24 Apr 2018 / 18:04

Vinitaly report: il negroamaro e le sue sfumature di rosato

1943: è questa la data cui si fa risalire la nascita del primo rosato da uve negroamaro. Un vitigno che riserva non poche sorprese per gli amanti dei vini rosé.

 

Vinitaly report: il negroamaro e le sue sfumature di rosato

1943: è questa la data cui si fa risalire la nascita del primo rosato da uve negroamaro. Un vitigno che riserva non poche sorprese per gli amanti dei vini rosé.

 

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Niuru Maru dal Salento agli States

Niuru Maru lo chiamano in dialetto, perché colpisce per il suo colore nero intenso. Il negroamaro ha una storia soprattutto di compensazione: andare a colorare quei vini che colorati non erano e offrire gli zuccheri necessari per elevare tenori alcolici non altissimi. Poi con il tempo ha trovato una sua strada che è quella della sua terra, la Puglia, la zone di Brindisi Lecce e Taranto, anche se negroamaro fa spesso rima con Salento. Si gioca la partita della popolarità con il primitivo, che per ora ha la meglio, soprattutto sui mercati internazionali. Ma il negroamaro ha una carta importante da potersi giocare ed è quella del rosato. Volendo può spendersi anche una data celebrativa, il 1943, anno di nascita del Five Roses, il rosato da negroamaro e malvasia nera della cantina salentina Leone de Castris che conquistò subito gli Stati Uniti con quel color corallo acceso. Il primo rosato imbottigliato del Paese, insomma, nasceva in Puglia.

 

I rosati d'Italia

A distanza di oltre 70 anni il "tema rosato" tiene banco, anzi, scalda gli animi perché la sua identità non è definita. La diatriba è tra rispetto della tradizione - quindi un vino dal colore carico - o gusto dei mercati, etichette rosa pallido di stile provenzale. L'ultimo Vinitaly ha offerto l'occasione per riparlarne e forse prende forma una terza via, quella dei rosati d'Italia, un "dream team pink" che vuole promuovere il prodotto nazionale tenendo conto però delle differenti peculiarità dei vitigni e dei territori. Il protocollo d’intesa per i vini rosati d’Italia vede coinvolti il Consorzio di Tutela dei Vini Castel del Monte, il Consorzio di Tutela del vino Bardolino, il Consorzio Valtènesi, il Consorzio di Tutela dei Vini d’Abruzzo e il Consorzio di Tutela dei Vini Salice Salentino.

Le cinque realtà ratificano il proprio impegno per la promozione e la diffusione, in Italia e all’estero, della cultura e della conoscenza del vino rosato autoctono italiano, in tutte le sue declinazioni locali. Un progetto di respiro ambizioso, che mira alla costituzione del Centro del Rosato Autoctono Italiano: un luogo di confronto, promozione e di ricerca in cui possano essere accolte anche le altre denominazioni italiane dotate di analogo retaggio culturale.

 

L'andamento del settore

L'accordo viene siglato nel momento in cui arriva la notizia che negli Usa i rosati hanno segnato un +53% di vendite. "Al contempo però il consumo dei rosati in Italia crolla"- sottolinea Angelo Peretti, direttore del Consorzio del Chiaretto di Bardolino, durante la conferenza di presentazione dell'accordo organizzata dall'associazione DeGusto Salento a Verona - "l'attitudine a pensare in rosa non ci appartiene, anzi, per anni ce ne siamo quasi vergognati, mentre dovremmo puntare a un comparto rosé autoctono italiano".

I numeri per ora danno in testa il rosato del lago di Garda con 10 milioni di bottiglie, segue il Cerasuolo d'Abruzzo con 4 milioni, il Valtènesi chiaretto con poco più di 1,5 milioni e Castel del Monte e Salice Salentino che assieme fanno circa mezzo milione di bottiglie. Impossibile invece stimare una cifra degli Igt o dei "vini rosati" generici, perché entrano nei calcoli statistici di bianchi e rossi. "E così l'unica domanda che ancora si fa a un appassionato di vino in Italia è...più rossista o bianchista?"- continua Peretti - in Francia la domanda corretta sarebbe...preferisci il rosso, il rosé, o il bianco?Nel paese che ancora ha tanto da insegnarci sul vino, il rosato copre un terzo dei consumi".

 

Millennial Pink

Se l'Italia arranca su volumi e valore, a livello globale i dati dell'Iwsr -International Wine&Spirits Research, parlano di un vero e proprio Millennial Pink, un fenomeno che mette assieme generazioni e generi - mettendo fine al binomio rosato=consumo femminile - e che ne fa uno stile di vita. Secondole previsioni del report di Vinexpo e Iwsr, le vendite di vino rosato sono destinate a crescere fino 2021. A guidare i consumi, e quindi il business del rosato, saranno i mercati del vino più solidi, come Stati Uniti, Francia, Sudafrica, Danimarca e Australia. Ecco quindi la necessità di "fare sistema" tra i consorzi dei rosati italiani, "per crescere e non per fagocitarsi tra regioni" come ha sottolineato il senatore DarioStefano, ex Assessore alle risorse agroalimentari della regione Puglia.

