3 Ott 2018 / 17:10

Consumi di vino a Napoli. Cosa si beve in città? Indagine sui piccoli distributori

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Come si beve a Milano Roma, Firenze, Torino, Bologna, Napoli? Proviamo a rispondere attraverso i feedback dei piccoli distributori di vino e degli agenti diretti dei produttori nelle città.

Veduta di Napoli dall'alto e Vesuvio

Come si beve a Milano Roma, Firenze, Torino, Bologna, Napoli? Proviamo a rispondere attraverso i feedback dei piccoli distributori di vino e degli agenti diretti dei produttori nelle città.

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Quali sono le caratteristiche della clientela nelle diverse città? Abbiamo cercato di trovare pregi, ma anche difetti, dei vari clienti in base alla città d'appartenenza. E poi abbiamo cercato di capire su quali basi vengono scelti i vini dai ristoratori o albergatori. Insomma, ci siamo infilati nel dietro le quinte del grande mondo del vino, e ne è emerso un quadro interessante. Lo abbiamo messo nero su bianco noi, ma l'opera è principalmente di chi, il vino, lo vende e lo distribuisce.

La differenza tra Napoli e provincia

Giuseppe Cimmello, 77 anni, da oltre cinquanta lavora nel settore del vino come agente di commercio per conto di aziende vinicole. Un'esperienza, la sua, utile per capire come è cambiato negli anni il consumo di vino a Napoli e provincia. “Prima di tutto bisogna fare un distinguo tra Napoli città e la sua provincia, una differenza netta data dalla quantità di pizzerie presenti nella prima e il numero di ristoranti blasonati che ci sono, per esempio, a Capri e in Costiera Sorrentina. Certo, ora la pizza è sulla bocca di tutti, ma rimane pur sempre un prodotto popolare che il napoletano medio accompagna con la birra, e dunque a Napoli si bevono vini più economici, con una prevalenza dei campani come il Falanghina, il Greco di tufo o il Fiano. Per intenderci, il napoletano è disposto a spendere anche mille euro di pesce, ma se per un Falanghina deve spendere più di sette euro, storce il naso”. Discorso diverso se si va fuori Napoli: “Se io propongo a Capri dei vini campani, si mettono quasi a ridere! Vogliono vini francesi, come il Borgogna o lo Champagne, questo perché c'è una grossa fetta di turisti stranieri, che vengono in Italia sapendo sei, sette nomi di vini italiani, quelli campani gli sono quasi sconosciuti. E i ristoratori o gli albergatori, ordinano di conseguenza  vini di altre regioni o nazioni, e quindi più cari.

Alcuni ristoranti hanno cambiato il modo di percepire il vino

Per questa fascia di alto spendenti poco importa spendere più di vino che di cena, dunque il ristoratore deve proporre vini che non si trovano in gdo. “Questo ha dato una spinta al settore, prima le aziende di vino non ci volevano proprio venire in Campania: dobbiamo ringraziare posti come il Don Alfonso, se è arrivato il vino di qualità anche qui. Ricordo ancora quando Alfonso (Iaccarino, ndr) mi guardò con aria grave e mi disse: 'Giusè, abbiamo sbagliato tutto'. Da lì cominciò a far ricerca, a creare una rete di produttori seri, come il buon Giacomo Bologna(colui che ha ridato vita alla Barbera d'Asti, ndr) che portò gli altri produttori in Georgia - “il vino è nato qui”, diceva – poi in Francia e in America per un corso di aggiornamento in loco”. Il vino di ricerca in Campania, dunque, è storia recente.

calici di vino rosato

Il boom dei rosati. È reale?

Tornando ai giorni nostri: è reale il boom dei rosati? “Direi di sì, certo in quei ristoranti dove si mangia quasi coi piedi nel mare e sulla sabbia spopolano, vanno soprattutto quelli della Provenza, lontani dai rosati duri e scuri”. Altro dato interessante, sempre sulla base dell'esperienza concreta di Giuseppe (attenzione: non sono dati scientifici), il consumo dei rosati “coi piedi sulla sabbia” è prerogativa dei giovani, “quel giro di persone che va ad Ibiza, a Mykonos o a Montecarlo! Oppure i turisti, che non entrano nelle statistiche (nell'intervista a Cataldi Madonna è emerso che in Italia solo il 6% della popolazione beve vini rosati), ma rappresentano un consumo reale . E il Prosecco, che ci dice del Prosecco: rappresenta un aiuto o un problema (in soldoni, fa diminuire il fatturato)? “Faccio una premessa: il Prosecco ha il grande merito di aver aperto il consumo delle bollicine in Italia, ma purtroppo non è riuscito a valorizzare i singoli brand. Mentre per il Franciacorta e il Trentodoc anche i turisti richiedono un brand piuttosto che un altro, quando si tratta del Prosecco domandano semplicemente “un prosecco”. Per il mio mestiere questo dato è penalizzante, perché nel momento in cui trovo un marchio a dieci euro, il mio cliente me lo rimpiazza non appena ne trova uno che costa meno”. Concorda con Giuseppe Gianluca Lo Sapio (specializzato in vini naturali con The Great Gig In The Wine): “In generale il Prosecco è un problema, noi abbiamo trovato il giusto compromesso nel lavoro di un produttore”.

Quali sono le regioni italiane che vanno meglio?

Entrambi mettono al primo posto la Campania, poi nei vini tradizionali ci sono i bianchi altoatesini e, distanziati, i friulani. “I pugliesi e gli abruzzesi relativamente poco – sentenzia Giuseppe -  Lazio zero, Umbria qualcosa. Toscana e Piemonte, invece, la fanno da padroni con i rossi”. E il Piemonte compare anche nella classifica di Gianluca, al quale abbiamo anche chiesto come sono cambiati i gusti dei consumatori negli anni: “Dall'uso della barrique si è passati all'anfora o al cemento o vetroresina, ora se non bevi naturale non sei nessuno!”. Dunque, al di là delle mode si beve meno, ma si beve meglio.

 

a cura di Annalisa Zordan

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