Nel 2002 l'Europa si dotava di un regolamento comunitario in materia di sicurezza alimentare, produzione, commercio e consumo del cibo. Un pacchetto di norme condivise per favorire la libera circolazione delle merci e garantire alti standard qualitativi a tavola. 15 anni dopo si tirano le somme, in vista di nuove sfide. 

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Un regolamento sulla produzione e il consumo di cibo

Era il 28 gennaio 2002. L’Europarlamento ratificava il Regolamento 178/2002 in materia di sicurezza e processi alimentari. Così l’Unione Europea si forniva per la prima volta di regole condivise per garantire standard di produzione e rispetto delle più efficienti misure di salvaguardia della salute dei cittadini, in relazione al consumo di cibo. La necessità di varare una normativa comunitaria, all’epoca, era tanto più urgente a seguito degli scandali alimentari che avevano inquinato gli anni Novanta, che all’ordine del giorno ponevano il dovere di legiferare su ogni aspetto della catena “farm to table”, dal lavoro nei campi alla produzione di mangimi per bestiame, ai processi di trasformazione, confezionamento, trasporto e distribuzione sul mercato. Il Regolamento, con il suo apparato complesso di misure e prescrizioni cui tutti gli Stati menbri dell’Ue avrebbero dovuto adeguarsi negli anni a venire, sostituiva così la precedente Carta sulla sicurezza alimentare, varata nel 2000. E istituiva un organo di controllo indipendente, preposto alla consulenza scientifica, l’Efsa. Per gestire le situazioni di crisi e smistare le procedure d’emergenza, invece, nasceva il sistema di allerta Rasff, con il compito di individuare possibili rischi di contaminazione di alimenti e mangimi immessi sul mercato.

 

Gli obiettivi della Food Law

Il primo obiettivo del documento congiunto, indubbiamente, era quello di favorire la libera circolazione di alimenti sicuri e sani, per contribuire al benessere della comunità, ma pure per agevolare rapporti sociali ed economici sul mercato europeo. Uniformando procedure e principi in materia di alimenti delle singole legislazioni nazionali (e questo, come si è visto in seguito, non sempre a vantaggio delle produzioni tradizionali: basti pensare alla demonizzazione dei formaggi a latte crudo). 65 articoli in tutto per dirimere la nozione di “alimento” e le principali definizioni adottate nel settore, discutere i principi di trasparenza, tracciabilità, gli obblighi del commercio alimentare, circoscrivere i requisiti di sicurezza degli alimenti, regolare l’etichettatura dei prodotti comunitari ed extracomunitari. 15 anni sono trascorsi dall’entrata in vigore del Regolamento, e Bruxelles celebra i traguardi raggiunti lanciando la staffetta agli obiettivi futuri. Insieme, per riflettere sui benefici di questa food policy comunitaria e sui correttivi da adottare per migliorarsi, figure istituzionali e protagonisti del settore, riuniti alla Biblioteca Solvay di Bruxelles, sotto la guida di Vytenis Andriukaitis, responsabile della Commissione per la sicurezza alimentare al Parlamento Europeo. Una tavola rotonda allargata che ha toccato temi quali la fiducia del consumatore, il ruolo della libera concorrenza, la sfida della sostenibilità, il ruolo delle istituzioni.

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15 anni dopo. Le sfide future

Ma è stata anche occasione per celebrare l’anniversario della Food Law (per l’Italia ha preso parte ai “festeggiamenti” Assolatte, che ricorda come il regolamento abbia favorito la libera circolazione delle merci: solo nel primo anno l’export di formaggi italiani aumentò del 17%). Mentre le nuove esigenze del sistema alimentare comunitario pongono l’Europarlamento a confronto con sfide ulteriori. Le nuove regole per il biologico e l’etichettatura relativa, per esempio, approvate pochi giorni fa dalla Commissione Agricoltura, in vista della ratificazione di un pacchetto che entrerà in vigore solo dopo un lungo iter, dal primo gennaio 2021, per imporre controlli più rigorosi, misure precauzionali anticontaminazione, tutela della biodiversità, disciplina severa delle importazioni. Ancora prima, però, la sfida più attuale coinvolge un novel food difficile da accettare alla luce della cultura gastronomica occidentale: gli insetti.

 

Via libera al consumo di insetti

Dal 1 gennaio 2018 anche l’Italia applicherà il nuovo regolamento Ue sui novel food, che permette la produzione, la vendita e il consumo di insetti commestibili, limitando il range a grilli, vermi della farina, bachi da seta, cimici d’acqua, farfalle delle palme, millepiedi (ma le specie commestibili sono ben 1900). Per molti una lista della spesa degli orrori, nonostante già dal 2013 la Fao sia impegnata in una campagna per promuovere il consumo di insetti, in quanto alimento economico, ecologico e sano (e quindi arma vincente contro la fame e lo spreco di risorse, idriche in primis). In attesa di scoprire come reagirà il mercato italiano, la Finlandia (dove il consumo di insetti è già sdoganato) battezza il primo pane alla farina di grilli, altamente proteica, ricca di vitamine, digeribile, e per questo consigliata dai nutrizionisti. L’idea è di una catena di panetterie molto diffusa nel Paese, la Fazer Bakery Company, che, fa sapere, realizza ogni pagnotta con l’equivalente di 70 grilli secchi. In Italia, invece, chi studia nuove soluzioni accantonando facili pregiudizi culturali è Felicetti, che già da qualche mese sperimenta, in collaborazione con lo chef Luciano Monosilio, una pasta secca realizzata con farina di grilli. Con la benedizione dell’Efsa. 

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a cura di Livia Montagnoli