Il futuro dell’agroalimentare è a rischio, come rivelano i dati non incoraggianti sui consumi (diminuiti tra 2007 e 2013) e a sorpresa sull’export made in Italy, che lascia il passo a Francia, Spagna e Germania. Anche il reddito per gli agricoltori finisce per scontare la complessità della filiera e il risultato si riscontra nel confronto con i redditi medi agricoli di altre nazioni europee. Ma il ministro Martina annuncia un cambio in sei mosse. Obiettivo: semplificare.

Agrinsieme chiama, Martina risponde. Il mondo agricolo chiede un cambio di rotta per il futuro dell'agroalimentare (#campoliberofinoinfondo), e il Ministro presenta il Piano agricoltura 2.0, per la semplificazione di un settore che vale il 9% del Pil.
I numeri presentati a Roma da Agrinsieme e Nomisma non sono incoraggianti: è vero che il valore aggiunto dell'agroalimentare è cresciuto del 6% tra 2007 e 2013, ma è anche vero che i consumi si sono ridotti del 14% nello stesso periodo, soprattutto per la tendenza al risparmio degli italiani; e se è andata meglio all'estero (33 miliardi di export, di cui 5 del solo settore vino) negli ultimi dieci anni la quota di mercato detenuta dall'Italia è scesa a sorpresa dal 3,3% al 2,6%, nonostante il forte appeal del Made in Italy; non solo: Francia, Spagna e Germania superano l'Italia quanto a fatturato export.
I punti deboli sono noti: con l'87% di imprese sotto 10 dipendenti la propensione alle esportazioni è condizionata negativamente, così come gli investimenti in prodotti, processi e organizzazione. Per Agrinsieme, la filiera perde valore e c'è un problema di reddito per gli agricoltori: sui 220 miliardi spesi dagli italiani per gli alimentari, oltre la metà non finiscono nelle tasche delle imprese e dei lavoratori e più di un terzo della spesa serve a finanziare il costo dell'approvvigionamento di beni e servizi erogati da altri settori economici (logistica, packaging, energia). Il risultato è nei redditi medi agricoli: 22 mila euro in Italia, contro 47 mila in Francia e 36 mila in Germania.
Soluzioni possibili: aggregazioni, reti di impresa, meno burocrazia e più investimenti. Solo il 10% della spesa Mipaaf nel 2013, pari a 1,5 miliardi, è funzionale a sostenere gli investimenti direttamente realizzati dalle imprese. Se a questo si aggiunge l'eccessivo numero di enti intermedi in agricoltura il quadro è completo. Ecco il perché della richiesta di un "cambio di rotta".
Dal canto suo, Martina (che ha lasciato intendere un possibile dietrofront della Commissione Ue sul taglio di 448,5 milioni di euro al bilancio Pac), ha annunciato un piano in sei mosse per accorciare i tempi, ridurre l'uso di carta (25 kg medi annui ad azienda) e semplificare: anagrafe unica delle aziende agricole, fascicolo aziendale unico, domanda Pac precompilata online da marzo 2015, pagamento Pac (anche 100%) anticipato a giugno 2015 anziché a dicembre (valore 4 miliardi per un milione di domande Pac), banca dati unica dei certificati (antimafia, Durc, etc.), domanda di aiuto unificata (Pac, Uma, Psr, assicurazioni). "Un intervento importante" ha detto "che introduce strumenti innovativi per 1,5 milioni di aziende".