25 Mar 2013 / 18:03

Marsala, città europea del vino 2013. Da Florio a Barraco, passando per Pellegrino, Donnafugata, De Bartoli, alla scoperta di un vino che festeggia i 50 anni di Doc

Recevin è la Rete che include le Città del Vino che fanno parte dell' Unione Europea e che hanno un forte legame economico con la vitivinicoltura. Quest'anno la città del vino europea prescelta è in Italia, sul Capo Boeo, la punta estrema del Paese: è

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Recevin è la Rete che include le Città del Vino che fanno parte dell' Unione Europea e che hanno un forte legame economico con la vitivinicoltura. Quest'anno la città del vino europea prescelta è in Italia, sul Capo Boeo, la punta estrema del Paese: è

la2013.ue" target="_blank">Marsala. Una città e un vino, la prima Doc d'Italia che proprio con il 2013 festeggia i suoi 50 anni. Che sarebbe anche un compleanno importante da festeggiare, se non fosse che questo vino non gode più dei fasti di un tempo. Secondo una visione anglofila, il Marsala avrebbe 240 anni di storia alle spalle.

 

1773: il commerciante inglese John Woodhouse spedisce a Liverpool del vino bevuto in zona, addizionandolo però con acquavite di vino, per elevarne il tenore alcolico e preservarne le caratteristiche durante il lungo viaggio in mare. Quel vino siciliano, meno costoso dei liquorosi portoghesi e spagnoli tanto in voga Oltremanica, riscosse in Inghilterra un grande successo, tanto che Woodhouse decise di ritornare in Sicilia e di iniziarne la produzione e la commercializzazione. Molto del resto della storia porta il nome Florio, la potentissima famiglia di imprenditori palermitani che dà ancora il suo nome a una delle cantine più belle d'Europa.

 



Dal 1998 queste, come il marchio, sono proprietà dell'Illva di Saronno (insieme a Corvo e Duca di Salaparuta). Un milione e mezzo di litri di Marsala prodotti ogni anno, per un totale di 2 milioni e mezzo di bottiglie, la maggior parte delle quali ricade nella tipologia Superiore. “Per noi il brand Florio non è sinonimo solo di passato” racconta al Gambero Rosso Benedetta Poretti, responsabile comunicazione del gruppo Duca di Salaparutaquest'anno festeggiamo i 180 anni delle cantine con un'enoteca nuova e una sala degustazione esperienziale. Abbiamo 30mila visitatori l'anno che consideriamo tanti nostri ambasciatori nel mondo. Al Vinitaly presentiamo un prodotto nuovo: sorpresa. Tutto questo per noi suona come il futuro del marchio”. Certo, sui vini fortificati margini importanti non se ne fanno, ma non è difficile trovarli nei posti che contano: “i nostri Donna Franca o Aegusa sono nelle carte dei vini di grandi ristoranti. Cracco ad esempio” spiega Benedetta “abbina il Donna Franca invecchiato 15 anni alle acciughe”.

 



A credere nell'enoturismo di stampo marsalese sono anche le Cantine Pellegrino, data di nascita 1880. Produttrice di solo Marsala fino al 1950, l'azienda fondata da Paolo Pellegrino inaugurerà a breve una club house e un wine bar. Organizza già da qualche anno dei cooking show nei due enormi silos ristrutturati, parte integrante dello skyline della città nota per lo sbarco dei Mille: “È indubbio che l'anima vera del Marsala sia andata smarrita” confessa al Gambero Massimo Bellina, export manager della Pellegrino “il danno fatto dai marsala aromatizzati è incalcolabile. Per fortuna nel 1984 una legge di Stato ha sancito la divisione tra marsala tradizionali e ‘speciali’ ad eccezione del Marsala all'uovo che continua ad esistere ma sotto il nome di Cremovo”.

