Una zona di chiaroscuri, l'Oltrepò Pavese, che insieme a grandissimi vini, produce questioni ancora da dirimere. Oggi ci occupiamo dei primi, mettendo in fila le bollicine di tre cantine da conoscere assolutamente.

 

Metodo classico da pinot nero

L’Oltrepò Pavese è qualcosa di veramente speciale. Nel bene e nel male, nei suoi tratti più belli come nelle sue dinamiche più oscure. Tra i pochi denominatori comuni c’è una straordinaria propensione al litigio. E il pinot nero. Mai come nell’ultima edizione del Vinitaly, è stato così centrale nel padiglione dell’Oltrepò il tema delle bollicine di pinot nero rifermentate in bottiglia, tanto nell’intenzione di chi esponeva che nelle scelte chi si accomodava dall’altra parte del banchetto. Cosa viene davvero bene in Oltrepò? Le nostre valutazioni per la Guida lo sbandierano da 10 anni: il metodo classico da uve pinot nero.

Ancora oggi, ne sono convinti forse di più i produttori della Franciacorta o dell’Alta Langa che per anni sono venuti qui, alcuni continuano in vero, per comprare le migliori uve. Suoli calcarei, acidità naturali scintillanti, ph bassi, prezzi delle uve molto contenuti - c’è chi fa davvero di tutto per mantenerli tali – ci sarebbero tutti i presupposti per una crescita sostanziale della denominazione.

Ma i numeri parlano di 360mila bottiglie con la fascetta della DOCG (in Franciacorta sono 16 milioni, per dire) a fronte di una produzione complessiva di circa un milione e mezzo di bottiglie: la maggior parte dei produttori decide di uscire come vino spumante di qualità perché si vergogna della menzione Oltrepò. Non la vuole in etichetta. “È come un autogol, preferiamo promuovere il brand aziendale”, continuano a ripeterci da anni i produttori. Ce l’hanno ripetuto anche nei giorni di fiera. Ma nascondersi dal proprio territorio, vuol dire nascondersi da se stessi. Non ci riuscirebbe neanche Eddy Merckx. Semmai, quello che manca è proprio un lavoro su cuvée figlie di singole vigne, mettendo a frutto un lavoro di zonazione che è stato fatto nel tempo ma nessuno ha ancora valorizzato. 

Torneremo presto con un’inchiesta sul fattore ‘vergogna’, sul ruolo delle cantine sociali nel consorzio, sul perché delle tante false ripartenze. “Peggio dell’Oltrepò” non può e non deve diventare un modo di dire. 

La qualità nel bicchiere è molto più alta di quella percepita; ribaltiamo la prospettiva: la stragrande maggioranza delle bollicine metodo classico in Italia sono peggiori di quelle che nascono in Oltrepò. Ecco alcune cuvée per sintonizzarsi su questo discorso. 

 

Bruno Verdi

L’Oltrepò Pavese ha un bisogno disperato di persone come Paolo Verdi. Un vignaiolo che parla poco e lavora sodo, uno che non si lamenta ma fa. Non è mai sceso a compromessi in nessuno dei vini proposti, piuttosto continua a saltare le annate meno felici. Così i suoi Riesling, Bonarda o Barbera sono sempre ai vertici del comprensorio, ma il suo vero punto di forza è il Vergomberra, il suo metodo classico prodotto dal 1983. Netto, sferzante, con quel timbro di mentuccia che è il vero marchio di fabbrica di Canneto Pavese. Pinot nero, con saldo di chardonnay e pinot meunier (non è l’unico ad averne una parcella in Oltrepò). Il Vergomberra ’12 è il biglietto da visita dell’Oltrepò, teso, cremoso e profondissimo. Con un ritmo sapido che lo piazza tra le migliori cuvée italiane. È stata tra le etichette più apprezzate dai giornalisti internazionali durante l’evento Tre bicchieri del Gambero Rosso di domenica. La versione 2013 è ancora più sferzante nel tono agrumato e balsamico, meno universale nel fraseggio e più graffiante ed elettrico della ’12, dall’energia travolgente (sui 22 euro in enoteca). Buona prova anche della Jeroboam del 2006, 120 mesi sui lieviti. Noi, però, rimaniamo convinti che il meglio delle cuvée in Oltrepò sono quelle prodotte in una fascia tra i 30 e 50 mesi. Di pari passo, siamo anche convinti che oltre il 50% delle bollicine italiane sosti troppi mesi sui lieviti visto il vino di partenza. Ma rimaniamo sul pezzo.

Francesco Montagna & Bertè Cordini 

Il passaggio generazionale sta cambiando il volto di diverse realtà in Oltrepò. Matteo Berté è sicuramente uno dei giovani più talentuosi sul terreno del metodo classico. Ha ben chiari i punti di forza e di debolezza del suo territorio, è ambizioso e molto curioso. Da anni porta avanti un progetto che è sempre più a fuoco e ben articolato. I numeri sono ancora fermi a 15mila bottiglie, vista la qualità speriamo che le relazioni produttive rispetto ai vini fermi siano invertite nel lungo periodo. Sugli scudi la Cuvée Nero d’Oro, non dosata come tutte le etichette proposte, da uve pinot nero ovviamente. Sosta 32 mesi sui lieviti, offre un naso intenso e freschissimo, piccoli frutti rossi e anice. La bocca è molto netta e ritmica, una scossa di sapore tutta da bere. 20 euro sullo scaffale.

Ballabio

Da quest’anno l’azienda gestita da Filippo e Mattia Nevelli ha deciso di puntare interamente sul metodo classico. Specializzarsi è una mossa vincente, una scelta che speriamo sia da esempio per molte aziende oltrepadane impegnate spesso a perdere energie su un universo di vitigni, dal muller thurgau al cortese. Ma perché? La cantina di Casteggio vanta un centro spumantistico all’avanguardia, alla quale si appoggiano diverse cantine, e la consulenza enologica di Carlo Casavecchia. Invertiamo la preferenza dello scorso anno: al Farfalla Extra Brut, più morbido, preferiamo un raffinato Farfalla Zero Dosage. Le uve pinot nero, molte delle quali arrivano dall’alta Valle Versa, autentica zona d’elezione, sostano 48 mesi in bottiglia. Ha una texture elegantissima, un registro che mostra consapevolezza, giocato più sul dettaglio che sulla potenza. Il frutto rosso acceso, un ritmo rilassato, sussurrato, una concentrazione e densità fruttata molto aggraziata. Finale lungo di liquirizia e anice. In enoteca sui 25 euro. 

Speriamo vivamente che dalla prossima vendemmia queste cuvée non si vergognino più di riportare in etichetta la loro origine, portando in giro per l’Italia, e per il mondo, il nome Oltrepò Pavese.

 

 

a cura di Lorenzo Ruggeri