Si stima un’altra campagna olearia all’insegna della scarsità di olio italiano. Qui i numeri di quest’anno, le problematiche della filiera e le opinioni di importanti produttori nostrani. 


 

Il punto della situazione. Cosa c'è che non va

Non siamo ai livelli del 2015, ma quella che si sta chiudendo è un’altra campagna olearia difficile per l’extravergine italiano. Le cause come sempre sono tante: dal campo al frantoio, passando per tutte quelle criticità che hanno ridotto il panorama olivicolo italiano a recitare un ruolo secondario sul palcoscenico del Mediterraneo. Inutile puntare il dito verso qualcuno o qualcosa, ma dopo la brutta annata del 2015 è come se qualcuno ci avesse regalato una bella e prestante vanga per scavare ancora una volta raggiunto già il fondo. Ed è quindi un puro caso il fatto che la scorsa annata (la 2017) sia andata abbastanza “bene”. In questo momento di totale confusione, i grandi vuoti da colmare sono sostanzialmente: la mancanza di coordinamento a livello nazionale tra i produttori che fanno dell’oro verde la loro eccellenza; l’assenza di una strategia di lungo periodo che punti sulla valorizzazione del patrimonio varietale (1/3 di quello mondiale) e sulla sua esaltazione, dato che sul piano quantitativo non abbiamo mai potuto competere con attori come la Spagna; un’azione strategica da parte di politica e associazioni che punti a una riforma profonda del settore partendo dalla filiera produttiva. Ed è proprio in questi momenti che i grandi fan delle colture superintensive offrono le loro consulenze e il loro parziale know how per convincere i produttori a convertirsi a questi tipi di impianti (con cultivar internazionali e studiate ad hoc). E questa, sul lungo periodo, è una strategia fallimentare, sia dal punto di vista etico che economico. Ma a quanto pare non basta studiare gli esempi sudamericani dove aziende con centinaia di ettari di superintensivo dopo appena una ventina d’anni sono costrette all’espianto e al cambio di coltura; così come non servono a nulla gli studi sulla spagnola arbequina per impianti superintensivi: a 6 mesi dall’imbottigliamento l’olio presentava un valore di perossidi talmente alto da non poter essere considerato extravergine. E si potrebbe continuare con molti altri esempi.

Le stime di produzione

In Italia, dicevamo, manca una strategia sul lungo periodo e molti investimenti strizzano l’occhio alla tecnologia e all’avanguardismo nell’uliveto piuttosto che alla sostanza: anche per questi motivi, quest’anno ci ritroviamo così. Certo, non vanno sottovalutate le cattive condizioni climatiche che si sono susseguite dall’inverno in poi, con Burian primo antagonista che ha provocato danni da gelo, e in seguito gli attacchi di patogeni. Un’idea più realistica ce la dà l’ISMEA, che come ogni anno ha fornito stime di produzione sulla campagna corrente premettendo che: “Al di là dell’entità finale che assumerà la contrazione produttiva della campagna appena iniziata, si rileva che negli ultimi sei anni, per la terza volta, le tradizionali annate di ‘scarica’ si presentano con flessioni produttive la cui intensità supera l’abituale fisiologica alternanza; ciò è dovuto all’azione di concause che contribuiscono a flessioni produttive estremamente rilevanti... Nella storia produttiva dell’olivicoltura nazionale, queste annate particolarmente negative, nelle quali più elementi contribuiscono a flessioni di grande impatto, generalmente si sono distanziate l’una dall’altra fino a 15 anni. Negli ultimi anni invece, la sempre maggiore frequenza con cui si presentano anomale situazioni climatiche sta rendendo estremamente complessa la gestione di un settore strategico come quello olivicolo-oleario nazionale”.
Secondo le prime indicazioni provenienti dalla rete di monitoraggio ISMEA, si stima un volume produttivo di olio che si potrebbe attestare intorno alle 265 mila tonnellate, che significherebbe una contrazione del 38% rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, emerge una divisione netta tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Nel dettaglio, nelle regioni settentrionali si prevede un recupero della produzione di oltre il 30% rispetto all’anno precedente grazie alla buona situazione in Liguria, mentre nelle aree del Centro si stima una lieve flessione produttiva legata alle problematiche di alcune aree di Lazio e Abruzzo, non compensata dagli aumenti stimati in Umbria e Toscana. A pesare sul risultato complessivo è, tuttavia, la situazione al Mezzogiorno, da dove peraltro arriva oltre l’80% della produzione totale nazionale, che quest’anno potrebbe vedere praticamente dimezzati i volumi rispetto alla campagna passata. A condizionare pesantemente la produzione sono state le nevicate e le gelate di marzo, che hanno colpito una vasta area olivicola del Nord della Puglia che nel complesso potrebbe arrivare a una produzione al di sotto delle 100 mila tonnellate, un record talmente negativo di cui non si ricorda un precedente.

