16 Ott 2017 / 16:10

Lo stato dell’olivicoltura in Europa e i progetti per il futuro

a cura di

Sono circa 5 milioni gli ettari di uliveti nel sud Europa distribuiti tra Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Malta, Portogallo e Slovenia per un totale di circa 1.509.000 aziende. Ma come si pone l'Unione Europea?

Lo stato dell’olivicoltura in Europa e i progetti per il futuro

Sono circa 5 milioni gli ettari di uliveti nel sud Europa distribuiti tra Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Malta, Portogallo e Slovenia per un totale di circa 1.509.000 aziende. Ma come si pone l'Unione Europea?

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Lo scorso 14 settembre il Servizio Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) ha rilasciato un “briefing” di 12 pagine riguardante il settore delle olive e dell’olio di oliva in Europa intitolato The EU olive and olive oil sector – Main Features, challenges and prospects. Si tratta di un’ampia panoramica sulla produzione europea che punta ad analizzare aspetti che vanno dalla struttura dell’azienda agricola alle tecniche colturali, dalle differenze economiche al ruolo dell’internazionalizzazione, dalle problematiche legate alle malattie degli ulivi alle prospettive per il futuro dell’olivicoltura. Insomma un documento che, partendo dai numeri del settore, si propone di tracciare una strada (o quantomeno di tentare un’interpretazione) di quello che sarà il trend produttivo e commerciale nei prossimi anni. Analizziamo le singole parti di questo briefing.

 

Le caratteristiche strutturali delle aziende olivicole comunitarie

L’oliva e i prodotti a essa legati sono elementi primari nell'economia agricola dei paesi del sud Europa con circa 5 milioni di ettari di uliveti, oltre 7 miliardi di euro di valore di produzione ogni anno e protagonisti come Grecia, Spagna (con più della metà della superficie olivetata), Francia, Croazia, Italia, Cipro, Malta, Portogallo e Slovenia. Parliamo di un totale di circa 1.509.000 aziende (dati Eurostat 2013) di cui quelle con le dimensioni più importanti si trovano prevalentemente in Spagna, ma anche in Portogallo.

I numeri della penisola iberica però non si fermano qui: nel 2016 infatti la produzione di olive e olio di oliva ha caratterizzato il 10% della produzione agricola totale, ma soprattutto delle circa 11 milioni di tonnellate di olive prodotte nel 2016 in tutta Europa, il 74% proviene proprio da qui, mentre il 22% è diviso quasi ugualmente tra Grecia e Italia.

 

Il commercio internazionale delle olive e dell'olio di oliva dell'UE

Un altro aspetto molto rilevante del settore olivicolo europeo è l’internazionalizzazione e l’export. I paesi produttori dell'UE rappresentano il 70-75% della produzione mondiale di olio d'oliva e più di un terzo per le olive da tavola. Questi sono anche i principali consumatori e superano la metà del consumo mondiale di olio d'oliva con la Grecia prima in classifica nel consumo pro capite. L’UE si rivela quindi la leader nel panorama internazionale con una media di 541.000 tonnellate di esportazioni annuali (2/3 del totale) e 121.000 tonnellate di importazioni annue (15% delle importazioni mondiali). L’export è rivolto soprattutto agli USA che sono il principale acquirente, ma anche a Giappone, Cina, Canada, Brasile e Australia, mentre le importazioni provengono principalmente dalla Tunisia, ma anche dal Marocco e dalla Siria. Sul fronte della promozione il bilancio complessivo di cofinanziamento per il 2016 è stato di 111 milioni di euro, mentre quello del 2017 ammonta a 133 milioni di euro, con l’intenzione di aumentarlo ulteriormente nei prossimi anni.

