8 Nov 2018 / 17:11

Ribolla di Oslavia, la prima Docg "orange"

Sei produttori goriziani hanno presentato una proposta di disciplinare che potrebbe elevare il vino di Oslavia a Docg. Un riconoscimento alla storia di questo vitigno, ma anche un modo per legare la denominazione al territorio e marcare le differenze con chi produce ribolla fuori regione per la spumantizzazione

Orange wine

Sei produttori goriziani hanno presentato una proposta di disciplinare che potrebbe elevare il vino di Oslavia a Docg. Un riconoscimento alla storia di questo vitigno, ma anche un modo per legare la denominazione al territorio e marcare le differenze con chi produce ribolla fuori regione per la spumantizzazione

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Il legame tra Oslavia, località lungo la strada per San Floriano del Collio, a un paio di chilometri dal centro di Gorizia, e l'uva ribolla gialla, è molto radicato e va al di là del rapporto, seppur stretto, tra vitigno e territorio. Fa parte della vita delle persone che qui hanno sempre vissuto – alcune famiglie sono le stesse presenti nel catasto asburgico del 1752 - e rappresenta un'orgogliosa rivendicazione identitaria.

La storia

Durante la Grande Guerra (1915-1918), Oslavia, per la sua posizione sul crinale, fu teatro di sanguinosi scontri – ben 16 battaglie - tra truppe italiane e austro ungariche: divenne una "collina morta" dove non rimasero abitanti né case né coltivazioni, nulla, solo una terra massacrata e contesa. Così come racconta Silvan Primosic, storico produttore della zona: "Finita la guerra, le nostre famiglie pensarono, prima di tutto, a ricostituire le aziende e a dissodare i campi. In quella che era diventata una landa desolata di cumuli di detriti, in primavera spuntarono dei tralci di vite. Era la ribolla che nonostante tutto rincominciava a vegetare". Una sorta di messaggio di speranza per le famiglie di contadini che iniziarono a ricostruire i poderi e i vigneti distrutti, proprio a partire dalla Ribolla. "Durante il dominio asburgico noi eravamo il sud dell'impero ed esportavamo frutta, verdura e vino al nord“continua a raccontare Primosic "poi noi siamo diventati il nord dell'Italia e i nostri prodotti non li abbiamo più esportati. Solo negli anni Sessanta dello scorso secolo, il nostro vino ha iniziato a essere nuovamente commercializzato prima in Lombardia e in Veneto, poi anche nelle altre regioni".

 Silvan PrimosicSilvan Primosic

Il vitigno

Qui sulla ponca (il caratteristico suolo poco fertile ma ricco di minerali, di strati di marna e arenaria), la ribolla ha sempre espresso le sue caratteristiche migliori, grazie ad alcune condizioni particolari, quali l'escursione termica e la ventilazione che riduce i ristagni di umidità e i pericoli di marciume, anche in presenza di 1400 millimetri di pioggia all'anno. In questo panorama se le Prealpi Giulie, poste a nord della zona collinare, costituiscono un riparo dai venti freddi di settentrione, la prossimità della costa adriatica – distante circa una ventina di chilometri - ha l'effetto di mitigare le temperature.

"L'uva nasce sulla sommità della colline“ spiega Stefano Bensa (La Castellada) “dove le viti sono meno vigorose, più equilibrate, con grappoli più piccoli e spargoli, ricchi di zuccheri e di sostanze nobili che maturano lentamente e che si raccolgono tra la fine di settembre e i primi di ottobre". Grazie alle condizioni favorevoli e alla capacità dei vignaioli, Oslavia è diventata uno dei luoghi di elezione per la produzione della Ribolla gialla.

La tecnica della macerazione

A suggellare ulteriormente il legame tra Oslavia e la Ribolla, ha contribuito il recupero della pratica della macerazione sulle bucce anche delle uve bianche, un metodo tradizionale utilizzato almeno sino all'avvento della tecnologia del freddo in cantina (impianti per il controllo della temperatura di fermentazione). Nel Triveneto, in particolare, la consuetudine di produrre il Ramato da uve pinot grigio, pur rappresentando una nicchia assai ridotta, ha resistito a lungo, mantenendo un trait d'union tra presente e passato. Oggi Oslavia è una delle capitali mondiali della produzione degli Orange Wines, secondo la definizione anglosassone riferita al colore dei vini macerati che si producono anche in altre parti del mondo (Kakheti, Georgia; Brda, Slovenia; Swartland Region Western Cape, Sudafrica; Long Island, New York, Sierra Foothills e Napa Valley, in Usa; Adelaide e Victoria, in Australia; Strohmeier, Austria) Dario Prinčič, parlando della Ribolla di Oslavia di oggi, l'ha descritta come un "vino con la struttura e i tannini di un rosso dovuta alla macerazione". D'accordo Saša Radikon, che dopo la scomparsa di suo padre Stanko, continua la tradizione di famiglia: "Per una grande Ribolla di Oslavia, le uve devono essere molto mature e magari colpite da un po' di muffa (botritis cinerea) per poi fermentare senza lieviti selezionati e macerare sulle bucce per almeno 15 giorni ma anche sino a 4 mesi".

