8 Apr 2013 / 15:04

Biondi Santi. La Rolls Royce del vino italiano

L'intera redazione del Gambero Rosso si stringe attorno alla famiglia Biondi Santi. Ci ha lasciato ieri a 91 anni, proprio nel giorno d'inaugurazione del Vinitaly, il patriarca del Brunello di Montalcino, Franco Biondi Santi. Franco rappresentava la quarta generazione: la sua famiglia per prima aveva individuato il clone di sangiovese che ha

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L'intera redazione del Gambero Rosso si stringe attorno alla famiglia Biondi Santi. Ci ha lasciato ieri a 91 anni, proprio nel giorno d'inaugurazione del Vinitaly, il patriarca del Brunello di Montalcino, Franco Biondi Santi. Franco rappresentava la quarta generazione: la sua famiglia per prima aveva individuato il clone di sangiovese che ha

reso il Brunello di Montalcino una delle icone del vino italiano di qualità del mondo. Franco è stato un autentico custode del Brunello nella sua impostazione originaria, portando avanti un'idea di Brunello che non ha mai guardato a mode o  influenze dei mercati internazionali. Ci ha regalato alcune delle più alte espressioni enologiche d'Italia, vini memorabili, multidimensionali, di fedelissima adesione al terrorio, d'infinita longevità; tra le tante citiamo le Riserve 2004, 1975,1955. Di Franco ci piace ricordare il suo profilo d'autentico gentiluomo: garbato nei modi, misurato nelle parole. Una perdita non solo per Montalcino ma per tutto il mondo del vino italiano.

In omaggio a Franco Biondi Santi ripubblichiamo una grande verticale dei suoi vini uscita sul nostro mensile nell’aprile del 2005 con degustazioni di Eleonora Guerini e testo introduttivo di Daniele Cernilli. Un modo per salutare Franco e per sottolineare il ruolo che la sua figura aveva e che ben emerge dall’articolo e dalle note di degustazione.

> LA VERTICALE


Fare dei paragoni fra vini e le più svariate cose è uno degli artifici retorici più diffusi e francamente più banali. Però qualche volta funziona e riesce a rendere chiaramente l’idea delle caratteristiche più emblematiche di aziende e dei vini stessi. Così, affermare che il Brunello di Montalcino Riserva della Tenuta Il Greppo dei Biondi Santi sia la Rolls Royce del vino italiano, non è soltanto un modo immediato per renderlo più comprensibile, ma è anche il sottolineare uno stile, un’esclusività, una tradizione, che indubbiamente quel vino e quella mitica casa automobilistica possiedono in comune.

Del resto, la storia dell’auto e quella del Brunello iniziano quasi nello stesso periodo. Ferruccio Biondi Santi “inventa” nei fatti quel grande rosso intorno al 1880, eliminando dalla ricetta del Chianti di allora le uve bianche e creando un vino molto più longevo e corposo. Pensate solo che solo nel 1996 il disciplinare di produzione del Chianti Classico ha chiaramente consentito di produrre quel vino senza apporto di trebbiano e malvasia, ben oltre un secolo dopo.  La prima annata di Brunello che è ancora bevibile è il 1888, della quale esistono ancora due bottiglie nella cantina dei Biondi Santi. Il 1891, però, non è solo ancora bevibile, è ancora buonissimo. In un’epoca nella quale il termine “vendemmia del secolo” è così inflazionato, si può sostenere con buone ragioni che quella del 1891 è stata la vendemmia del secolo XIX a Montalcino.

Pochi anni dopo, nel 1904, Charles Rolls ed Henry Royce si incontrarono al Midland Hotel di Manchester. Royce già progettava e produceva automobili di grande qualità, il suo motto era “tendi alla perfezione in tutto quello che fai. Prendi il meglio che c’è e miglioralo ancora. Se non esiste, progettalo”.  A ben vedere, potrebbe essere anche il motto di Ferruccio Biondi Santi e di suo figlio Tancredi, l’uomo che, dal 1925 in poi, fece del Brunello uno dei protagonisti della scena vitivinicola mondiale. Proprio come la Silver Ghost di Rolls e di Royce, che nacque solo nel 1907, ma che è andata avanti, evolvendosi nei modelli, per molti e molti anni, proprio fino al 1925.

