23 Mar 2018 / 16:03

Storia del Carmignano. La prima doc del mondo

a cura di

Nel nuovo numero del mensile del Gambero Rosso siamo andati alla scoperta della zona di produzione del Carmignano Docg, la prima doc del mondo.

Storia del Carmignano. La prima doc del mondo

Nel nuovo numero del mensile del Gambero Rosso siamo andati alla scoperta della zona di produzione del Carmignano Docg, la prima doc del mondo.

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Siamo nel cuore del vigneto dei Medici. Caterina, sembra, importò qui il cabernet che nei secoli ha trovato identità. Dagli anni ’90 un manipolo di produttori (oggi sono 14) forti di storia e di tradizioni puntano a fare un superTuscan di territorio, diverso dai cugini del contiguo Chianti Montalbano. In viaggio tra filari e brandelli di storia all’interno di quella che fu la riserva di caccia dei signori di Firenze.

La zona di produzione del Carmignano Docg

Ti lasci alle spalle Prato e da una parte Firenze, dall’altra Pistoia, le meraviglie dei centri storici ma anche paludi industrializzate e cadenti, periferie che stentano a focalizzare un’anima. E cominci a salire adagio tra colline verdi, docili, sulla coperta di vigneti e uliveti traforata dai cipressi, imperlata di borghi e chiese, ville rinascimentali, scenari che nulla invidiano alle cartoline della Toscana più nota. La zona di produzione del Carmignano Docg copre 135 ettari registrati sul versante orientale del Montalbano, con l’Appennino che regola le piogge per questi terreni ricchi, drenanti, baciati dal cielo. È il posto in cui faresti vino, lo capisci al volo e già lo capirono gli etruschi, i romani; reperti e carteggi ne scandiscono la secolare storia vinicola, mentre un bando del Granduca Cosimo III de’ Medici dettò le norme per produzione, vendemmia e commercializzazione: era il 1716 e fu il primo caso mondiale in direzione Denominazioni di Origine Controllata. Per i confini, tornò utile il muro che cent’anni prima aveva delimitato la bandita di caccia, 52 chilometri in bozze di arenaria e calce battezzati Barco Reale, nome adesso destinato al fratello minore del Carmignano, stesse uve ma provenienti da piante più giovani. L’uvaggio, appunto: mischiate al re sangiovese, un tempo sangioveto, si sono sempre utilizzate uve internazionali, cloni di Cabernet Franc che leggenda vuole importati da Caterina de’ Medici quando fu regina di Francia; gli anziani la chiamano ancora uva francesca. Per cui il vino autoctono, qui, è fatto così, la sua identità è stata riscattata dall’inglobamento nel confinante Chianti Montalbano e il Consorzio di tutela ne garantisce la salute, rappresentando quattordici aziende nella DOCG ottenuta nel 1990.

Grappoli di uva

La Tenuta di Capezzana

La Tenuta di Capezzana, con base nell’omonima località, è la storia del Carmignano. Vi è custodita una pergamena che testimonia l’affitto di vigneti e uliveti già nell’804. Monna Nera Bonaccorsi nel 1475 vi costruì il primo nucleo con casa da Signorie relativi impianti viticoli, diverse casate si sono poi succedute fino ai Contini Bonacossi, la famiglia attuale, che acquistò dalla vedova Sara de Rothschild e ampliò la proprietà unendo due fattorie confinanti. Per orientarsi, si tratta di centoventi poderi su tre province e sette comuni, 670 ettari, più di cento coltivati a vigneto e 140 a oliveto, da qualche anno tutto certificato biologico.

Ormai è chiaro che è unicamente la tipicità, il gusto del terreno, ad apportare un valore aggiunto al vino” dice Vittorio, terzogenito del Conte Ugo, che con fratelli, figli e nipoti si divide la direzione dell’azienda. A lui, la cura dei vigneti. “Ed è altrettanto chiaro che i prodotti chimici modificano tale gusto, fanno perdere il carattere primitivo dato dalla terra, dalla denominazione. È per questo che siamo tornati a pratiche agricole in uso qualche decennio fa: non è un ritorno alla preistoria, solo una presa di coscienza diversa”.

