Assicurare il vino italiano è un'incognita. Ogni anno, infatti, non c'è certezza sull'ammontare dei fondi statali a disposizione per coprire una percentuale dei premi. Asnacodi, l'Associazione nazionale dei consorzi di difesa, a cui fa riferimento la maggioranza degli imprenditori agricoli per la stipula dei contratti con le compag

nie, ha dichiarato a Tre Bicchieri di essere molto preoccupata per l'altalenante dotazione del contributo.

 

Nel 2011, l'ammontare dei premi pagati dalle oltre 27mila aziende vitivinicole (il 7% del totale nazionale) per difendersi da grandine, siccità, fitopatie della vite è di circa 50 milioni di euro (+10% sul 2010) per un valore della produzione di un miliardo che rappresenta il 20% del totale dell'intero comparto agricolo (cinque miliardi). In altre parole, l'Italia del vino assicura 18 milioni di quintali di uve l'anno e una superficie di 152mila ettari (il 24% del vigneto nazionale), mentre ogni anno le aziende ottengono risarcimenti sui danni effettivi in media del 60%.

 

Il nodo, come fa notare Asnacodi, è legato all'incertezza dei contributi pubblici. Nel 2011, come annunciato dal ministro Romano, sono stati riconosciuti aiuti per 28 milioni di euro tramite il Programma nazionale di sostegno, destinati ai premi (con una copertura del 56% inferiore al limite dell'80% previsto dai regolamenti Ue). “Ma di fatto questo tetto dell'80% non si riesce mai a raggiungere e siamo in realtà al 70%”, spiega Paola Grossi, responsabile legale di Coldiretti. “La dotazione della quota nazionale è  bassa”, ribadisce Antonio Dosi, presidente di Cia Emilia Romagna, che ricorda come “negli ultimi anni l'uso di risorse residue previste dall'Ocm vino ha di fatto spostato quasi totalmente sui fondi Ue la spesa contributiva a sostegno delle polizze”.

 

Su questo punto è chiaro il direttore di Asnacodi, Giacomo Bertolini: “Anche se il sistema italiano è considerato un modello, con tariffe che grazie anche al ruolo dei consorzi di difesa si sono dimezzate (dal  9,5% del 1990 al 4,8% del 201), esiste un serio problema di regole. Non c'è per ora un livello di certezza per gli agricoltori e non si può stanziare il 50% del fabbisogno, una ventina di milioni come quest'anno, e poi trovare le risorse mancanti all'ultimo momento, magari attingendo da altre misure. A noi questo non piace perché l'impresa agricola guarda sempre avanti”.

 

E se questo sguardo lo spostiamo ancora più avanti, al 2014, c'è un altro spauracchio. La riforma della Pac, infatti, potrebbe spostare i contributi alle assicurazioni dal primo al secondo pilastro, cioè considerarli come rientrante non nelle misure di mercato, come oggi, ma in quelle di sostegno e, quindi, all'interno dei singoli Psr regionali. Questo impedirebbe di applicare tra regioni quella mutualità nella gestione dei fondi che finora ha garantito stabilità. “Regionalizzare gli aiuti non serve – dice Bertolini – la gestione deve restare nazionale”.

 

Uno spostamento definito pericoloso e incomprensibile anche da Cia e Coldiretti. Ecco perché Asnacodi chiede che “la battaglia la faccia il governo in sede di negoziato europeo sulla Pac”. Il futuro  potrebbe portare alla creazione di  nuovi fondi assicurativo-finanziari contro i rischi commerciali, che proteggano  non tanto la produzione di uva dagli eventi atmosferici ma il prodotto finito dalle fluttuazioni di mercato. Asnacodi ci sta lavorando e Tre Bicchieri ne parlerà presto.

 

di Gianluca Atzeni

21/11/2011