28 Mar 2013 / 12:03

La questione palestinese arriva anche sulle bottiglie: nuove etichette per i vini dei Territori Occupati?

Nuova questione palestinese in medio oriente. Stavolta, però, in chiave vitivinicola. Pare, infatti, che l'Unione Europea stia pressando i produttori israeliani del territorio per etichettare i loro vini con la dicitura “Israeli product of the Occupied Palestinian Territories” (prodotto israeliano dei territori palestinesi occ

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Nuova questione palestinese in medio oriente. Stavolta, però, in chiave vitivinicola. Pare, infatti, che l'Unione Europea stia pressando i produttori israeliani del territorio per etichettare i loro vini con la dicitura “Israeli product of the Occupied Palestinian Territories” (prodotto israeliano dei territori palestinesi occ

upati). L’etichetta Made in Israel non basterebbe, quindi. Ma come si può immaginare i produttori non hanno preso troppo bene questa richiesta e i vigneti si preannunciano come un nuovo campo di battaglia (economico) nel conflitto tra israeliani e palestinesi: “Questo è razzismo puro”, dice Yaakov Berg, fondatore di Psagot Winery a pochi Km da Gerusalemme (la cantina nata nel 2003 e che in un decennio è passata da 3mila bottiglie a 100mila) “io non ho ucciso nessuno per prendere questa terra. L'ho pagata. E offro buoni posti di lavoro ai palestinesi che guadagnano tre o quattro volte quello che potrebbero guadagnare altrove”.

 


Yaakov Berg

 

Ma la comunità internazionale la pensa diversamente e appellandosi al Diritto Internazionale considera gli insediamenti israeliani in Cisgiordania illegali. Lo scorso anno anche la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) ha preso posizione pubblicando un rapporto in cui ribadisce che accettare le importazioni di questi prodotti senza la specifica, significa accettare tacitamente l'espansione della sovranità israeliana e non tutelare il consumatore nel suo diritto di fare una scelta informata. Così, spinta da questa posizione la Commissione Ue ha appena firmato un documento in cui chiede un'etichettatura rigorosa, minacciando il boicottaggio degli stessi vini come era avvenuto con il Sud Africa ai tempi dell'Apartheid.

 

 

Boicottaggio che di fatto è già avvenuto in passato: lo scorso anno il grande distributore britannico Co-operative Group è stato il primo a rifiutarsi di acquistare prodotti da fornitori che lavorano nei territori occupati e anche in Italia gruppi come Conad e Coop hanno per alcuni periodi sospeso le forniture. Se anche altri seguissero questo esempio sarebbe un duro colpo per la viticoltura israeliana che ogni anno produce circa 40milioni di bottiglie con un export che vale 29,8 milioni di dollari per il 55% è diretto in Francia, Regno Unito e Stati Uniti. 

a cura di Loredana Sottile

28/03/2013

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