25 Giu 2010 / 14:06

Slovenia/I vini di Tito

Sessant’anni di ritardo sui paesi enologicamente più evoluti si sono trasformati in un vantaggio competitivo. Specialmente per le produzioni naturali e biodinamiche. Tanto da diventare una meta importante per gli appassionati di tutto il mondo.

 

Un fil rouge – è il caso di dirlo &n

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Sessant’anni di ritardo sui paesi enologicamente più evoluti si sono trasformati in un vantaggio competitivo. Specialmente per le produzioni naturali e biodinamiche. Tanto da diventare una meta importante per gli appassionati di tutto il mondo.

 

Un fil rouge – è il caso di dirlo &n

dash; unisce i giovani vignerons di punta della Slovenia, i Movia, i Simcic, i Sutor: le loro aziende hanno attraversato gli anni del comunismo di Tito e della collettivizzazione forzata, ma quell’isolamento restituisce oggi pratiche agricole e di cantina in linea con la richiesta di vini sempre più naturali e che esprimono un inimitabile “senso di terra”. Un caso che di questo vino se ne possa bere quanto se ne vuole senza spiacevoli cerchi alla testa? No, dati i bassissimi dosaggi di solforosa impiegati dai vignaioli citati.

 

 

Il tratto arcaico e fiero, eppure moderno degli sloveni, lo è, a maggior ragione, nel simbolo di questa enologia, in quel Aleš Kristancic Movia, sorta di leggenda esportata a livello internazionale. Le sue mani enormi e segnate dal lavoro in vigna sono il miglior biglietto da visita di vini carichi di energia, vigore, passionalità...di ormoni naturali (una delle più belle recensioni su Ales è infatti uscita su Playboy).
Siamo nella regione vinicola della Primorska che comprende il Collio Goriziano (Goriska Brda) e la valle del  Vipacco (Vipavska Dolina). Brda e Collio sono due nomi per una stessa terra su cui un tempo calò la cortina di ferro: stessa morfologia di terreno, stessi vitigni (ribolla, chardonnay, pinot bianco e pinot grigio, sauvignon, merlot, cabernet...) che annusano l’aria dell’Adriatico e d’inverno fanno i conti con la fredda Bora (il Burija).

 

 

La storia della cantina Movia, fondata nel 1810, è emblematica: durante la seconda guerra mondiale, Mirko, il nonno di Aleš, era partigiano di Tito e quando si aprì la trattativa sulla determinazione dei confini tra Italia e Nuova Repubblica Jugoslava, Tito fece in modo che il nuovo confine tagliasse in due i loro vigneti; ebbe così la scusa per non nazionalizzare l’azienda e anzi nominò Movia suo fornitore ufficiale.
Ciò spiega il vantaggio anche in termini di esperienza di questa azienda su tutti gli altri produttori sloveni che solo dopo il 1991 (anno dell’indipendenza) hanno potuto rimettersi al passo. Aderisce, Movia, al manifesto della Tripla “A” (Agricoltori, Artigiani, Artisti): credo biodinamico e uso dei soli lieviti indigeni: («i lieviti – sostiene Aleš – appartengono al posto, alla terra, ma se usi i fungicidi spariscono. E parlare di terroir senza lieviti non ha senso. Più vita c’è, più grande sarà il vino».

Coerente con il personaggio, il Puro Movia Rosé (pinot noir in purezza) è un metodo classico da lui brevettato: la rifermentazione in bottiglia viene fatta aggiungendo mosto fresco al vino base. Non subisce la sboccatura in cantina che viene invece eseguita solo al momento del consumo dentro a una bacinella di acqua.

 

 

Filosofia analoga – in chiave di personalità – quella di Marjan Simicic, 18 ettari a pochi passi da Movia che si affacciano e si intrecciano con le vigne del Collio goriziano. Anche qui niente fertilizzanti ed insetticidi, niente concimi ma humus fatto di erbe, vinacce. Viti longeve che affondano nel flysch a cercare i nutrienti minerali, piante che si sono fortificate e producono spontaneamente uva sana e forte. Ciò dona al vino eleganza e struttura.

Opoka significa “argilla dei sedimenti eolici” e Opoka è anche la linea di vini di punta dell’azienda, le super-riserve di Ribolla, Chardonnay, Sauvignon Blanc e Merlot, ricche di note minerali, di sapidità e piacevole acidità.

Particolarmente convincente il Sauvignon blanc Opoka 2007. Così Simcic chiosa il suo vino: «Quando riesci a mettere nel bicchiere i profumi della terra che si sollevano dopo la pioggia, ecco questo è il massimo, è autentica soddisfazione».

Ma la vera “machissima” sfida che accomuna questi vignerons è il corpo a corpo con il pinot noir, vitigno difficile da domare. Visti i lusinghieri risultati con lo Chardonnay che da queste parti ha carattere, freschezza ed eleganza, le nuove generazioni hanno in mente di confrontarsi con i migliori cru del mondo. Il Pinot noir lo sta sperimentando anche Primoz Lavrencic Sutor nella valle del Vipava e il suo è senz’altro il risultato più intrigante.

Primoz sta maturando il passaggio generazionale rendendosi indipendente dalla famiglia con la sua nuova piccola azienda che si chiama Burija: «Purtroppo - scherza - le banche vogliono che il Pinot Nero maturi in fretta...». Lui è innamorato della Borgogna. Ha fatto stage in Francia e la Francia ha in testa. La sua idea: fare vini eleganti ma non banali in stile francese. Vini che fermentano senza aggiunta di lieviti selezionati che a suo dire cambiano troppo la natura del vino.

«La valle del Vipava - osserva - è sempre stata una valle per bianchi (come gli autoctoni zelen, di cui si contano solo 60 ettari nel mondo, e pinela) ma oggi con i cambiamenti climatici in corso si possono fare anche ottimi rossi. L’essenziale è far esprimere la microflora».
A conferma invece del carattere originale che gli Chardonnay si guadagnano in Slovenia, quello prodotto dai monaci della Certosa di Pleterje (Chardonnay Pletér 2007) nella valle ai piedi di Gorjanci, si segnala per verve, complessità e freschezza. Lo abbiamo assaggiato alla corte del Jeune Restaurateur Robert Gregorcic nel Relais Grad Otocec. La cucina di Robert interpreta a sua volta con freschezza e lievità i sapori forti dei luoghi e le note affumicate, tic storico di prodotti e ricette, solleticando così la tostatura appena accennata del vino. Tutto a base di Chardonnay è il metodo classico della cantina Radgoska Gorice nella zona di produzione del Maribor nella regione StaJerska. È la più antica casa spumantistica slovena.

Si cominciò a produrlo sin dal 1848 quando Alojz Kleinosek andò in Champagne per apprendere l’arte e si sposò poi con una francese. Lo Champagne in Slovenia si chiama Perrina. E il vino bandiera di questa cantina è lo Zlata Radgoniska Perrina sulla base appunto di solo Chardonnay.

N.B. Nel Gambero Rosso di luglio troverete l'articolo completo con una testimonianza di Thomaz Kavcic, gli indirizzi delle migliori cantine e i ristoranti da provare.

 

 

Raffaella Prandi

luglio 2010

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