 

Controllo delle malattie nell'olivo

Altro aspetto affrontato dal documento è quello della gestione dell’uliveto, soprattutto per quanto riguarda le malattie a esso legate. Un esempio recente sono le misure di emergenza fissate a seguito dello scoppio della Xylella fastidiosanell'Italia meridionale, dove dal 2013 la malattia sta attaccando uliveti in Puglia. Dal 2015 però il problema ha cominciato a riguardare anche la Francia dove il batterio ha attaccato piante ornamentali nelle regioni della Corsica e della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, mentre alla fine del 2016, le autorità hanno riferito la presenza di Xylella in Spagna, che ha interessato vari frutti e piante ornamentali; l'intero territorio delle isole Baleari è stato dichiarato zona colpita nel gennaio 2017. A tal proposito è partito un progetto multidisciplinare di ricerca finanziato dal programma quadro comunitario per la ricerca e l'innovazione Horizon 2020, per un costo complessivo di 7 milioni di euro, che mira a migliorare prevenzione, rilevazione precoce e controllo della Xylella fastidiosa.

 

Prospettive economiche e innovazione

Secondo le ultime proiezioni a medio termine della Commissione, le previsioni economiche del settore fino al 2026 indicano una maggiore produzione in Spagna (dove la Commissione prevede una notevole crescita degli uliveti irrigati nei prossimi anni) di circa il 10% e una lieve flessione in Grecia (+2%) e in Italia (-1%). In questi paesi le tendenze dei consumi dovrebbero avere una certa stabilizzazione o diminuzione minore, in gran parte compensata dall'aumento del consumo nei paesi non produttori all'interno e all'esterno dell'UE. Per quanto riguarda il commercio internazionale, le prospettive per il 2026 costituiscono un considerevole rafforzamento del ruolo guida dell'UE nelle esportazioni (+45% nel periodo) e un possibile aumento delle importazioni dai paesi mediterranei dell'UE.

 

I trend e le sfide per il futuro dell’olio di oliva europeo

Una sfida primaria, comune anche ad altre colture, è il ritmo dello sviluppo strutturale delle aziende agricole in un sistema produttivo più efficiente e moderno. Questo è spesso legato all'idea di aumentare la dimensione dell'azienda e di introdurre la meccanizzazione nei processi produttivi in aggiunta a colture intensive. Ciononostante, una ricerca spagnola (Present and future of the Mediterranean olive sector - Options Méditerranéennes) sulla sostenibilità della coltivazione dell'ulivo osserva che trasformare gli uliveti tradizionali in colture intensive o superintensive non è una soluzione risolutiva. Ciò può essere dovuto alle caratteristiche delle aree produttive (ad esempio un ambiente fragile o una pendenza significativa), i metodi di produzione (ad esempio la raccolta tradizionale è preferita per evitare di danneggiare le olive), o gli alberi stessi (ad esempio, una coltura permanente perenne causa rigidità nell'adattamento a nuovi schemi produttivi).

È per questo che i ricercatori suggeriscono che la sostenibilità della produzione di oliva non dovrebbe basarsi sull'intensificazione della produzione solo nelle aziende più grandi, ma più su soluzioni innovative di raccolta, nuove cultivar o una migliore gestione dei parassiti, per coltivare uliveti più redditizi e meno esposti a volatilità di mercato - anche in unità produttive più piccole. Il mercato dell'olio di oliva può oscillare per diversi motivi, come l'alternanza ciclica di raccolti buoni e poveri o il tempo prima che le nuove piante diventino pienamente produttive.

A tal proposito l’Italia sarebbe l’esempio più eclatante: le piccole dimensioni delle sue aziende la dovrebbero naturalmente portare a puntare non su colture superintensive (che in Spagna comunque non superano il 3% del totale), ma su una crescente valorizzazione del suo patrimonio varietale che comprende circa 1/3 delle cultivar di olive presenti in tutto il mondo. In conclusione questi numeri, non solo fanno capire il peso della Spagna nel condizionamento economico e strutturale del settore, ma dovrebbero anche far pensare alle enormi differenze produttive, varietali ed economiche che insistono tra i singoli stati membri. Diventa quindi alquanto surreale pensare a soluzioni univoche e unilaterali per questo settore.

 

 

a cura di Indra Galbo

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