Il marchio italiano di caffettiere si trova da anni a far fronte a problematiche economiche di rilievo. La richiesta di ristrutturazione del debito aziendale da parte del fondo Och-Ziff Capital sarà valutata dal tribunale di Brescia il prossimo 14 novembre. Intanto, abbiamo cercato di capirci di più. 

 

L'azienda

È l'omino coi baffi più conosciuto nel mondo quello che campeggia sull'autentica moka, brevettata nel 1933 a Omegna da Alfonso Bialetti, un logo immutato nel tempo che spopolava all'epoca del Carosello. L'attuale azienda non ha bisogno di molte presentazioni: nata ufficialmente nel '98 dalla fusione di Rondine Italia, produttrice di pentole, e Alfonso Bialetti & C., la Bialetti ha vissuto nel tempo una crescita inarrestabile a livello internazionale, segnando una serie di traguardi attraverso investimenti e acquisizioni. Prima la Girmi, l'azienda di piccoli elettrodomestici, poi la turca CEM, specializzata in strumenti per la cottura, e ancora l'Aeternum, marchio di produzione d'acciaio. Per poi fare il suo ingresso in Borsa nel 2007, con una quota del 74% sul mercato delle caffettiere.

L'indebitamento e le capsule

Un successo, però, che non è durato a lungo. Nel 2015 iniziano le prime difficoltà economiche: il Gruppo abbandona il brand Girmi, cedendolo a Trevidea, a seguito dell'indebitamento con le banche. Il motivo? Creare una serie di punti vendita, dapprima presenti solo nei centri commerciali e poi anche per le high streets delle città, oltre alla realizzazione di caffè in capsule, un fenomeno che in quegli anni iniziava a farsi strada sempre più prepotentemente anche in Italia. Il progetto, però, non va a buon fine. Le vendite continuano a calare, fino a registrare nel 2017 un indebitamento finanziario di 78,2 milioni di euro, di fronte a un patrimonio netto di 8,8 milioni e una perdita di 5 milioni rispetto all'utile di 2,7 milioni del 2016.

La situazione attuale

Nel frattempo, l'accordo sul debito scade, il titolo in borsa viene rivisto al ribasso, e il Gruppo si trova a fronteggiare una perdita di circa l'80% dal 2007. Oggi si parla di rischio fallimento e futuro incerto, tanto da portare l'azienda all'“impossibilità di esprimere un giudizio sul bilancio consolidato semestrale abbreviato al 30 giugno 2018”, come ha dichiarato la società di revisione di Bialetti lo scorso 26 ottobre. Elementi di incertezza “già indicati nella relazione al bilancio predisposta dal cda, i quali possono determinare l'insorgenza di dubbi circa la continuità aziendale della società”.

15,3 milioni di euro persi nel primo semestre, una flessione del 12,1% dei ricavi consolidati, per la deludente cifra di 67,3 milioni di fatturato in tutto. Questo il quadro riportato dal Gruppo, un esito dovuto principalmente alla “contrazione dei consumi registratasi sul mercato interno ed estero”, oltre che alla situazione di tensione finanziaria,“che ha determinato ritardi nell'approvvigionamento, nella produzione e nelle consegne di prodotti destinati alla vendita sia nel canale retail che nel canale tradizionale, lasciando inevasi significativi quantitativi di ordini di vendita giù acquisiti in quest'ultimo canale”.

Bialetti. Una storia italiana 

Sarà il tribunale di Brescia a esprimersi sull'accordo di ristrutturazione del debito presentato dal Gruppo lo scorso 11 ottobre, in seguito all'annuncio dell'accordo con il fondo Och-Ziff Capital, che investirà 40 milioni di euro ottenendo il 25% del capitale. Una notizia ripresa più volte dalla stampa italiana e internazionale, un grido d'allarme che ha suscitato scalpore e destato l'attenzione di tutti i consumatori più affezionati. Eppure, quella di Bialetti è una tipica storia italiana, un racconto già noto che si ripete nel tempo. Un marchio simbolo del made in Italy, sinonimo di eccellenza, design, estetica raffinata e alta qualità, un brand che dovrebbe rappresentare il meglio dell'artigianalità e della tecnologia italiana all'estero che, più o meno rapidamente, inizia a perdere credibilità e a essere dimenticato. “La Bialetti dovrebbe essere la Rolls-Royce italiana del caffè. L'emblema del gusto e dello stile del nostro Paese”, commenta Lucio Del Piccolo, esperto, appassionato e collezionante di caffettiere casalinghe, con cui presto torneremo a confrontarci per un approfondimento sull'utilizzo corretto della moka. “Purtroppo, l'investimento nei punti vendita non ha dato i suoi frutti. Soprattutto, la tanta dedizione rivolta ai negozi ha spostato l'attenzione da quello che dovrebbe essere il punto forte dell'azienda: la moka”.

Il futuro di Bialetti

Un passo falso in un settore già in difficoltà come quello delle caffettiere casalinghe, “nessun marchio gode di grandi successi, ma ci sono dei brand che hanno continuato nel tempo a investire molto sulle macchine, tanto da avere oggi prezzi molto più competitivi rispetto a quelli di Bialetti”. Non si tratta, quindi, di un errore puramente economico, ma di un vero abbaglio in fatto di strategia commerciale: “Avrebbe dovuto esserci una maggiore concentrazione sulle caffettiere, soprattutto un investimento costante sulla qualità”. Il futuro dell'azienda? Basti pensare all'esempio di aneddoti simili avvenuti in passato: “Potrebbe accadere ciò che successe alla Bugatti”, la casa automobilistica fondata nel 1909 da Ettore Bugatti, acquisita poi da Artioli nell'87 e fallita definitivamente nel '95, per essere poi acquistata all'asta dal tedesco Dauer Racing GmbH. Con la finale acquisizione dei diritti da parte di Volkswagen, gruppo che ne ha rilanciato l'immagine e (ri)segnato la fama nel mondo. “Se non dovessero farcela, cederanno il marchio, che molto probabilmente sarà rivalutato e riportato alla luce da un altro gruppo”.

a cura di Michela Becchi