All'indomani della firma del trattato Jefta tra Unione Europea e Giappone, facciamo il punto per capire in cosa consiste e cosa potrebbe cambiare per l'export italiano.

 

Lo chiamano “Cars for cheese” - ma il suo vero nome è Jefta (Japan-Eu Free Trade Agreement) - l'accordo commerciale tra Ue e Giappone firmato il 17 luglio a Tokyo che faciliterà gli scambi commerciali tra Sol Levante ed Europa, abbracciando diversi settori, ma soprattutto quelli agroalimentare e automobilistico. Da una parte ci sarà, infatti, la liberalizzazione del mercato automobilistico dal Giappone verso l'Europa e dall'altro quello dei prodotti agroalimentari Ue verso il Paese del Sol Levante. Il trattato si propone anche di superare gli ostacoli normativi, le differenze delle norme e dei requisiti tecnici, delle procedure di approvazione dei prodotti e dei controlli, che rendono più complicato e costoso il commercio da e verso il Giappone. In questo modo l'Europa si troverà a combattere ad armi pari con i competitor che già hanno stretto accordi simili con governo nipponico. Per esempiole birre europee potranno essere esportate in Giappone come birre e non più come bibite alcoliche e anche la tassazione sarà simile, eliminando le disparità tra una birra e l'altra.

L'accordo sul libero scambio potrebbe entrare in vigore già a fine anno, coinvolgendo un mercato di oltre 600 milioni di persone che vale un terzo del Pil mondiale. A oggi, il nostro conto dell'export da e verso il Giappone è positivo: l'Italia esporta beni per circa 6,6 miliardi di euro e ne importa per 4,2. Una voce importante riguarda proprio l'agroalimentare, con il testa carni suine, vino, carni bovine, olio d'oliva, pomodoro, pasta e aceto.

 

L'eterna diatriba dei liberi accordi

Dopo la firma del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, del presidente del Consiglio europeo Donald Tuske il premier giapponese Shinzo Abesi aspettail lasciapassare definitivo della Dieta giapponese e del Parlamento europeo, ma senza la ratifica dei singoli Stati, il cui via libera è stato unanime. È un tema caldo, quello dei liberi accordi, in cui polemiche e conflitti non si placano. Non lo hanno fatto con il Ttip, mai approvato, e non lo fanno oggi con il Ceta – che liberalizza gli accordi con il Canada - in vigore dallo scorso 21 settembre in via provvisoria e in attesa di essere ratificato dai singoli Stati Ue; con i movimenti No Ceta in prima linea pronti a dare battaglia e tante perplessità: "vogliamo capire se realmente il Ceta è vantaggioso per il nostro Paese. Ad oggi ci sembra di no" ha detto il ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio davanti al Consiglio agricoltura e Pesca di Bruxelles, aprendo ufficialmente il “caso Ceta”, in pieno accordo con la posizione del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio che,qualche giorno fa all'assemblea Coldiretti, si era espresso contro, dicendo a chiare lettere che, una volta in Aula, l'accordo sarà respinto dalla maggioranza di Governo. Si sarebbe immaginata un'analoga posizione riguardo gli accordi con il Giappone, e invece no.

 

I punti caldi

Il Jefta regolamenta diverse questioni: appalti pubblici, servizi, investimenti, e-commerce, lavoro, sviluppo sostenibile, dazi e via dicendo, toccando, in maniera non secondaria anche il comparto agroalimentare condividendo punti caldi e polemiche con il Ceta, considerato da molti un accordo analogo a quello appena firmato e per questo da usare come pietra di paragone per alcune questioni. A partire da quelle legate al riconoscimento delle denominazioni, passando per rischio contraffazione e sicurezza alimentare, non ultimo il tema Ogm: gli oppositori del trattato denunciano che il Giappone è il paese con maggior numero di colture Ogm approvate per alimenti umani e animali e in cui la soglia per la presenza accidentale di organismi geneticamente mutati è pari al 5%, mentre in Europa il limite è dello 0,9%. C'è da ribadire che il principio di precauzione (sancito dal trattato sul funzionamento dell'Unione europea TFUE) consente all'UE di adottare misure preventive in caso di possibili rischi per gli esseri umani e per l'ambiente in caso vi siano “prove preliminari obiettive secondo cui esistono fondati motivi di temere possibili effetti nocivi sull'ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante, ma vi è incertezza scientifica in merito”. Inoltre, spiegano dalla Commissione Europea, “l'accordo non renderà meno stringenti le norme di sicurezza né richiederà alle parti di modificare le proprie scelte di politica interna su questioni quali l'uso di ormoni o di organismi geneticamente modificati”.

