili fossili rispetto alle energie rinnovabili. Essendo la Russia uno dei principali esportatori di petrolio e gas naturale ed essendo il suo Pil influenzato in maniera rilevante dall’export di queste commodity, i mercati hanno interpretato l’elezione di Trump come un toccasana per l’economia russa. Una eventuale rivalutazione del rublo potrebbe indubbiamente giovare anche alle nostre esportazioni di vino, che da due anni a questa parte sono diminuite in questo mercato, proprio a causa della debolezza della valuta locale e del calo dei redditi dei consumatori”.

Attenzione, però, a cantare vittoria, perché di fatto le politiche dei due Paesi potrebbero anche finire per “pestarsi i piedi”. La contraddizione maggiore, come ci spiega Pantini, deriva dal fatto che la crisi dell’economia russa è determinata da un eccesso di offerta di petrolio sul mercato mondiale, ma Trump sembrerebbe voler incentivare, proprio lo sviluppo dell’industria petrolifera statunitense: “A quel punto non farebbe che aumentare tale surplus, tenendo così i prezzi bassi per chissà ancora quanti anni”.

 

Dal nostro inviato in Russia: Trump, Putin e le sanzioni. Ecco come la Russia ha accolto il nuovo presidente

Non è un segreto che la Russia abbia apertamente parteggiato per il successo della corsa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. In modo a volte anche fuori dalle righe, e abbastanza inusuale per la mentalità russa, ma tanto valeva schierarsi contro chi rappresentava (la Clinton) la continuità di relazioni pessime fra le due più grandi potenze mondiali. Se poi aggiungiamo i non velati apprezzamenti di Trump verso la figura di Putin, e una sorta di presa di distanza nei confronti degli spinosi contenziosi aperti fra i due Paesi, allora capiamo tutta la simpatia e l’appoggio (qualcuno dice non solo morale!) che la Russia ha entusiasticamente dedicato al nuovo Presidente americano.

Ai russi, al popolo, interessa che le relazioni bilaterali riprendano l’iter positivo, senza le diffidenze e le reciproche ripicche che ne hanno caratterizzato l’ultimo scorcio della presidenza Obama, e soprattutto portino a un rapido superamento delle sanzioni (e conseguenti controsanzioni) ancora in essere da oltre due anni. Forse la sola eliminazione delle sanzioni non basterà, poiché l’acuirsi della crisi economica è frutto di un combinato-disposto, dove giocano molteplici fattori, fra i quali il peso del prezzo del petrolio è determinante, ma sicuramente potrebbe essere l’inizio di una lenta inversione di tendenza nei confronti della sempre più disastrata situazione economica che sta massacrando tutti i comparti.

Un interesse che coinvolge anche gli esportatori italiani, che in questo periodo hanno visto fortemente ridimensionate, o in certi casi annullate, le possibilità di presenza (costruita con anni di investimenti) in questo grande Paese.

E non consola certo il fatto che, ad esempio, l’Italia sia il primo Paese esportatore di vino in Russia, se poi i consumi sono sensibilmente diminuiti. Né fa certo piacere che gli scaffali dei supermercati presentino improbabili “parmesan” o “muzzarelle” o altri “pseudoitaliani”, made in Sud America o Cina, perché siamo tutti coscienti che non basterà superare le sanzioni per far tornare le nostre eccellenze al loro posto… servirà tempo e bisognerà nuovamente investire.

Quindi prima inizierà lo “scongelamento” meglio sarà: sarà Trump a mostrare la sua disponibilità? Allora viva Trump! Così la pensano i russi, ma anche i moltissimi italiani che qui, tra mille difficoltà, presidiano le posizioni conquistate in tanti anni di sacrificio. A cura di Gianguido Breddo

 

 

a cura di Loredana Sottile

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 3 novembre

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