Di Brunello se ne faceva molto poco a quell’epoca. Così i Biondi Santi crearono con alcuni altri soci, una cantina cooperativa, che rimase in attività fino alla fine della II Guerra Mondiale. Con la vendemmia del ’45, eccezionale un po’ in tutta Europa, vale la pena di ricordare un monumentale Mouton Rothschild ancora formidabile oggi, ritorna il Brunello Riserva dei Biondi Santi come vino del Greppo e non come prodotto di diversi vigneti.  Dieci anni dopo ecco la Riserva del ’55, forse la migliore di sempre, ed ecco un’altra vendemmia del secolo, stavolta per il XX. Nel frattempo la Rolls Royce varava modelli storici, come la Phantom III nel 1936, la prima V12 della Casa di Goodwood, la Montalcino inglese dell’auto. O la mitica Silver Cloud, prodotta dal ’55 al ’66.

E il Brunello diventa anche altro. Nascono altre cantine, altri marchi, alcuni molto prestigiosi. Tancredi Biondi Santi e le sue vigne del Greppo restano a presidiare un ideale di tradizione e di classicità. Solo sangiovese, detto in zona sangiovese grosso, lunghe macerazioni e lunga permanenza in grandi botti di rovere di Slavonia, vini longevi, sostenuti da un’acidità evidente e tipica e da un apporto polifenolico mai aggressivo. Parola d’ordine: eleganza che si affina nel tempo. Prezzi dei vini, di conseguenza, elevati. Il Brunello dei Biondi Santi non è un vino per tutti, insomma, o quanto meno, non è un vino da bere spesso.  E’ un rosso aristocratico, elitario, che poteva costare, negli anni Sessanta, più di un celebrato “premier cru” di Bordeaux.

 

 

Nel 1970 Tancredi muore e lascia l’azienda a suo figlio Franco, che da quell’anno diventa l’unico responsabile della produzione. Era nel frattempo uscita la mitica Riserva del ’64, altra vendemmia di eccezionale valore. In affinamento quella del ’68. In fase di raccolta le uve del ’70, che si preannunciavano molto valide. Come poi sarebbe stato anche per il ’71 e per pochi altri millesimi di quel decennio, forse il ’75 e il ’78 soltanto. Franco Biondi Santi ha preso il testimone ed ha continuato sullo stesso percorso, inanellando alcuni gioielli enologici e continuando nell’opera di baluardo della tradizione, proprio come aveva fatto suo padre. Ed ecco perciò la Riserva ’82 e quella, indimenticabile, dell’83, la migliore degli anni Ottanta, la prima che previde la fermentazione in tini di rovere.

L’aspetto che colpisce di più è la continuità stilistica di questo vino, che nasce come esempio di modernità assoluta ai suoi tempi, e che lentamente diventa classico. Come dar torto a chi sostiene che la tradizione è un’innovazione che si è dimostrata vincente nel tempo? Nella recente storia del vino italiano c’è indubbiamente un prima e un dopo il Brunello Riserva dei Biondi Santi. Gli anni di uscita della Corniche e della Silver Spirit III furono più o meno gli stessi, ma da allora la Rolls Royce continuò ad aggiornare i modelli soltanto con piccole modifiche stilistiche. Un po’ quello che, accanto a Franco, sta lentamente proponendo suo figlio Jacopo, che da più di vent’anni si occupa dell’azienda, soprattutto nel settore della commercializzione, ma anche con alcuni interventi “filosofici” nell’ambito squisitamente produttivo.

Ed eccoci agli anni Novanta. Alle Riserve del ’95, del ’97 e del ’99. Annate molto valide. Secondo noi soprattutto l’ultima, secondo Franco Biondi Santi soprattutto la ’97. Questioni di feeling, direbbe qualcuno. Ma è proprio la Riserva del ’99, elegantissima, setosa, altera come una giovane e bellissima aristocratica, quello che ci ha fatto sognare. Come una EX 100, ultimo, spaziale, modello della R&R. Ma quell’auto non arriveremo mai neanche a guidarla. Mentre un paio di bottiglie di Brunello di Montalcino Riserva del ’99, magari a distanza di dieci anni l’una dall’altra, ce la riusciremo a bere. Con gioia.

Daniele Cernilli
(articolo estratto dal Gambero Rosso n. 159 aprile 2005)

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