22 Gen 2018 / 11:01

Come funzionano e a cosa servono le wine competition negli Stati Uniti

a cura di

Abbiamo partecipato in veste di giudici ad una wine competition a San Francisco. Ecco come è andata.  

Come funzionano e a cosa servono le wine competition negli Stati Uniti

Abbiamo partecipato in veste di giudici ad una wine competition a San Francisco. Ecco come è andata.  

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Che sia il rating di Wine Spectator, la recensione di James Suckling (famoso critico americano) o una medaglia vinta a una gara internazionale, un riconoscimento è ciò che permette a un vino di avere qualche chance in più per brillare nell’enorme offerta vinicola sul mercato americano. Per questo chi esporta verso gli USA sceglie di investire per accaparrarsi una di queste “medaglie” e collezionarne quante più possibili.

Le wine competition negli Stati Uniti

Se recensioni e punteggi legati al mondo dell’editoria e del giornalismo hanno le loro regole – che spesso rimangono all'interno della redazione - le gare dedicate ai vini, le wine competition che si organizzano in tutti gli Stati Uniti, si svolgono in maniera completamente trasparente. In genere, sono organizzate nelle principali città dalle associazioni di sommelier e wine educator, dalle istituzioni (Contea, Stato o City), dai quotidiani locali o dalle associazioni di viticoltori e produttori. Alcune di queste competizioni sono aperte anche a vini importati, altre sono destinate solo ai prodotti statunitensi. Le più importanti e storiche ad oggi negli USA sono la California State Fair a Sacramento, istituita nel 1854, senza dubbio la competizione più antica; la New York World Wine and Spirit Competition che è una delle più interessanti, da tenere d’occhio, in quanto impiega giudici provenienti dal settore trade, escludendo quindi giornalisti o educatori, con un focus tutto commerciale; la Los Angeles International Wine & Spirits Competition, una delle più rinomate a livello internazionale, attiva dal 1935. O ancora la San Francisco Chronicle Wine Competition che è sicuramente la più prestigiosa e vasta per i vini statunitensi (rivolta al mercato interno) ed è quella che ogni anno conta il maggior numero di vini iscritti. Ci sono poi anche la San Diego International Wine Competition, il Texsomm - il Texas sta davvero crescendo come mercato vinicolo alternativo - e tutta una serie di gare minori organizzate nei vari stati.

Come funziona la San Francisco Chronicle Wine Competition

Prendiamo ad esempio la San Francisco Chronicle Wine Competition, conclusa la scorsa settimana, per capire come è strutturata in genere una competizione, ovviamente qualche piccola differenza organizzativa si presenta di gara in gara, ma in genere il sistema è lo stesso. I giudici vengono suddivisi in gruppi di tre, e ad ogni gruppo vengono assegnate delle categorie, per vitigno e fascia di prezzo al pubblico (per esempio Pinot Noir tra 32 e 36 dollari o Chardonnay tra 14 e 16 dollari). Dopodiché gli assaggi avvengono alla cieca: ai giudici viene portata una batteria da 10 vini per volta, identificati da un numero. Ogni giudice assaggia autonomamente il vino, appuntandosi le caratteristiche e i punti di forza o debolezza in vista del successivo confronto per assegnare o non assegnare un premio. Ogni vino può essere giudicato non meritevole di medaglia, degno di medaglia di bronzo, d’argento o d’oro. Al termine delle singole analisi dei giudici, un moderatore dello staff chiama il numero del vino e apre il dibattito, chiedendo ad ognuno dei tre giudici di esprimere un parere, motivandolo. Se un vino ottiene tre giudizi “oro”, gli viene assegnata la medaglia “doppio oro”. Altrimenti si procede calcolando una media tra i giudizi dei tre giudici.

I vini vincitori

All’interno di ogni categoria solo i “doppio oro” vengono riassaggiati per stabilire il vincitore. Ciascun vincitore di ogni categoria poi viene messo in gara per il miglior rosso, miglior bianco, miglior spumante o miglior rosè dell’intera competizione, gareggiando quindi contro vini di altre categorie. Il fatto di assaggiare alla cieca e di innescare un dibattito su ogni vino garantisce sicuramente un giudizio abbastanza oggettivo e trasparente. Si tratta di un sistema estremamente ben collaudato perché i giudici sono messi effettivamente nelle condizioni di apprezzare il vino di per sé, senza cercare riferimenti al terroir o senza alcun tipo di pregiudizio dato dalla zona vinicola o dalla cantina. Conoscere il prezzo è forse l’unica nota stridente: da uno Chardonnay in vendita a 15 dollari non ci si può sicuramente aspettare chissà quale complessità o qualità. Ma anche su questo punto, a volte, ci sono delle grandi sorprese. Un esempio concreto? Alla San Francisco Chronicle Wine Competition quest’anno sono state assegnate agli Chardonnay “economici” ben 9 doppi oro e 12 medaglie d’oro.

calici con vino bianco

Il cambio di tendenza nello stile degli Chardonnay e dei Pinot Noir

Nel panel che ha giudicato la categoria, composto da due californiani - uno di loro enologo con 20 anni di esperienza, l’altro giornalista e wine educator nel settore da almeno 3 decadi - è stato constatato con grande sorpresa un cambio di tendenza radicale nello stile degli Chardonnay statunitensi, famosi, solitamente, per la loro corposità, opulenza e un uso spesso spropositato del legno. Tutta un’altra musica nei campioni della competition 2018. Qui i vini hanno mostrato pulizia, finezza e uno stile netto e senza fronzoli. Il migliore della categoria è stato uno Chardonnay dell’Oregon, della A to Z Wineworks winery. Un concentrato di minerali, sapido, con sentori di finocchio e anice, sopra un bouquet di melone e mele cotogne, solo acciaio, niente legno. Prezzo? 15 dollari al pubblico.

