Alla Leopolda di Firenze il popolo del food si è riunito per conoscere 300 e più aziende di nicchia, eccellenze italiane della Fabbrica del Gusto. Mentre la città era animata dagli eventi del FuoriDiTaste, i Taste Ring hanno animato dibattiti cultural-gastronomici. Abbiamo seguìto quello che ha voluto riflettere sulle opportunità e i rischi offerti dal made in Italy all'estero.
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Il tema affrontato sabato con Oscar Farinetti, Oliviero Toscani, Mario Guidi, alcuni direttori e presidenti di Consorzi alimentari e il giornalista Tom Mueller è stato quello dal titolo Italian sounding: danno o opportunità? che ha affrontato la questione della contraffazione alimentare, del suo giro di affari che è superiore quello dell’export, e di come arginarla. Si parte da una certa confusione sul sistema delle denominazioni, che non sono ben conosciute e tenute in giusta considerazione all’estero, tra i casi che hanno destato più scalpore quello dell’olio toscano, falso Igp, sugli scaffali dei magazzini Harrods a Londra, che è stato poi ritirato dal commercio. Per esempio Antonio Lucisano (direttore del Consorzio Mozzarella di bufala) ha evidenziato come la denominazione di origine per la mozzarella sia di bufala mentre per quelle di origine non controllata è possibile la dicitura di latte di bufala, un dettaglio importante ma che difficilmente viene rilevato dal consumatore medio. Si parla di falsi prodotti all’estero che sono un danno per l’economia, ma anche un rischio per la salute: per esempio nell’Africa del Nord si usano pesticidi che in Italia sono proibiti da anni. Occorre quindi una maggiore educazione che possa tutelare i consumatori, in Italia e fuori. Ci sono in ballo molti conflitti di interesse, per questo è emersa l’esigenza di registrare dichiarazioni dagli amministratori dei Consorzi.

È soprattutto la lotta alla contraffazione che stimola riflessioni: tutto il mondo desidera il made in Italy e non potendolo avere spesso acquista imitazioni, questa la tesi del Presidente di Confagricoltura che ha sottolineato come siano importanti anche le relazioni diplomatiche per debellare le ambiguità di etichettature poco chiare, come nel caso del prosciutto canadese che non può più riportare diciture o immagini che alludono a Parma. In questa ottica è fondamentale la corretta promozione dei propri cibi perché la reputazione di un prodotto è la reputazione di un sistema Paese. Un esempio? L’Italia produce 16 milioni di cosci di maiale contro una richiesta di 70 milioni, per cui è necessaria l’importazione dalla materia prima, la qualità dei prodotti però va tutelata e promossa con diversi mezzi, non ultima una migliore comunicazione verso l’estero, che permetta ai consumatori di distinguere quel che si ha di fronte. Farinetti, che ha dimostrato con Eataly cosa sia possibile fare con una buona distribuzione e una giusta comunicazione, attribuisce delle responsabilità all’Italia che non ha saputo sostenere la qualità del suo cibo.

La soluzione? Per Farinetti è inventare un marchio italiano sotto cui riunire tutti i nostri prodotti e iniziare poi un’operazione di pubblicizzazione, per almeno due anni, sfruttando magari testimonial famosi come Michelangelo, Leonardo, mescolando diverse eccellenze italiane: il patrimonio artistico e quello agroalimentare. Sottolinea anche come sia indispensabile investire sull’agricoltura pulita, aumentando anche il prezzo di vendita dei prodotti. In questo modo saremmo i primi al mondo ad avere un unico marchio nazionale di qualità. La proposta di Farinetti è stata applaudita e Oliviero Toscani ha riflettuto sullo specifico contesto italiano, dicendosi paradossalmente meravigliato che un uomo così onesto abbia successo nel nostro paese, dove fino a 20 anni fa si faceva il vino con il metanolo e dove il profitto è più importante della salute. Secondo Toscani i supermercati sono “collaborazionisti, responsabili della mancanza di salute dei loro clienti” che si stanno uccidendo con prodotti a basso prezzo, e questo a causa anche della mancanza di informazione. Secondo Mueller, autore del libro Extraverginità, la ricchezza è nella differenziazione dei prodotti ma è fondamentale che, come a Taste e in altre manifestazioni simili, venga spiegato perché un prodotto è buono e di qualità. Qualità che incide, evidentemente, anche sul prezzo. Alla domanda provocatoria di Paolini sul limite di prezzo a cui si può acquistare un olio extravergine di oliva artigianale, la risposta è stata: a non meno di 7 euro al litro.

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L’agroalimentare non è però solo un contenitore di eccellenze, è prima di tutto un sistema di aziende piccole e meno piccole che come le altre risentono del periodo di crisi, in cui la disoccupazione è entrata in modo drammatico: nella filiera dei salumi quest’anno si sono persi migliaia di posti di lavoro, ma si è parlato solo dei 5.000 lavoratori della Electrolux. Secondo Farinetti la soluzione è, ancora una volta, farci riconoscere all’estero, perché le aziende si possono salvare con l’export. In Cina siamo solo all’ottavo posto per export. Infatti per i cinesi il vino è francese perché la Francia 20 anni fa ha investito attraverso la pubblicità e l’educazione alimentare. Farinetti ha concluso dicendo che abbiamo un tesoro e possiamo “portarlo in giro con stile”, nei momenti di crisi, come quando fa freddo, conviene stare uniti.

a cura di Antonella Cecconi