Due pionieri della macerazione in Italia

Il metodo di produzione degli "orange wines" è molto antico e, nell'area vinicola di Kakheti (Georgia, nel Caucaso), i vini da almeno 5000 anni vengono macerati in grosse anfore interrate dette Qvevri. A ravvivare e reinterpretare la tradizione della macerazione, Josko Gravner e Stanko Radikon (purtroppo prematuramente scomparso), entrambi vignaioli di Oslavia. Dopo essersi imposti come eccellenti produttori di quel vino che oggi si definirebbe "convenzionale", negli anni 1996-1997 iniziarono a cimentarsi – con la ribolla in primis - con questa antica pratica. Di fatto, sono stati i capostipite di una nuova stirpe di vini, gli "orange wines", secondo la definizione anglosassone che fa riferimento al colore ambrato/aranciato che li caratterizza. Un'impresa di cui furono pionieri e che si intersecò all'esaltazione dell'artigianalità, alla rivendicazione della naturalità dei vini, alla (ri)scoperta delle anfore (Gravner acquistò la prima nel 2007), al diffondersi sempre più ampio delle pratiche biologiche, biodinamiche e altro ancora, tuttora temi oggetto di dibattito e discussione.

La proposta della Docg "Collio Ribolla di Oslavia” o “Ribolla di Oslavia"

Nell'ultimo lustro, la ribolla, che viene prodotta anche nel resto della regione, è diventata molto di moda, perché se coltivata con altri criteri, specialmente in pianura, può dare vita a bianchi tranquilli e leggeri, da rese elevate, oppure essere spumantizzata. Questa versatilità ha fatto sì che, specialmente con la vendemmia 2017, l'uva fosse molto ricercata dagli spumantizzatori veneti e piemontesi, favoriti dalla sovrapproduzione e dai prezzi bassi. Lo sfondo della proposta di disciplinare per far diventare la Ribolla di Oslavia Docg – attualmente classificata Igt - da parte dell'Associazione Produttori di Oslavia (APRO, che unisce Dario Prinčič (Prinčič), Franco Sosol (Il Carpino), Saša Radikon (Radikon), Silvan Primosic (Primosic), Nicolò Bensa (La Castellada), Rinaldo Fiegl (Fiegl), è questo. Martin Fiegl dell'omonima azienda ha ribadito che "in questo momento è ancora più necessario fare chiarezza perché la Ribolla solo qui assume queste caratteristiche particolari. Una peculiarità che va difesa con la Docg ma è anche una proposta per il futuro del nostro territorio". La proposta di disciplinare è stata ufficialmente consegnata a Robert Prinčič, presidente del Consorzio di tutela dei vini del Collio e titolare dell'azienda Gradis'ciutta di San Floriano, che conosce bene la realtà dei produttori di Oslavia. Questo il suo commento "La proposta di disciplinare dovrà essere approvata dall'assemblea dei soci del Consorzio: sarebbe il primo passo per avviare l'iter previsto dalla legge. Quanto al merito, abbiamo la necessità di differenziare le nostre produzioni e la denominazione è l'unico modo per difenderle. Sono ottimista". Difendere le peculiarità, significa difendere il territorio e il suo vino. Oslavia ha un diritto che si è conquistata sul campo.

Oslavia

La proposta di disciplinare Docg

Il vino "Collio Ribolla di Oslavia” o “Ribolla di Oslavia" deve essere ottenuto con il 100% dalle uve del vitigno Ribolla gialla coltivate nell'omonima località (circa 300 ettari). La resa è max 9 tonnellate di uva per ettaro. La resa dell'uva in vino 70%. Nei vigneti non è consentito il diserbo chimico e le operazioni di vinificazione e di invecchiamento solo in zona o nei Comuni di Gorizia e San Floriano del Collio. Non è previsto l’utilizzo di lieviti selezionati e 90mg/l di solforosa totale nell’imbottigliato. Consentito il raffreddamento nel caso la temperatura della massa in fermentazione superi i 28°C. La macerazione prevede un minimo di due settimane di contatto con le bucce. L'invecchiamento è di minimo 12 mesi in contenitori di legno superiori ai 5 ettolitri e un minimo di sei mesi in bottiglia. L’uscita in commercio dell’ultima annata è regolamentata dopo 24 mesi dalla vendemmia e avviene nella prima decade di ottobre. È ammessa la colmatura con un massimo del 5% di altri vini, dello stesso colore, aventi diritto alla denominazione di origine controllata “Collio Goriziano” o “Collio” in tutte le sue tipologie.

Ed ecco, infine, le caratteristiche al consumo. Colore: dorato intenso, ambrato fino al pantone 159/C ; odore: caratteristico tipico; sapore: caratteristico tipico; alcol minimo: 12%; acidità totale minima: 4 g/l; estratto non riduttore minimo: 17 g/l.

 

www.ribolladioslavia.it

 

a cura di Andrea Gabbrielli

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