 

Il negroamaro

La storia

L'origine del suo nome è ancora dibattuta. Il termine "amaro" infatti potrebbe essere riferito alla potenza dei tannini, ma lo stesso termine potrebbe derivare dalla lingua greca - "mavro" che significa negro e che unito al termine latino "nigro" rafforzerebbe il concetto di impenetrabilità del suo colore. Una terza supposizione è quella della derivazione dialettale, "niuru maru" che mette assieme i concetti di amaro e nero. Ciò che c'è di certo è che questo vitigno viene citato per la prima volta solo nell'Ottocento. In una lettera riportata negli Annali di Viticoltura ed enologia Italiana, il docente di Botanica dell'Università di Napoli Achille Bruni scrive al professore Apelle Dei "un vitigno nero di grappoli mezzani, con acini poco rari e di forma di prugna o di oliva, con eccesso di materia colorante, alcolico, saporoso e dotato di un aroma speciale".

 

Il vitigno

Il Negroamaro è uva da climi caldi e asciutti - quelli conosciuti come warm climates wines - e vien bene su terreni argilloso-calcarei. Il periodo vendemmiale va di solito dalla fine di settembre ai primi quindici giorni di ottobre. In passato coltivato ad alberello, questo sistema di allevamento resiste accanto al più moderno cordone speronato. Potremmo definirla un'uva completa per il giusto equilibrio tra acidità, sostanze coloranti e grado alcolico. Elevatissima inoltre la presenza di polifenoli. Le zone di elezione sono quelle di Brindisi e Lecce, ma non manca nell'areale di Bari e Taranto. Infatti è un vitigno che ricade in moltissime Doc pugliesi. Per lo più vinificato in purezza, si sposa bene a un altro autoctono come la malvasia nera (uvaggio tradizionale del rosato ma anche della Doc Salice Salentino)

 

Il rosato da negroamaro

Una data l'abbiamo già riportata, il 1943, anno di nascita del Five Roses, il primo rosato imbottigliato. La tradizione del rosato in Salento in verità è ben più antica, ritenuto di gran lunga più raffinato dei rossi e offerto alle persone di riguardo dalla borghesia rurale. Era il vino "Lacrima", perché ottenuto dal primo mosto che fuoriusciva dal palmento, ma anche conosciuto come il "vino della notte" per la durata del contatto del mosto con bucce e vinaccioli che durava dalle 20 alle 24 ore. Non frutto solo della tecnica enologica, tanto meno solo degli obiettivi commerciali, anche il rosato ha una storia e un grip territoriale che dovrebbero sdoganarlo dall'idea di quanti credono ancora che sia una via di mezzo tra un bianco e un rosso o che nasca per un appagamento della vista.

Il rosato del Salento ha le carte in regola per essere un vino identitario, proprio di quel territorio perché ha una vocazione storica, pedoclimatica ed enologica. Dire rosato non vuol dire necessariamente rosa e il ventaglio di tonalità che possiamo riscontrare non sono solo frutto di effetti visivi ma rispecchiano le diverse caratteristiche gusto-olfattive dei vini. Detto questo produendo un rosato da uve negroamaro è normale, oltre che giusto, aspettarsi un rosa caldo, intenso, di carattere e che racconti quella parte viticola di Sud. Accade sempre? No. Ci sono rosati salentini che hanno scelto una "vie en rose" alternativa, quella che ricorda i vini provenzali o i Chiaretto di Bardolino o di Valtènesi. La motivazione? Non solo commerciale, ma un desiderio di "contemporaneità" che non vuol dire fare tabula rasa della tradizione, ma semmai aggiungere a questa l'evoluzione, percorsi nuovi in vigna e in cantina che danno prodotti più facilmente comprensibili a un mercato che parla una lingua internazionale, spesso fortemente semplificata.

 

Gli assaggi al Vinitaly

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Santi Dimitri

Una realtà agricola al contempo nuova e antica, perché Edoardo e Carlo Vallone iniziano a occuparsi di vino nel 2014 ma lo fanno ereditando un'esperienza che parte nel 1690 a Galatina, in provincia di Lecce. 200 ettari tra vigneto, uliveto e grano, di cui 60 destinati alla viticoltura. Uve autoctone e internazionali, ma è il negroamaro a giocare la partita più importante.

Santi Dimitri Brut Rosè - Salento Igp Negroamaro Rosato. Uno charmat lungo vinificato secondo la tecnica della "lacrima" - separazione della primissima parte del mosto dalla massa d'uva diraspata - dal colore tenue "buccia di cipolla", perlage fine e una buona acidità. Naso e bocca piuttosto neutri nei profumi, ma è un vino che gioca più sulla tensione.