Lo stesso cambio di trend e di stile è stato riscontrato nei Pinot Noir, le medaglie d’oro sono andate ai più “borgognoni”, passateci il termine, quindi con buona acidità, grande finezza e di medio spessore. Il migliore nella categoria 32-36 dollari è il californiano Pinot Noir Russian River Valley, parzialmente fermentato in barili aperti.

Le nuove tendenze tra i vini bianchi

Ma questi non sono stati gli unici indicatori del fatto che qualcosa stia cambiando nello stile americano e quindi anche sul mercato. Mentre lo scorso anno il miglior bianco era stato un Sauvignon, l’anno precedente uno Chardonnay, così come nel 2015, nel 2014 e nel 2013; quest'anno a vincere la medaglia di migliore assoluto tra i vini bianchi è stato il Vermentino prodotto dalla Brick Barn Wine Estate. Una neonata cantina di Bulletton, in California, che due anni fa ha deciso di piantare qualche ettaro di Vermentino a Santa Ynez Valley. La cantina produce in tutto 80mila bottiglie e possiede 20 ettari di vigneti (Albariño, Cabernet Franc, Grenache Blanc e Vermentino). La notizia ci dovrebbe interessare dato che la categoria Vermentino era l’unica tra i bianchi dedicata a un vitigno italiano, e dando un’occhiata alla lista dei partecipanti scopriamo che il vermentino è coltivato in Texas, a Temecula (vicino a San Diego), e perfino in Virginia.

I rossi e i rosati

Molte invece le categorie, tra i rossi, dedicate a vitigni italiani: primo per numeri il sangiovese, i cui vini erano divisi in 2 fasce di prezzo, inferiore o superiore a 30 dollari. Nel primo caso si è aggiudicata il premio assoluto Solis Winery di Santa Clarita Valley, in California, nel secondo caso Lorimar Winery di Temecula Valley, sempre in California. Ma in gara ci sono stati campioni provenienti dagli stati più disparati: Texas, Oregon, Washington e Virginia. Tra le categorie di rossi, altre sei erano dedicate a uve italiane: barbera, dolcetto, nebbiolo, aglianico e montepulciano. Anche qui le provenienze spaziavano dall’Oregon alla North Carolina, dalla Virginia al New Mexico.

Per quanto riguarda i rosati, il migliore assoluto non è stato un Cabernet, un Pinot Noir o un Syrah, bensì il Sangiovese rosato di Columbia Valley dell’azienda Barnard Griffin. Lo scorso anno il premio è andato a un altro Sangiovese rosato, quello di Alexander Valley. Considerando il momento d’oro che stanno avendo i rosati negli USA, il fatto che il migliore rosato d’America, per due anni di fila, sia prodotto da un vitigno italianissimo, è sicuramente un segnale di ottimismo per l’export tricolore.

Le conseguenze per l'export italiano

Sono due i fatti positivi per il nostro Paese emersi da questa esperienza: innanzitutto l’innegabile cambio di direzione dei produttori statunitensi, nelle principali categorie (Chardonnay e Pinot Noir), verso uno stile più “europeo”, meno elaborato, meno invasivo e più rispettoso del vitigno. È un trend che può solo giovare all’export italiano e che speriamo si traduca, con il tempo, in una ulteriore evoluzione del palato dei consumatori americani. In secondo luogo, il crescente apprezzamento per vini prodotti da vitigni italiani non può che incoraggiare gli appassionati a conoscere e ricercare maggiormente tali prodotti, magari preferendoli ai classici internazionali come Cabernet Sauvignon o Merlot, che restano per ora comunque campioni di vendite. Considerazioni che assumono un grande valore alla luce del fatto che emergono da una competizione seria, professionale, attendibile e che ha visto la partecipazione di oltre 7000 etichette, giudicate da professionisti del panorama vinicolo americano. Ora sta ai nostri produttori sceglie di cavalcare l’onda.

 

www.sfwinecomp.com

 

a cura di Laura Donadoni

 

Laura Donadoni ha partecipato in qualità di giudice alla San Francisco Chronicle Wine Competition, unico palato europeo tra i 67 esperti sommelier, giornalisti, blogger, enologi, distributori, viticoltori. Laura e il suo gruppo di assaggio hanno analizzato 342 vini in tre giorni, appartenenti alle categorie: Chardonnay tra i 14 e 16 dollari, Shiraz con prezzo maggiore di 41 dollari, Pinot Noir tra 32 e 36 dollari, Zinfandel tra 32 e 36 dollari, Merlot tra 23 e 27 dollari.  

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