13 Mar 2013 / 16:03

Conosci la Borgogna? Conversazione su négociant, éleveur, aziende viticole

Secondo “giro” in Borgogna. Dopo l'intervista a Francois Labet, proprietario dello Chateau de la Latour, è la

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Secondo “giro” in Borgogna. Dopo l'intervista a Francois Labet, proprietario dello Chateau de la Latour, è la

volta di Frederic Drouhin, a capo dell'omonima maison di Beaune. La sua è una figura complessa e diffusa in Borgogna: Frederic è infatti un négociant-éleveur (commerciante/vinificatore e affinatore), nonché proprietario di 77 ettari vitati tra Chablis e Côte d'Or. Il Domaine Joseph Drouhin è stato tra i primi a credere nella coltivazione biologica. La conversione è iniziata nel 1988 e fa di questa azienda una delle più grandi realtà a conduzione biologica in Borgogna.

 

Frederic Drouhin (foto www.drouhin-vaudon chablis.com)


Come è cambiato il domaine Drouhin (tra négoce e proprietà) negli ultimi 50 anni?
Più di 60 anni fa le vigne in Borgogna erano lavorate in modo molto tradizionale, quasi sempre con l'ausilio dei cavalli. Solo verso la fine degli anni '50 sono arrivati nei vigneti i primi trattori e i primi agronomi consulenti che hanno consigliato di lottare contro oidio, peronospora e botrite con prodotti chimici. Da allora la Borgogna è cambiata drasticamente con la nuova generazione, più preparata dal punto di vista agronomico/enologico. Negli anni '80 ci siamo resi conto che la strada della chimica esasperata non era quella giusta e quindi numerose aziende hanno fatto retromarcia, tornando a metodi più tradizionali e rispettosi dell'ambiente.

Anche i metodi di vendita dei vostri vini sono cambiati molto. Da négociant quali pensa siano stati i passaggi fondamentali?
La Borgogna nella sua totalità esporta circa il 50% della produzione. Rispetto ad altre zone vinicole francesi, un'alta percentuale. Eccezion fatta per Bordeaux, la Borgogna è anche riuscita, rispetto ad altre zone tipo Rodano e Languedoc, a valorizzare i propri vini riuscendo a fissare prezzi medi piuttosto elevati. Certo, nel mondo del vino borgognone c'è sempre stata questa dicotomia tra piccole aziende e négoce. Le prime venivano percepite come bravi artigiani, mentre le seconde erano spesso viste come realtà in mano a commercianti senza scrupoli. Bisogna distinguere l'immagine del négociant in Borgogna rispetto ad altre regioni: da noi spesso si tratta di un négociant-éleveur (commerciante/vinificatore e affinatore), cioè di qualcuno che compra uve o mosti e che vinifica e affina prima di imbottigliare. Negli ultimi anni ci si è trovati di fronte ad un problema di approvvigionamento, perché i piccoli viticoltori che fornivano parte delle uve, hanno iniziato a imbottigliare la totalità della loro produzione. Il négoce si è quindi trovato costretto a comprare dei vigneti e oggi possiede quasi il 25% dei Grand Cru di Borgogna. Spesso si tende a dimenticare questo dato. Inoltre negli ultimi anni per mancanza di lavoro, molte persone sono tornate nelle aziende di famiglia. Ciò ha impoverito i redditi delle realtà più piccole che hanno deciso di diventare a loro volta négociant. Insomma, siamo tutti sulla stessa barca e la concorrenza reale non è quella tra négoce e piccole aziende viticole, ma è quella internazionale.

 


Le quantità esigue di certe etichette creano problemi. Avete deciso che in determinati mercati venderete più o solo vini entry level?
Tolte le denominazioni di prestigio, la Borgogna produce circa 55% di Borgogna regionale. Più di una bottiglia su due è un Borgogna generico bianco o rosso. Come per la maggioranza delle aziende del posto, la nostra produzione più importante dal punto di vista quantitativo è il nostro Bourgogne La Forêt Pinot Noir o Chardonnay (Borgogna generico bianco o rosso). Queste saranno le etichette che avranno maggiore visibilità su tutti tavoli del mondo e avranno l'incarico di diffondere il nome Drouhin. Non ho grandi meriti a fare un Musigny dove si esprime un gran terroir. Ho più meriti e richiede più impegno fare un buon Borgogna, che sia gradevole e fruttato, con una costanza qualitativa e di prezzo ripetibili ad ogni vendemmia. Sono proprio questi vini ad entrare in concorrenza con i vini monovarietali del mondo. Io vendo un Bourgogne Chardonnay, ma per l'acquirente è uno Chardonnay in mezzo a tanti altri Chardonnay. E allora a fare la differenza saranno le famose quattro P: price, product, place, promotion.

Ma sarete sempre più cari rispetto a uno Chardonnay cileno, ad esempio. Come vi ponete nei loro confronti?
Faccio un esempio. Per noi coltivare e vendemmiare (50 ettolitri per ettaro) in una vigna di Borgogna generico costa come coltivare e vendemmiare la stessa quantità di uve in una vigna di Musigny, vale a dire circa 15mila euro all'anno. Se andate nel Languedoc, nel Sud della Francia, probabilmente spenderete solo 4mila euro all'anno per coltivare un ettaro di vigneto e per raccogliere forse 80 ettolitri. Se andate in Cile forse per coltivare un ettaro e raccogliere 100 ettolitri spenderete solo mille euro all'anno. È chiaro quindi che non dobbiamo provare ad essere competitivi sul prezzo, perché il frazionamento eccessivo e l'impostazione colturale poco meccanizzata dei nostri vigneti, alza parecchio i costi di coltivazione. Saremo sempre più cari dei nostri concorrenti, quindi la Borgogna deve puntare alla qualità e all'immagine. Quando vendiamo uno Chardonnay di Borgogna non vendiamo solo un vino monovarietale, ma vendiamo anche e soprattutto una lunga storia.

a cura di Francesca Ciancio
13/03/2013

 

foto di apertura e dei vigneti b/n di Maurizio Gijvovich

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 7 marzo 2013. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E' gratis, basta cliccare qui.

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