[caption id="attachment_123465" align="alignnone" width=""]Foto di Carlo Mogiani[/caption]

L'intervista a Gabriele Rubini, noto come Chef Rubio, in occasione della sua visita alla Città del gusto di Roma.

Molti pensano sia il re dello street food e il narratore per eccellenza del cibo italiano, quello più ruspante o, per meglio dire, casereccio. E probabilmente hanno anche ragione. Ma Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio, non è solo questo. È un ragazzo come tanti, di grande sensibilità, umanità a cui non piace prendersi troppo sul serio. A meno che non si tratti di tematiche sociali. Perché qui il discorso cambia, eccome: supporta Never Give Up, associazione no profit per lo studio e la cura dei disturbi del comportamento alimentare, ha prima imparato e poi girato dei video in lingua dei segni e condotto lezioni di cucina nelle carceri. Fino ad arrivare a febbraio, quando è stato il testimonial dell’iniziativa solidale “Culinaria per Leo”, un bimbo di 7 anni che ha combattuto con coraggio il medulloblastoma uscendone, purtroppo, sconfitto. Nella sua battaglia Leo è stato accompagnato dalla Dott.ssa Debora Rasio, specialista in oncologia e ricercatrice nutrizionista presso la Sapienza Università di Roma e l’Azienda Ospedaliera S. Andrea, e dalla Dott.ssa Domenica Elia, biologo nutrizionista e dietista dell’Ospedale Pediatrico di Roma “Bambino Gesù”. L’incontro con queste due professioniste ha segnato un ulteriore punto di svolta per Chef Rubio che ha avviato con loro un nuovo progetto, ancora però top secret.

Siamo all’alba di una nuova iniziativa sociale, come è nata?

Non posso rivelare nulla ancora, ma posso dirti che è nata coniugando la teoria dei professionisti e la pratica dei cuochi. Questa sinergia permette a chi non conosce le due materie, medicina e cucina, di comprenderne l’essenza. Io mi sono sentito chiamato in causa dopo aver vissuto una vicenda personale della quale vi ho parlato in occasione del cooking show di Culinaria 2016. Prima di allora cercavo sempre di seguire una sana e corretta alimentazione per me e per le persone che servivo e che servo tutt’ora. Certo, a monte non c’era uno studio sui benefici che la cucina poteva dare nel periodo pre e post chemioterapia, ma ora ho avuto la fortuna, nella sfortuna, di aver conosciuto diversi professionisti che mi hanno fatto appassionare a questo tema e provo un enorme piacere nel collaborare con loro.

Si parla di cucina a scopo teraputico, ma anche utilizzata come prevenzione?

Con la prevenzione si evita la terapia o, quantomeno, la si riduce. Purtroppo ci sono persone che nonostante abbiano seguito un sano regime alimentare, per vari problemi, si ritrovano comunque a dover mangiare sempre le stesse cose, quindi perché non farlo in maniera diversa, magari simpatica e soprattutto stimolante. Purtroppo gli Istituti non hanno la stessa volontà che abbiamo noi nel supportare il paziente e chi gli sta vicino in un momento chiave come quello del pasto, allora si riducono drasticamente le armi a disposizione per sconfiggere la malattia. Quando ci sono la volontà, l’entusiasmo, la capacità di lottare ogni giorno anche con colori, consistenze e temperature credo sia molto più facile.

Negli ospedali, i pasti vengono serviti a orari fissi, spesso diversi da quelli a cui le persone sono abituate. Altre volte vengono serviti mentre il malato è fuori dal reparto per eseguire un esame, per cui al suo ritorno sono freddi e poco appetibili. Come arginare questo problema?

È un momento chiave perché mangiare deve dare piacere. Se gli serviamo un piatto brutto, anemico, senza colori, sapori, profumi, un genitore come può invogliare un bambino a nutrirsi? Bisogna stimolarli, contrastare l’annichilimento a cui il corpo è portato.

Chemio, farmaci e le conseguenze di interventi chirurgici possono causare effetti collaterali che inducono alla perdita di appetito soprattutto perché portano alla nausea. Quanto il cibo stesso può aiutare?

Abbattere la nausea sicuramente può portare nuova appetenza e stimoli a nutrire il proprio corpo e a ricevere quelle sostanze di cui il corpo stesso ha bisogno. Non dico che l’alimentazione debba sostiutire la terapia ma di sicuro la aiuta molto. Va vista come un’arma in più.

Sei molto impegnato nel sociale, alimentazione infantile, lezioni di cucina nelle carceri passando per le ricette nella lingua dei segni. Sui bambini in particolare sei molto attento.

I bambini sono l’ossigeno del mondo insieme alle piante. Se non li educhiamo a mangiare correttamente siamo spacciati, perché poi il problema se lo portano dietro crescendo. La cultura dell’alimentazione nasce personale e si estende nel sociale. Alimentazione e società sono concetti che non vanno scissi l’uno dall’altro.

Molti pensano che ormai la cucina sana sia solo quella vegana, cosa ne pensi?

C’è molta confusione a riguardo. Mangiare sano è una cosa, la cucina vegana è un’altra. Ci vorrebbe più educazione a riguardo, anche tra gli addetti ai lavori.

Ti riferisci per caso agli ospedali?

Si, decisamente, ma qui bisogna fare un discorso a parte. Purtroppo in questo contesto si può fare ben poco per via dei disciplinari del Ministero che impediscono ai privati di poter dare la possibilità di un pasto diverso, con caratteristiche diverse e più consono alle esigenze del malato. I soldi a disposizione delle Istituzioni sono pochi e se li devono far bastare per tutta la nazione, di conseguenza non c’è margine per poter proporre qualcosa di innovativo. Dal canto nostro possiamo solo condividere il più possibile questo problema e, da una singola voce, auspicare a diventarne, dieci, cento, mille. È una piaga che ci riguarda tutti, senza distinzione di classe sociale, perciò facciamoci sentire!

a cura di Gianluca Ciotti
allievo del Master in Comunicazione e Giornalismo Enogastronomico del Gambero Rosso

foto di Carlo Mogiani