 

Le voci contro

Molte associazioni tradizionalmente anti-trattati - tra cui Coldiretti, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori - denunciano i rischi che comportano la riduzione di sovranità delle istituzioni nazionali, di controllo sull'import dal Giappone e di manovra delle piccole e medie imprese su uno scacchiere così ampio. In buona sostanza: secondo le voci che si oppongono agli accordi, questi favorirebbero ilguadagno solo di poche grandi imprese esportatrici, e spingerebbero verso un livellamento verso il basso degli standard sui metodi di produzione, sulla sicurezza (come visto nel caso degli Ogm) e la qualità, su distribuzione e consumo. Insomma: più velocità e facilità negli scambi commerciali a fronte di regole meno stringenti.

 

Dazi

Con l'entrata in vigore del Jefta verranno eliminati circa il 90% dei dazi (soprattutto su molti formaggi, carni suine, pasta, passata di pomodoro, vini) che pagano ogni anno le imprese europee che esportano in Giappone. Nello specifico l'esenzione completa riguarda la carne suina trasformata, mentre per la fresca i tributi sono quasi zero. I dazi sulle carni bovine saranno ridotti gradualmente – nel corso di 15 anni - dal 38,5% al 9%. Saranno soppressi i dazi elevati su molti formaggi a pasta dura quali il Gouda e il Cheddar (attualmente al 29,8%) e sarà stabilito un contingente esente da dazi per i formaggi freschi come la mozzarella. Per pasta, cioccolatini, cacao in polvere, caramelle, dolciumi, pomodori preparati, salsa di pomodoro e altri prodotti agricoli trasformati l'accordo eliminerà i dazi esistenti con un periodo transitorio. Saranno inoltre soppressi, da entrambe le parti, i dazi sulla pesca. E insieme ai tributi cadranno anche una serie di norme che ostacolano l'export. L'obiettivo è un considerevole incremento dell'export verso il Giappone come auspicano da Agrinsieme (il coordinamento di organizzazioni professionali che rappresenta i 2/3 delle aziende agricole) molto favorevole all'accordo.

 

Sicurezza alimentare e principio di equivalenza

L'ipotesi di un riconoscimento reciproco degli standard di valutazione tra Europa e Giappone apre ulteriori contestazioni sulla sicurezza alimentare. Secondo le voci di dissenso una possibile sostanziale equivalenza potrebbe portare a regolamenti molto meno restrittivi. L'accordo spinge per istituire un comitato di regolamentazione comune composto da rappresentanti del governo e da autorità di regolamentazione di entrambe le parti. “La cooperazione in ambito normativo”si legge “resterà completamente volontaria e non pregiudicherà il diritto dell'UE e del Giappone di definire o regolamentare i propri livelli di protezione per raggiungere obiettivi di interesse pubblico”. Il comitato non potrà modificare la normativa vigente, ma tra gli obiettivi dell'accordo UE-Giappone c'è anche quello – dichiarato - di garantire che “in futuro non si verifichino inutili divergenze normative, ad esempio facendo in modo che le autorità di regolamentazione delle due parti cooperino regolarmente, scambiando idee ed esperienze e individuando gli ambiti in cui collaborare in futuro”. Un altro tema è quello legato alla presenza di Ogm nei prodotti alimentari che in Europa deve essere sempre etichettato, mentre in Giappone l'obbligo è limitato a 33 categorie trasformate e 8 materie prime. Nel testo si legge che “il riferimento a norme internazionali renderà più facile e meno oneroso il rispetto delle norme giapponesi in materia di etichettatura”.

 

Denominazioni e contraffazioni

Una delle voci di cui si discute di più è il riconoscimento e la tutela delle denominazioni, secondo le accuse troppo poche: in Italia sono 45 tra cibo e vino (che tratteremo in un paragrafo a sé) quelle riconosciute dal Jefta (41 dal Ceta) che quindi in Giappnoe avranno o stesso livello di tutela che in Europa. Riguardo ai prodotti agroalimentari, ci sono Aceto Balsamico di Modena, Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, Asiago, Bresaola della Valtellina, Fontina, Gorgonzola, Grana Padano, Mela Alto Adige (Sudtirol Apfel), Mortadella di Bologna, Mozzarella di Bufala Campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Pecorino Toscano, Prosciutto di Parma, Prosciutto di San Daniele, Prosciutto Toscano, Provolone Valpadana, Taleggio, Zampone Modena. In alcuni casi la tutela riguarda solo il nome complessivo e non quello generico: ovvero Mortadella Bologna e non, semplicemente, mortadella, che potrebbe continuare a essere impiegato anche per prodotti Made in Japan.Un precedente che potrebbe costare caro nei trattati in divenire, come quello con i paesi del Mercosur. Definizioni come parmesan&co, inoltre, potranno continuare a essere utilizzate. Il trattato aprirà gli scambi di prodotti alimentari trasformati, quali pasta, cioccolato, dolciumi e biscotti (a oggi il valore delle esportazioni di tali prodotti dall'UE in Giappone è di circa mezzo miliardo di euro all'anno).

