8 Set 2018 / 10:09

Tre Bicchieri. Parla Gianluca Ippolito dell'azienda Ippolito 1845

Il pecorello è un vitigno autoctono calabrese, recuperato e vinificato della cantina Ippolito 1845, che ha conquistato il premio Tre Bicchieri nella guida Vini d'Italia 2019 del Gambero Rosso.

Tre Bicchieri. Parla Gianluca Ippolito dell'azienda Ippolito 1845

Il pecorello è un vitigno autoctono calabrese, recuperato e vinificato della cantina Ippolito 1845, che ha conquistato il premio Tre Bicchieri nella guida Vini d'Italia 2019 del Gambero Rosso.

 

Ippolito 1845, recita l'insegna. Risalgono infatti a quella data gli esordi di quella che sarebbe diventata la prima cantina di Cirò, costruita negli anni '20 e ora saldamente in mano a Vincenzo e Gianluca, quinta generazione di vignaioli. È una attività di riferimento, per la zona, che comincia a imbottigliare sin dagli anni '40 – e rappresenta l'esordio nella regione - anche se per trovare le prime etichette firmate bisogna aspettare ancora qualche anno. L'attività rimane infatti prettamente agricola fino al nonno di Vincenzo e Gianluca, che ne intuisce le potenzialità trasformandola, di fatto, in una azienda vitivinicola. Sarà poi la generazione successiva a fare importanti investimenti in campo e in cantina facendone un'azienda moderna, che già guardava ai mercati esteri, e continuava la sua espansione. Un percorso che arriva fino ai giorni nostri, passando per selezioni clonali, tecnologia, rispetto del territorio e politiche commerciali volte al consolidamento aziendale. Oggi l'azienda è una delle realtà più rilevanti della zona, con circa 700 mila bottiglie e 14 etichette distribuite in 4 continenti, e un interessantissimo lavoro sugli autoctoni, tanto che quest'anno ha conquistato i Tre Bicchieri con il Pecorello, vitigno che ha contribuito a recuperare da un oblio in cui era caduto negli ultimi anni. Come ce lo ha raccontato Gianluca Ippolito.

 

Avete conquistato i Tre Bicchieri per la prima volta quest'anno. Cosa significa questo premio?

È una gratificazione per quel che facciamo quotidianamente in vigna, in cantina e per tutto il resto. E non mi riferisco solo alla proprietà, ovviamente, ma a tutti quelli che collaborano con noi. Dal punto di vista commerciale, poi, ha un grande impatto, anche se i premi non possono essere un biglietto da visita, ma devono rimanere il contorno a tutte le attività dell'azienda. Siamo felici, ma diciamo sempre che la cosa più importante è non avere dipendenza.

 

Il vino premiato è un prodotto con uve autoctone di pecorello. Ci parli del lavoro per recuperare questo vitigno?

È stato un bel lavoro, perché è bello lavorare su qualcosa che ti appartiene, e appartiene al tuo territorio. A Cirò la vigna ha un valore storico e sociale, di cultura agricola. Non puoi fare nulla senza tenere conto di questo bagaglio e dei contadini: sono loro che, prima di ogni cosa, devono capire come allevare una vigna, su quale terreno e in che modo. Tutto deve partire dalla terra.

 

Qual è stata la strada per portarlo al successo?

Siamo partiti da uno studio in campo di quest'uva che alcuni piccoli viticoltori ancora allevavano, continuavano a crederci quando non lo faceva più nessuno, ma rimanevano nell'ambito della coltivazione. Siamo partiti da lì. Poi è nata l'esigenza di vinificarlo, abbiamo fatto microvinificaizoni per conoscere bene le uve e riuscire a valorizzare le loro caratteristiche. Poi c'è stato tutto il resto, l'imbottigliamento, la commercializzazione, il marketing. Ma tutto è partito nel 2010, facendo sovrainnesti in vigne di più di 15 anni, pronte per dare un vino fresco e di una certa eleganza.

 

A quando risale la prima etichetta?

Al 2013, andata in commercio nel 2014. In questi giorni raccogliamo la nostra sesta annata. È un vino che è stato accolto molto bene, che è riuscito a dare visibilità a questo vitigno, tanto che molti altri ora lo stanno vinificando.

 

Cosa è cambiato con l'avvento della quinta generazione nella vostra azienda?

È cambiato il modo di guardare alla zona di produzione, al territorio, ma anche all'azienda. Di sicuro con me e mio fratello Vincenzo, e nostro cugino Paolo che segue la parte commerciale, si è cominciato a lavorare sui vitigni autoctoni, e a proporli in modo più adeguato al loro valore.

 

Questo per quanto riguarda la parte in vigna. Il resto, invece?

Abbiamo puntato a un progetto di qualità in ogni aspetto: dal vigneto alla cantina all'accoglienza e alla possibilità di aprirci nuovi mercati per essere più stimolati e competitivi, mentre chi ci ha preceduto si è concentrato più sul mercato regionale o nazionale. Noi abbiamo visto quali erano i punti di forza del territorio e dell'azienda e abbiamo cercato di portarli a conoscenza di chi ci sceglie.

 

Quali sono oggi i vostri mercati?

Ci sono quelli tradizionali di consumo del vino italiano: Usa, Germania, Svizzera, Canada, Belgio Danimarca, Giappone. Da qualche anno siamo arrivato in posti per noi esotici, quindi interessanti, mercati in crescita come il Sudest asiatico, la Russia, l'Australia, Nuova Zelanda, Brasile e Spagna. In alcuni casi sono paesi essi stessi produttori di vino, desiderosi di conoscere nuove regioni enologiche, quelle che hanno una storia e qualcosa da raccontare. La Calabria fortunatamente queste caratteristiche ce l'ha.

 

Come va il vino calabrese nel mondo?

Diciamo che davanti ha delle praterie: tra i vini del sud indubbiamente è stato il più lento a venir fuori, anche se noi siamo fortunati perché siamo a Cirò, che è una zona storica di produzione. Oggi in Calabria è chiaramente visibile un fermento come in poche altre regioni d'Italia, le nuove generazioni si stanno appassionando. Dalla nostra posizione possiamo vedere errori e successi di chi ci ha preceduto e farne tesoro, anche se la nostra viticoltura è completamente diversa da quella dei nostri vicini. Siamo incastonati tra Sicilia e Puglia, ma i vigneti calabresi sono divversi, frastagliati, non hanno grandi distese ma piccole zone collina, montagna.

 

E ora quali sono i prossimi obiettivi?

Migliorare quel che stiamo facendo oggi, a 360 gradi, dal vigneto alla bottiglia alla commercializzazione. Continuiamo sempre il lavoro sugli autoctoni. Lo scorso anno abbiamo fatto un rosato dal greco nero, un autoctono della zona sinora usato solo in blend con rossi, ne è nato un vino chiaro, molto provenzale. E poi abbiamo sottocchio altri vitigni.

 

Ippolito 1845 – Ciró Marina (KR) - Via Tirone, 118 - 0962 31106 - http://www.ippolito1845.it/index.html

 

 

a cura di Antonella De Santis e William Pregentelli

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