La nostalgia canaglia di una Marsala che c'era e ora non c'è più la sente anche Antonio Rallo che, insieme a tutta la famiglia, è a capo dell'azienda Donnafugata. Un cognome intrecciato alla storia del vino liquoroso siciliano da tanto tempo, e che poi ha visto passare le cantine Rallo – dove si produceva quel vino – in mano alla famiglia Vesco. Oggi Donnafugata non produce Marsala: “Ora no, ma chissà un domani” lascia intendere Antonio “l'idea forte c'è, ci crediamo soprattutto io e mio padre Giacomo. Certo lo faremmo per passione e amore verso questo territorio. Se dovessimo fare uno studio di progetto, abbandoneremmo l'idea da subito. Antieconomico in partenza”. Magari tornare a fare “Opera Antica”, la cui produzione si è fermata 20 anni fa. “Prevedeva un invecchiamento minimo di 12 anni” ricorda Antonio “ma non siamo mai scesi sotto i 20. Me ne sono rimaste sedici bottiglie…”.

In questa città-territorio fino agli anni '70 si contavano 200 aziende, oggi non superano la decina. E il core business di tutte sono i vini da tavola, non certo i liquorosi. Ne sanno qualcosa i De Bartoli, Renato, Sebastiano e Gipi, i figli di Marco, il restauratore del Marsala, come lui stesso amava definirsi. Anche l'azienda di contrada Samperi fa ottimi bianchi secchi e da un po' anche spumanti, ma tutto il cuore è a bagno nel vino liquoroso. “Altro che inglesi, qui il vino si fa dai tempi dei Fenici” esordisce Renato De Bartoliquando si racconta la storia di Woodhouse sarebbe più opportuno dire che è stato il primo sofisticatore. Anche il Marsala Vergine - che prevede l'aggiunta di alcol - è una stortura di 50 anni fa. Il nostro vino è il ‘vino perpetuo’, il frutto di una colmatura annuale delle botti di varie annate precedenti con il vino nuovo. Questo è il vero vino pre-british”.

 

 

E questa è anche la storia del mitico Vecchio Samperi – prima uscita 1980 – il marsala-non marsala (perché i suoi gradi alcolici non sono raggiunti con concia o alcol aggiunto). “Mentre decine di migliaia di ettolitri di marsala Fine” continua Renato “finiscono nell'industria alimentare come Motta e Simmenthal, il mio importatore giapponese mi ha scritto che il Vecchio Samperi sta benissimo con il branzino! Bisogna essere dotati di larghe vedute e curiosità per apprezzare le cose di pregio, proprio come fanno i giapponesi. In Italia invece si è deciso che questo è un vino demodé”.

 

 

Non è solo per il suo ruolo istituzionale ma Diego Maggio, consigliere del Consorzio dei vini Marsala dal 1986, in questo vino ci crede eccome, e interpreta la  “crisi del Marsala” da un punto di vista diverso: “Nella generale crisi dei consumi, il marsala resiste” sostiene il consigliere “e se ciò accade è grazie proprio all'equilibrio che c'è tra le vendita di marsala alle industrie conserviere e dolciarie e quello per così dire qualificato, ovvero Superiore e Vergine. La produzione di questo vino richiede opifici industriali importanti, dove la quantità di prodotto finito e i periodi minimi di invecchiamento richiesti dal disciplinare, devono essere comunicati all'inizio delle fasi di lavorazione. Quale piccola o media azienda potrebbe affrontare tali rischi?”.


Chiudiamo su un Marsala che sta nascendo, quello di Nino Barraco, piccola azienda del marsalese che festeggerà i suoi primi 10 anni l'anno prossimo con la sua prima bottiglia di liquoroso. “E come faccio a non crederci io che a 18 anni lo facevo in casa, come tanti miei concittadini?” ci racconta il produttore “ora torno a scommetterci ma non certo sperando in chissà quali guadagni. L'eccessivo ventaglio di possibilità che dà il disciplinare ha accontentato troppi palati, “sporcando”, alla fine, la vera idea di questo vino. Io torno alle origini ma non scriverò la parola Marsala in etichetta, il mio modello è il Vecchio Samperi”.

testo e foto a cura di Francesca Ciancio

26/03/2013

 

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 21 marzo 2013. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E' gratis, basta cliccare qui.

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