Cannonau, grenache, garnacha, guarnaccia... C’è un’uva che da secoli (o forse millenni) caratterizza la viticoltura del Mediterraneo occidentale: dalla Sardegna alla Catalogna, dal Roussillon alla Corsica. E che oggi ha conquistato tutti i continenti, Australia inclusa. Un’uva capace di dare rossi eleganti, adatti all’invecchiamento; un vitigno rustico, resistente a siccità e avversità, ormai fra i tre rossi più diffusi nel mondo. Ma è davvero sempre la stessa varietà? Abbiamo cercato di scoprirlo...

 

Fino a qualche anno fa si diceva che il cannonau venne importato dalla Spagna, dove è tutt’ora chiamato garnacha, intorno al 1400. Recenti scoperte hanno invece dimostrato che il vitigno sardo vive in Sardegna dal 1200 a.C. e che proprio da lì si sarebbe diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo. Studiosi ed esperti sono d’accordo nel dire che, dal punto di vista genetico, il cannonau coincide per l’80% con la garnacha spagnola e il grenache francese (che invece sono totalmente sovrapponibili geneticamente tra loro). Una cosa è certa: se consideriamo il grenache come una grande famiglia dove convivono tutte le varietà citate, questa è presente nel mondo con qualcosa come più di 200mila ettari vitati. E il numero è destinato a crescere. Un successo in forte ascesa che, per molti, rappresenta una valida terza via tra i prestigiosi vini di Bordeaux da una parte (capitanati dal cabernet sauvignon e dal merlot che hanno dato origine ai tagli bordolesi nel mondo) e i vini della Borgogna che in tanti sognano di poter imitare coltivando il prestigioso pinot noir.

Grappolo d'uva. disegno di Marcello Crescenzi

Il successo della grenache. I motivi

Le motivazioni del successo della grenache sono diverse. Da un lato parliamo di varietà che si adattano molto bene ai climi caldi; dall’altro parliamo di vini che – se vinificati con esperienza e tecniche moderne – riescono sempre più a regalare finezza, eleganza, grande bevibilità e un’aromaticità fresca e fragrante, di frutto croccante, fiori e spezie. “Il bello del cannonau è l’originalità aromatica – ci dice Lorenzo Landi, importante enologo-consulente che da diversi anni segue il viticoltore Giuseppe Gabbas, a Nuoro – Dà vita a un vino molto nitido, che sa di rosa rossa, carnosa, ha un tannino delicato, che chiude morbido e vellutato, succoso ma non dolce, e con note mediterranee evidenti. È un vitigno isoidrico – prosegue– quindi mantiene lo stesso potenziale idrico in diverse condizioni e quando il grappolo va in stress non perde acqua. Ecco perché è adatto ai climi caldi. Non è ricco né di polifenoli né di colore, la buccia è sottile, regala un vino delicato ed elegante, più che potente e strutturato”.

Per molti è il perfetto vitigno glocal. Capace quindi, attraverso il suo adattamento, di crescere in tante zone del Mondo dai climi più o meno miti, come hanno fatto in passato alcune varietà internazionali; ma in grado anche di acclimatarsi a tal punto da riuscire a regalare nel bicchiere molta territorialità, trasmettendo clima, microclima e le caratteristiche del suolo in cui sono coltivate le piante. In Sardegna, ad esempio, i terreni a disfacimento granitico sono molto adatti per il cannonau; le coltivazioni antiche vedono l’allevamento ideale ad alberello, capace negli anni – con l’invecchiamento delle viti – di rese per ettaro molto basse. La Barbagia e l’Ogliastra sono senza dubbio le subregioni dove il vitigno trova massima diffusione e all’interno di queste troviamo aree minori capaci di trasmettere particolari micro-territorialità: parliamo di Mamoiada, ad esempio, così come di Oliena, Jerzu o Dorgali. Ma in Italia la varietà la troviamo anche in Umbria: qui viene chiamato gamay del Trasimeno o perugino. In Veneto il nome della grenache è tai rosso; in Toscana c’è l’alicante, in Liguria la guarnaccia e nelle Marche il bordò. Ed è proprio sui nomi che si concentrano le perplessità degli studiosi: non tanto sulle accezioni italiane (dove la nomenclatura è stata viziata talvolta da inflessioni dialettali e talvolta da errori di confusione con altre varietà), ma dal loro confronto con il nome, oramai diffuso a livello internazionale, di grenache.

disegno di Marcello Crescenzi

Le origini del termine grenache

Gianni Lovicu, ricercatore Agris (agenzia della Regione Sardegna per la ricerca scientifica nel settore agricolo e forestale) e studioso di diverse varietà di uva in Sardegna tra cui il cannonau ha una sua idea: “Mentre dal punto di vista genetico ci sono delle similitudini e anche sotto il piano ampelografico è difficile trovare differenze, è però difficile spiegarsi il perché di un nome così diverso: il termine grenache deriva da vernaccia e compare per la prima volta in documenti medioevali associato esclusivamente a vini bianchi, come moscato e malvasia, vini in genere aromatici, dolci e alcolici. Il cannonau quindi, almeno dal punto di vista linguistico avrebbe una storia tutta sua. Ma, nonostante ciò – prosegue Lovicu – sarebbe ideale sfruttare il veicolo del successo della grenache-garnacha nel mondo e allo stesso tempo far valere le peculiarità dei nostri territori che danno, evidentemente, prodotti diversi e molto spesso frutto di vinificazioni in purezza (o al massimo con aggiunte di piccole percentuali di altre uve) a testimoniare la vocazione di alcune aree per quest’uva”.

 

a cura di Giuseppe Carrus

disegni di Marcello Crescenzi

 

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Nel numero di aprile del Gambero Rosso trovate anche un'intervista illuminante ad Attilio Scienza, professore di Viticoltura all'Università di Milano, a firma di Marco Sabellico, i consigli di lettura per approfondire il tema e gli appunti di degustazione di Antonio Boco, Giuseppe Carrus, Nicola Frasson, Pierpaolo Rastelli e Paolo Zaccaria.