 

Rischio invasione

Tra gli allarmi sollevati già con il precedente accordo – che utilizziamo come parametro - con il Canada, c'è la possibile invasione di prodotti in arrivo dai paesi contraenti. Un timore, quest'ultimo, che parrebbe scongiurato dai dati Istat riguardo al Ceta: sui quattro mesi del 2018 l'import italiano di prodotti agricoli canadesi (carne e grano duro compresi) è calato del 34%, a fronte di un incremento dell'export agricolo italiano verso il Canada del 4,1%. Diverso il caso del Giappone, il cui import agricolo dall'Europa è 20 volte maggiore del suo export, insomma: il Giappone compra beni agroalimentari dall'Europa molto più di quanti ne venda.

 

Il vino: dazi, pratiche e additivi

Con l'entrata in vigore del Jefta, il vino godrebbe immediatamente di dazi pari a zero. Una condizione importantissima in un mercato con cui già ci sono stretti rapporti (che potrebbero stringersi ancora di più) visto che al momento i dazi incidono per il 31% sugli sparkling, del 15% sull’imbottigliato e del 19,3% sullo sfuso (>2 litri).Si calcola che il risparmio sarà di oltre110 milioni di euro l’anno. Le nostre aziende saranno così in grado di competere alle stesse condizioni di altri paesi agguerritissimi in quel mercato, come Australia e Cile, che lo scorso anno ha superato l'Italia, oggi terzo fornitore di vino in Giappone. Un sorpasso in cui pesa l'accordo Giappone-Cile che sta gradualmente abolendo i dazi sul vino (che dovrebbero arrivare a zero nel 2019). Quarta economia al mondo, con un mercato ricco con consumatori esigenti che hanno finora mostrato grande interesse all’eccellenza del made in Italy agroalimentare, il Giappone è un paese chiave. In cui, inoltre, c'è una produzione vitivinicola interna molto bassa, intrapresa praticamente soltanto nel Dopoguerra

Tra le condizioni che entrerebbero subito in vigore con il Trattato, c'è il riconoscimento di 30 additivi e pratiche europee relative alla vinificazione, fino a ora proibite da Tokyo.Oggi, infatti, in Giappone, i vini sono soggetti alle norme della legge sulla sanità alimentare “Food sanitation law”, per cui quelli importati devono essere accompagnati da un modulo con allegata descrizione del processo produttivo e un certificato di analisi rilasciato dai laboratori registrati presso il Ministero della Sanità giapponese.In particolare, per il vino le quantità di acido sorbico e di anidride solforosa devono essere rispettivamente inferiori a 200 ppm (parti per milioni) e 350 ppm.Sui certificati, però, non basta questa dizione, ma deve essere indicato il valore esatto riportato.Problema che, con l'accordo cesserebbe, sfoltendo notevolmente le pratiche burocratiche.

 

Denominazioni e contraffazioni

Sono 26 di vini e alcolici italiani riconosciuta dal trattato, ma la lista è “aperta”, per cui, in futuro e qualora le condizioni di mercato lo ritenessero necessario, la lista dei vini Dop e Igp europei e italiani potrà essere allargata. Attualmente sono Grappa, Asti, Barbaresco, Bardolino, Bardolino Superiore, Barolo, Bolgheri/Bolgheri Sassicaia, Brachetto d'Acqui / Acqui, Brunello di Montalcino, Campania, Chianti, Chianti Classico, Conegliano - Prosecco/ Conegliano Valdobbiadene – Prosecco/Valdobbiadene – Prosecco, Dolcetto d'Alba, Franciacorta, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Marsala, Montepulciano d’Abruzzo, Prosecco, Sicilia, Soave, Toscana/Toscano, Valpolicella, Vernaccia di San Gimignano, Vino Nobile di Montepulciano.

Il rischio contraffazione, spauracchio anche nel settore enologico, è stato sollevato da Coldiretti (da sempre contraria all'accordo) a proposito del Ceta: “L’accordo di libero scambio con il Canada” ha detto “non protegge dalle imitazioni, dall’Amarone all’Ortrugo dei Colli Piacentini insieme a molti altri vini e non prevede nessun limite per i wine kit che promettono di produrre in poche settimane le etichette più prestigiose dei vini italiani”. Affermazioni smentite, però, dal direttore del Consorzio Vini della Valpolicella Olga Bussinello, che a Tre Bicchieri, settimanale di wine economy del Gambero Rosso, ha spiegato come l'intera denominazione Valpolicella sia tutelata – insieme a Amarone, Ripasso e Recioto - all'interno di un accordo con il Canada del 2004, riconosciuto e fatto proprio dal Ceta. “È vero” ha detto “che ci sono molti problemi di uso improprio del marchio in Nordamerica, ma il Canada in questo momento si sta muovendo per trovare una quadra. E per quanto ci riguarda il Ceta è un accordo strategico, in un mercato che rappresenta il primo riferimento extraUe per Ripasso e Valpolicella e il settimo per l'Amarone”.

 

 

a cura di Antonella De Santis e Loredana Sottile