Anche le vecchie cantine fanno viaggiare nel tempo, mentre la vinsantaia ammalia coi suoi inebrianti profumi. È Benedetta a curare ogni passaggio, ad accompagnare il contenuto di ciascuna botte come fosse un figlio. “Utilizziamo soltanto lieviti di cantina spontanei, ceppi indigeni di Saccharomyces Cerevisiae di cui è certificata la biodiversità. Così recuperiamo profumi, gusti autentici: non puntiamo al miglior vino fattibile, ma a fargli esprimere l’identità, territoriale e aziendale”.

Il Sangiovese di Capezzana e l'olio

La storia si fa bevendo, più che parlando: l’abbattimento di un muro ha liberato una scorta di ottimo vino di inizio secolo, celato all’occupazione tedesca. E tanta longevità ha spinto Beatrice, responsabile del marketing, a inventarsi il Villa di Capezzana 10 anni: 3.000 bottiglie del loro “classico” vengono adesso conservate e commercializzate soltanto un decennio dopo la vendemmia. “Nel tempo il Sangiovese di Capezzana acquisisce note mentolate, balsamiche, mantenendo struttura e acidità; ha una personalità forte, che le uve francesi rendono ancor più complessa”. La Francia torna sempre: vini “mai troppo giovani, mai troppo vecchi” chiosò Eric de Rothschild da Château Lafite, affermazione è ascrivibile a diverse etichette aziendali, dal Trefiano Riserva all’IGT Ghiaie della Furba. Non solo vino però: Filippo è orgoglioso di un elegante olio ottenuto da 30.000 piante.

Azienda Piaggia, le colline

L'azienda Terre a mano

Risalendo la collina si raggiunge il piccolo borgo medievale di Bacchereto, con l’omonima fattoria che include la storica villa Banci; a due passi, la Casa di Toia dove risiedeva la nonna di Leonardo Da Vinci. “La tenuta era già stata frazionata, ma a nord raggiungeva ancora Pistoia, dove viveva la mia famiglia; mio nonno la acquistò nel 1920”. Rossella Bencini Tesi è l’anima e il cuore di Terre a mano, azienda che produce olio, fichi secchi e vini biodinamici, fautrice di un’agricoltura che “protegge la natura: l’unico punto fermo, specialmente oggi che molte certezze vanno sgretolandosi”. Anche qui la Francia è dietro l’angolo: Rossella è nata a Cap d’Antibes, in Costa Azzurra, durante un anno sabbatico che i genitori si ritagliarono lontano da casa; sull’utilizzo dell’una francescaè convinta però che l’artefice sia proprio il Granduca Cosimo III, appassionato di botanica e di vino e interessato al suo commercio, nonché sposato con la principessa Margherita Luisa d’Orléans.

Le altre aziende vinicole

Sul colle di fronte impera Artimino con l’omonima tenuta e con la Ferdinanda, Villa Medicea detta anche dei cento camini; nel mezzo Carmignano, la Visitazione del Pontormo nella pieve di San Francesco e San Michele e la rocca medievale, da cui sembra di rimirare la Toscana intera. Più sotto s’incontra il tumulo etrusco di Montefortini, a Comeana, e quindi Poggio a Caiano con l’elegante Villa Ambra del Magnifico Lorenzo, che dà nome anche alla fattoria della famiglia Rigoli. È terra ricca di storia, d’arte, di incommensurabile bellezza, e tra le aziende vinicole dovremmo citare ancora Podere Allocco, Fattoria Castelveccio, Le Farnete, Pratesi, il Sassolo.

Piaggia incarna invece un’idea di Carmignano dal gusto più internazionale; è una realtà ambiziosa, che in pochi anni ha ottenuto importanti riconoscimenti. Mauro Vannucci era già imprenditore in altro settore, comprò casa sopra Poggio a Caiano e quasi casualmentesi ritrovò a curare la vigna d’intorno; e si accorse che il vino, anche fatto per gioco, gli veniva bene. “Poi lessi un libro di enologia e cominciai a far sul serio”.

 

a cura di Emiliano Gucci

 

QUESTO È NULLA...

Nel numero di marzo del Gambero Rosso, un'edizione rinnovata in questi giorni in edicola, trovate l'articolo completo, con tutte le storie delle cantine citate e i racconti dei protagonisti. Un servizio di 10 pagine che include il glossarietto con i vitigni e i termini da sapere, gli indirizzi gastronomici da non perdere in zona, le migliori etichette e tutti i numeri per orientarsi sul tema. E ancora, gli approfondimenti di Gionni Bonistalli, patron dell'enoteca To Wine di Prato, e di Enrico Pierazzuoli, dell'azienda Le Farnete.

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store

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