 

Le voci dei produttori

Come sempre i pensieri migliori sulle problematiche, ma soprattutto sulle opportunità del settore, vengono da chi nel lavoro ci mette conoscenza, esperienza e passione. È il caso di Nicolangelo Marsicani, olivicoltore e frantoiano cilentano protagonista dell’impennata qualitativa della produzione olearia del suo territorio (e non solo) negli ultimi anni. “Questa è una campagna figlia delle politiche degli ultimi 20 anni. Il sistema precedente di premio-produzione costringeva a portare le olive al frantoio con più costanza possibile e quindi a una produzione più o meno sistematica. Oggi con il concetto di disaccoppiamento introdotto nel 2003 dalla PAC ci ritroviamo con il nostro settore olivicolo in coma farmacologico e tenuto in vita solamente dai sussidi. Per questo non ce la possiamo prendere con la Tunisia come fanno i nostri politici, ma dobbiamo solamente lavorare alla ristrutturazione della filiera”.

Tra quelli che in un periodo di crisi colgono l’occasione per fare investimenti, c’è la famiglia Gaudenzi,che vede in Andrea e Stefano i protagonisti di una nuova generazione di produttori e frantoiani. L’azienda umbra ai piedi del Monti Martani infatti ha dato il via a un processo di impianto di 20 ettari di nuovi uliveti che terminerà nell’ottobre del prossimo anno. Questi nuovi impianti presentano soluzioni tecnologiche innovative e del tutto inedite in Italia. Sono stati prima di tutto individuati 9 diversi poderi dove impiantare le diverse cultivar (tutte tipiche della Dop Umbria) e sono stati studiati i venti per poter orientare i filari degli impollinatori nella giusta posizione. I terreni sono stati trattati in modo da garantire un adeguato drenaggio, e si è pensato al recupero delle acque in modo da alimentare un impianto di irrigazione di soccorso. Ma la soluzione tecnologica più innovativa è forse rappresentata dall’impianto ad aria compressa alimentato da energia fotovoltaica che metterà in funzione strumenti come le forbici per la potatura e gli scuotitoi per la raccolta, evitando in tal modo l’ingresso in campo dei trattori.

 

Le caratteristiche dell'annata

Quest’annata, comunque, sarà ricordata per i bassi livelli di amaro e piccante negli extravergine, pur fatti in maniera impeccabile. Per qualcuno questo rappresenta un problema, anche se proprio la variabilità dell’annata dovrebbe essere un concetto ormai da tempo appreso dai colleghi del mondo vitivinicolo. In ogni caso, se qualcuno se ne lamenta, c’è anche chi provocatoriamente gioisce. Uno di questi è Nicola Fazzi, direttore e agronomo di Colli Etruschi di Blera (VT). “Certo che sono contento– sorride provocatorio – Perché ai nostri clienti piace di più. Non ci sarà nessuno che si lamenti di amaro e piccante!”.Ma come, non erano caratteristiche positive per l’olio di oliva? “Certo– fa lui – Ma ricordatevi che l’olio non lo facciamo per i panel di degustazione, né per gli appassionati e neppure soltanto per i ristoratori o chef! L’olio noi vogliamo venderlo alle famiglie: sono queste che lo usano, a tavola e in cucina. Sono i consumatori ‘normali’ e quotidiani a cambiare la percezione dell’extravergine: sono le famiglie che poi chiederanno ai ristoratori e agli chef prodotti migliori. Perché oggi, devo dire, gli chef guardano solo al prezzo. E se uno mi chiede un buon extravergine a 5 euro, io mi rifiuto di darglielo. Sono pochi – certo, ci sono – i ristoranti che usano davvero l’extravergine artigianale per cucinare: basta vedere i numeri delle ordinazioni che fanno. Poi, magari sul tavolo trovi la bottiglietta carina. L’olio è un condimento, è un ingrediente che va usato in cucina, sempre, ogni giorno. E sinceramente preferisco avere meno amari e piccanti, ma vendere più extravergine artigianale, in Italia e nel mondo!”

 

a cura di Indra Galbo