12 Mar 2013 / 16:03

Il sistema Borgogna ai tempi della globalizzazione

La Francia del vino – escludendo la zona dello Champagne – ha due facce speculari. Bordeaux con i suoi chateau, i grandi appezzamenti, i numeri a sei cifre delle bottiglie prodotte da prestigiose aziende, prezzi stellari, i grandi investimenti stranieri, un approccio storicamente commerciale che ha sancito l

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La Francia del vino – escludendo la zona dello Champagne – ha due facce speculari. Bordeaux con i suoi chateau, i grandi appezzamenti, i numeri a sei cifre delle bottiglie prodotte da prestigiose aziende, prezzi stellari, i grandi investimenti stranieri, un approccio storicamente commerciale che ha sancito l

a classificazione dei cru in base ai prezzi che i vini riuscivano a "spuntare" sul mercato. Poi c'è la Borgogna, con i clos, la parcellizzazione del territorio dovuta ad un retaggio storico (l'esproprio e la redistribuzione napoleonica dei latifondi ecclesiastici), le bottiglie di Grand Cru prodotte in poche migliaia, il valore dei cru assegnato al vigneto e non al vino, la terra tramandata per generazioni. Due velocità. Almeno fino a pochi anni fa.

 

Complice la crisi degli ultimi anni e l'inevitabile sguardo sui nuovi mercati, anche il “sistema Borgogna” fa i conti con la globalizzazione e la competizione. Di questo e altro parliamo con due noti produttori borgognoni.

 

 

La prima intervista è con François Labet, proprietario di Château de La Tour nel Clos Vougeot e presidente della denominazione Clos Vougeot. Per la seconda... stay tuned!

Quando si pensa alla Borgogna e ai suoi vini si ha l'impressione che tutto sia placidamente fermo, sempre uguale. È così?
Vede, quando penso alla Francia del vino, finisco per pensare anche all'Italia. Negli anni '70 dominavamo il mercato, non c'erano Australia, Cile, Argentina, Sud Africa. Anche la Spagna non vendeva praticamente nulla all'estero. Si vendeva tutto, vini buoni e meno buoni, anche a prezzi vantaggiosi. Esisteva una sorta di routine produttiva: si produceva e si imbottigliava senza porsi troppe domande. Poi qualche fattore nuovo ha sparigliato tutto. Prima di tutto la concorrenza da parte degli Stati Uniti con i suoi Merlot, Cabernet e Chardonnay. Un'invasione che è servita a svegliare gli animi assopiti. Poi, l'arrivo sulla scena di una nuova generazione di produttori giovani che hanno iniziato a viaggiare, incuriositi dal Nuovo Mondo ed è lì che hanno capito che valeva puntare sulle rese basse, su una maggiore attenzione in vigna, sull'abbandono degli antiparassitari. Infine, menzionerei anche il ruolo della stampa. Io stesso, grazie ai consigli del giornalista enologico più influente del Paese -  Michel Bettane - a metà anni '80 ho cambiato il mio approccio alla vinificazione, adottando il vecchio metodo della vinification en raisins entiers (cioè senza diraspare). Bisogna anche riconoscere che un giornalista anglosassone come Robert Parker ha fatto conoscere i vini delle piccole aziende.

Si può allora dire che, rispetto ai suoi primi anni, ora vende maggiormente negli Stati Uniti o nei paesi anglosassoni?
No. Le percentuali di vendite sui mercati anglosassoni non sono cambiate, ma si sono creati mercati nuovi, si sono aperti mercati un tempo chiusi per motivi politici come la Russia o la Cina. Altri mercati sono cresciuti per altre ragioni - Hong-Kong ad esempio per l'abbattimento dei dazi doganali - fino a diventare importatori di riferimento nelle loro aree.

 



I vostri vini sono sempre molto richiesti, ma come vede il mercato nel futuro per i vini di Borgogna, soprattutto se si parla delle denominazioni meno prestigiose ed esclusive? Per queste produzioni quali sono gli argomenti di vendita?
Ovviamente in Borgogna, come altrove, i grandi nomi fanno da traino, ma i Grand Cru rappresentano solo l'1,5% della superficie vitata, quindi i volumi prodotti non saranno mai in grado di soddisfare tutte le richieste, ma se le Aoc generiche e Villages si vendono è proprio perché i Grand Cru sostengono la reputazione dell'intera regione. Abbiamo constatato, in questi ultimi anni, che non c'è solo un interesse nei confronti delle grandi etichette, ma è cresciuto l'interesse generale, perché i vini non sono mai stati buoni come oggi. Aggiungiamo ancora che il vino è fatto per essere bevuto a tavola e il Pinot Noir si sposa bene con tutte le cucine e in particolare con quelle asiatiche. La richiesta dei grandi vini è in aumento ed è chiaro che non riusciremo ad accontentare tutti, soprattutto se si pensa alle ultime tre annate (2012, 2011 e 2010): si è perso praticamente l'equivalente di un'intera vendemmia in volume, per incidenti climatici (gelo, grandine e cattiva fioritura). Nel 2012 in certe denominazioni si è perso oltre il 65% della produzione. D'altra parte non ci possiamo permettere di sacrificare una parte della clientela pensando di vendere solo sui mercati migliori le quantità abituali. Quindi malgrado i deboli volumi prodotti bisogna dividerli nel miglior modo possibile. Per quanto concerne i prezzi, bisognerà essere ragionevoli: anche se abbiamo avuto dei raccolti decurtati del 50% non si possono aumentare i prezzi del 50%. Non si può prescindere dalla realtà economica attuale e fare aumenti spropositati, come è successo in passato in certe regioni. In caso contrario si ritornerebbe al passato, dicendo ad esempio che si vende tutta la produzione ai clienti privati cinesi, americani, italiani e che i vini gli vengono spediti direttamente.

A proposito di ciò, la vendita diretta era abituale anni addietro in Borgogna. Non è più così?
Non credo oggi in Borgogna vi sia ancora qualche azienda che operi in questo modo, anche se tradizionalmente nel passato la clientela delle zone periferiche (Belgio, Svizzera) era quasi sempre composta da privati. Per tanti piccoli vignaioli queste vendite rappresentavano anche volumi considerevoli. A quei tempi (prima degli anni '60) la commercializzazione avveniva in modo diverso, si vendeva poco vino in bottiglia e molto invece era venduto all'ingrosso in tonneau. Quando ero ragazzo c'erano cantinieri che partivano quindici giorni per fare il giro dei clienti privati, che venivano aiutati anche nelle operazioni di imbottigliamento. Romantica come idea, ma siamo ormai lontani anni luce da quel mondo.

a cura di Francesca Ciancio

12/03/2013

 

foto di apertura Maurizio Gijvovich

 

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale "Tre Bicchieri" del 28 febbraio 2013. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E' gratis, basta cliccare qui.

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