 

Calitro

Anche qui storia recentissima - data di ri-inizio 2017 - legata a Francesco Lonoce, under 40, che non ha voluto disperdere la fatica del nonno. Un bell'impegno dovendo occuparsi di 100 ettari di terreno, di cui 60 a vigneto divisi soprattutto tra negroamaro, primitivo e verdeca. L'azienda è a Sava, in provincia di Taranto, e i vigneti di negraoamaro sono concentrati soprattutto a Lizzano.

Negroamaro Rosato Igp Salento 2017. Un altro rosato che sceglie la via del colore scarico. Se il precedente - il 2016 - era ancora nel solco della tradizione, l'annata più recente opta per una modalità più consona al mercato. Rosa pallido, naso delicato, sprigiona la forza del vitigno maggiormente in bocca con buona vibrazione e persistenza.

 

Cantina Fiorentino

Primo anno al Vinitaly per questa cantina che porta con sé l'esperienza di una delle aziende storiche del Salento, Valle dell'Asso, confluite in un'unica realtà. Agricoltura biologica dal 1996 in zona Galatina con vigneti su terreni calcarei ricchi di piromafo, il materiale utilizzato per costruire i forni a legna e che resiste benissimo alle alte temperature. Anche per questo, in una delle zone più calde d'Italia, è possibile fare aridocoltura.

Galatina Rosato Doc 2017. Il rosa corallo che ti aspetti dal negroamaro salentino grazie a otto ore di macerazione, naso di arancia e ciliegia. Una beva vibrante e tesa, fresco e sapido su finale di bocca, vinoso al punto giusto e succulento.

 

Castello Monaci

La tenuta di Castello Monaci nasce alla fine del 1400 e il suo castello è uno dei simboli della zona di Salice Salentino, circondato da migliaia di ulivi e da oltre 200 ettari di vigna. Da 20 anni la proprietà è confluita in Giv, mentre la famiglia Serraca Guerrieri continua a occuparsi dell'attività.

Kreos Negroamaro Salento Igt 2017. Un rosato alla sua terza "vita": partito super tradizionale, ha fatto un'esperienza tra i chiaretti per poi approdare all'ultima interpretazione che vuole essere un giusto compromesso tra un rosato d'Oltralpe e uno pugliese. Il risultato è un vino dal colore intenso ma non troppo carico, dal naso elegante e dalla bocca che denota una certa struttura. Sa di roccia e minerale con un allungo marittimo

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Claudio Quarta Vignaiolo

Una delle tre tenute di Claudio Quarta, Eméra, si trova a Lizzano in provincia di Taranto ed è una bella masseria di inizio '900 concentrata sui vitigni autoctoni come negroamaro, primitivo e verdeca, ma non mancano gli internazionali come chardonnay, merlot e syrah. 50 ettari di vigneto che distano pochissimo dal mare.

Rose - Salento Rosato Negraoamaro IGT 2017. "Rose" detto alla francese e il richiamo non è solo alla lingua d'Oltralpe ma anche alla scelta stilistica di questo rosato che appare delicato nel suo colore rosa pallido. È lo stesso Claudio Quarta che lo definisce "come un bianco che va oltre". In effetti il contatto con le bucce è brevissimo ed è un vino che gioca più sulla forte salinità che sui profumi di frutta e fiori, finale persistente e con note agrumate.

 

Conti Zecca

Una delle aziende agricole più antiche in Italia - data di fondazione 1580 - profondamente familiare, anzi "fratellare" visto che i quattro proprietari sono tutti maschi e fratelli e profondamente salentina - quartier generale, Leverano - con un corpo agricolo di quasi 1000 ettari, il 40 per cento dei quali a vigneto divisi tra le quattro tenute comprese tra i comuni di Leverano e Salice Salentino.

Venus IGP salento Rosato 2017. Negroamaro in gran parte, ma con una percentuale di malvasia nera per questo rosato che ha i colori del tramonto - non più di 10 ore di macerazione sulle bucce. Un vino davvero luminoso e brillante, tradizionale nella veste visiva, ma molto moderno e vivace al gusto che richiama l'arancia sanguinella e frutti rossi di rovi. Tanto gastronomico.

 

Vetrere

Questa azienda di Grottaglie è tutta declinata al femminile: Annamaria e Francesca Bruni la portano avanti con il supporto sempre più importante delle rispettive figlie, sia dal punto di vista commerciale che da quello agrario ed enologico. La tenuta è grande, oltre 300 ettari, dove si produce anche grano Senatore Cappelli e olio extravergine di oliva. Il loro inizio vitivinicolo - anno 2002 - è con un bianco, scelta alquanto inusuale in Puglia e che suona ancora più strana se si pensa a un bianco da uva minutolo (non confondetelo con il fiano!). Man mano arriva poi tutta gamma da vitigni autoctoni

Negroamaro Rosato Igp Taranta 2017. Questo negroamaro in coppia con la malvasia nera si presenta con una bella veste rosa squillante, quasi cerasuolo. Sa essere molto floreale e al contempo appetitoso grazie alla frutta vivace. La bocca accentua le caratteristiche olfattive, rivelando un carattere quasi tannico con un finale salato e appena speziato.

 

a cura di Francesca Ciancio

 

 

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